L’invito a splendere di Giuseppe Catozzella

 

di Coralba Capuani

Un paio di mesi fa, circa, facendo zapping su una programmazione televisiva avvilente, mi sono imbattuta in una trasmissione di una nota radio nazionale che veniva trasmessa anche in tv. Mi sono detta: “bene, almeno provo ad ascoltare un po’ di buona musica”. Mentre ascolto la canzone, osservo tre uomini parlottare tra loro pensando, ovvio, che siano del mestiere; anche perché uno era Linus, l’altro Savino, e il terzo, a me sconosciuto, non poteva che essere un musicista!

E invece, con mio sommo stupore – ma anche ignoranza, e poi vi spiego il perché (ndr.) –, quando finalmente la canzone termina e le voci dei tre tizi che parlottavano vengono mandate in onda, capisco che non si tratta di un cantante/dj/rapper/musicista, ma di uno scrittore!

Allora, curiosa di confrontarmi con un “collega”, resto ad ascoltare la trasmissione.

Prima di tutto il tizio dice cose interessanti, cose in cui mi riconosco, e il che mi riconsola perché se il “collega” è giunto alle mie stesse conclusioni tecniche sul modo di affrontare un romanzo, beh, allora devo essere almeno sulla buona strada, fiuuu, che sollievo!

Poi il tizio inizia ad accennare al suo ultimo romanzo, e, a sentire il modo in cui ne parla, giuro, rimango folgorata. No, mi sono detta, io questo romanzo lo devo leggere assolutamente!

È così è stato, infatti.

Ed è per questo che voglio condividere con gli amici di Letterando questa bella lettura.

Il romanzo si intitola E tu splendi, e l’autore, il “tizio” che raccontava alla radio, si chiama Giuseppe Catozzella; vi basti dire che, tra le altre cose,  ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo best seller Non dirmi che hai paura, vincitore del Premio Strega Giovani e finalista al Premio Strega. Non proprio un esordiente quindi…

(La biografia ufficiale la potete trovare qui: http://www.giuseppecatozzella.it/biografia/)

E tu splendi narra l’estate di due bambini, Pietro e Nina, che, rimasti orfani della madre, vengono mandati a trascorrere le vacanze estive ad Arigliana, un piccolo paesino dell’entroterra lucano, luogo dal quale tanti anni prima i genitori erano partiti per “cercare fortuna” al Nord. Questa vacanza “speciale” offre all’autore lo spunto per parlare del Sud, dei problemi atavici che da sempre lo affliggono, del suo passato, dell’emigrazione dei suoi abitanti, ma non solo. Il romanzo, infatti, è anche un’occasione per riflettere sul presente, su problemi di stretta attualità come l’emigrazione da paesi extracomunitari; di popoli, cioè, che stanno ancora più a Sud del profondo Sud della Basilicata, regione nella quale si trova il paese di Arigliana.

Luogo arcaico, fossilizzato su un passato che sembra immutabile e, dove, citando un passo del romanzo di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, “Cristo non è mai arrivato. Né vi è arrivato il tempo, né la speranza, né la ragione, né la storia”. Ebbene, in questo luogo dove a regnare, da secoli, pare essere solo un immutabile immobilismo, proprio in quell’estate avviene un episodio che sconvolgerà le esistenze non solo degli abitanti di Arigliana, ma anche dello stesso Pietro, voce narrante del romanzo. Nella torre normanna che si staglia tra le mura di pietra delle casupole di Arigliana, Pietro trova una famiglia di immigrati che, fuggiti dal loro paese, grazie anche al buon cure di don Eustachio, parroco di Arigliana, hanno trovato rifugio all’interno della torre. Sono sporchi, macilenti, impauriti, quattro ossa che non si reggono neppure in piedi, gente che non metterebbe paura a nessuno. Eppure il paese li teme. Gli ariglianesi hanno paura di loro; che gli rubino il lavoro, che si prendano le mogli/i mariti, che portino la sfortuna nelle loro case, e via dicendo.

Non sarà facile per gli stranieri ambientarsi, farsi accettare in qualche modo, ma proprio quando sembra che un compromesso sia possibile, che un cambiamento positivo possa rimettere in moto non solo le loro esistenze, ma anche quelle di tanti altri segnate dall’ingiustizia e dalla prepotenza del più forte, del furbetto di turno, del disonesto, ecco che una tragedia si abbatte sul paese. Una disgrazia che è tale e quale a quella che tanti anni prima si era accanita contro molti poveri zappaterra, tra i quali anche il nonno di Pietro, detto lu Possident.

E con la trama mi fermerei qui perché credo che non ci sia nulla di meglio di leggere il romanzo per sapere il resto delle vicende dei protagonisti. Mi soffermerei però un momento sul finale, più precisamente sul suo significato, ovvio senza svelare troppo. Il romanzo è particolare anche perché sembra contenere un doppio finale. Il primo, amaro, che è quello dei “vecchi”, dei “poveri”, degli “immigrati”, degli “ultimi”, quelli la cui ribellione sembra sempre portare al fallimento perché, sulla loro strada, saranno sempre destinati a trovare uno zi’ Rocco che li sfrutterà rendendoli ancora più poveri, ancora più umili, ancora più “ultimi”. Una maledizione che non sembra avere mai fine, destinata a ripetersi, immutabile, nel corso dei secoli. È la storia del ricco che sfrutta il povero per arricchirsi ancora di più alle sue spalle, è la parabola del disonesto, del colluso con il potere e che, quindi, in un modo o nell’altro finisce per farla sempre franca. È l’eterna lotta tra poveri che si scannano tra di loro per un tozzo di pane incolpandosi l’un l’altro di rubarsi qualcosa, che sia il lavoro, la terra, o il pane. E in questa storia di miseria gli ultimi tra gli ultimi sono sempre gli emigrati, che provengano da una nazione straniera o siano semplicemente italiani del Sud, perché, come dice con rassegnazione il nonno a Pietro: “finché in un posto ci saranno degli stranieri, sarà sempre colpa loro”.

Ma E tu splendi è anche un romanzo di formazione, un percorso di crescita e di maturazione del protagonista Pietro che non sa accettare la morte di sua madre e che la cerca di continuo nonostante la presenza costante di Canetto – il dolore che Pietro e Nina hanno ribattezzato perché assomiglia a un cucciolo che, volendo giocare, finisce per morderti e farti male. Nina a un certo punto trova la forza di respingerlo questo cane fastidioso, Pietro, invece, ha bisogno di più tempo. Ha bisogno di scontrarsi con la delusione, con la falsità delle persone come suo cugino il sindaco. Di affrontare la diversità degli stranieri, il razzismo, la prevaricazione verso i più deboli, la disonestà e la tracotanza di ’zi Rocco. Ma, soprattutto, ha bisogno di una risposta.

E, più precisamente, la risposta alla domanda che avrebbe voluto fare a sua madre prima che uscisse per l’ultima volta da casa loro per non tornare mai più. E la chiave di lettura, il finale positivo del romanzo, sta tutto in quella frase tratta da una trascrizione sbagliata di uno stralcio delle Lettere luterane di Pasolini. Un invito a trovare la forza di “splendere” nonostante tutto, nonostante il dolore e le brutture della vita. Ma è anche, o soprattutto, un invito che Catozzella sembra rivolgere direttamente a quella terra dolente che è, poi, il Sud tutto.  Un’esortazione a non seguire “i destinati a essere morti”, vale a dire i tanti zi’ Rocco, i disonesti, ma anche i delusi, chi non si ribella accettando supinamente il proprio destino di sottomissione e sfruttamento. Perché questo è proprio quello che le persone come zi’ Rocco vogliono, perché essi, sembra dirci Catozzella, “ti insegnano a non splendere”. E invece l’autore, attraverso la voce ingenua e allo stesso tempo profonda di un bambino, rivolgendosi a ciascuno di noi, ma, soprattutto, rivolgendosi a quella terra dolce e amara, piena di miserie e di saggezza, pare voler dire: “i destinati a essere morti ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece”.

Proprio come in Catozzella splende, nonostante tutto, l’amore per la sua terra piena di contraddizioni e di bellezza.

 

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In vacanza con Andrea Vitali

Recensione del romanzo “Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti”

di Coralba Capuani

Andrea Vitali non è uno scrittore, ma un’agenzia di viaggi.

Perché aprire un romanzo di Vitali non significa affrontare una semplice lettura che ti emoziona, ti commuove, ti fa riflettere, o, più spesso, ti fa sorridere, quando non scappare una risata di vero cuore.

No, quando si acquista un romanzo di Vitali la prima cosa da fare è iniziare a preparare la valigia. Una valigia metaforica, d’accordo, ma proprio non riesco ad associare ad altro che a quest’immagine il gesto di accomodarsi su una sedia, divano, poltrona, letto che sia, mettersi in grembo il libro di Vitali e, finalmente, aprirlo.

Si inizia!

Si parte!

E ogni volta è come rincontrare persone conosciute durante la precedente vacanza, anche se i personaggi e le storie sono diverse, se non addirittura i periodi storici. Tuttavia quell’impressione di ritorno a casa, in un ambiente domestico già visitato, è ciò che si prova ogni volta che ci si accinge ad affrontare una nuova storia nata dalla mente immaginifica di questo prolifico autore.

E ogni volta pare di sbirciare da dietro una persiana semichiusa lo svolgersi delle vicende di questi strampalati personaggi che l’autore mette in scena. Poco importa che il lettore si trovi a seguire le scarpinate della Stampina fino alla canonica di don Pastore, prevosto di Bellano (e poteva forse essere altrimenti?) a causa delle preoccupazioni che gli dà il Geremia, quel suo figliolo strambo di cui in paese si mormora gli “manchi qualche giovedì”. Oppure scrutare l’interno della canonica di quel santo uomo del don Pastore, cui ogni volta tocca consolare, dare consigli e tranquillizzare la povera Stampina. Quando non origliare i commenti di Rebecca, perpetua di Don Pastore, impicciona e convinta di vedere l’opera del diàol  ogniqualvolta in paese capita qualcosa di strano o bizzarro. E non è cosa strana e bizzarra, e quindi opera del diavolaccio malefico, che un tonto come Geremia si vada a invaghire di Giovenca Ficcadenti, merciaia dall’appariscente bellezza, comparsa da poco in paese insieme a sua sorella Zemia, piccola, secca e brutta che “a incontrarla di notte c’era da credere che i morti ogni tanto uscissero dalla tomba”? Una “scheletraglia”, la definisce l’autore con un’espressione a mio avviso geniale nella sua spietatezza.

Il lettore diventa, quindi, un abitante di Bellano, un villeggiante che fitta casa in una delle sue vivaci viuzze attraversate da questi bizzarri tipi umani, gente sopra le righe a partire dai loro inusuali nomi di battesimo: Giovenca, Stampina, Rigorina, Zemia, o Editto Giovio, il famoso “Notaro” in Como. Ma anche il poetastro Novenio, innamorato della bella Giovenca a cui dedica improponibili poesie d’amore plagiando le opere di un “collega” vagamente più famoso di lui, ovvero Gabriele D’Annunzio. Come resistere alla comicità di certe scene descritte nel romanzo, una su tutte: la dichiarazione d’amore di Novenio, pretendente di Giovenca, il quale al fine di conquistare la ragazza le declama i versi del Vate. Come restare impassibili quando il giovane, sopraffatto dall’esaltazione (o sarà forse qualcos’altro?) finisce per fuggirsene tra gli arbusti: «urlando come un ossesso, tanto che quando Giovenca aveva aperto gli occhi il Trionfa non era altro ce un puntino nero dentro al coltivo di ravizzone, agitato come uno spaventapasseri sconvolto dal vento».

Ma a ruotare attorno ai personaggi principali vi sono una miriade di personaggi minori, a volte semplici comparse, che, però, nonostante questo, Vitali si premura di descrivere in profondità condensando la loro esistenza in poche righe rendendoceli vivi, umani, fatti di carne e ossa. Perché i personaggi di Vitali non sono mai caricature, e, pur se a volte (spesso) bislacchi, non cadono mai nella macchietta conservando sempre un loro tratto umano, tanto che al lettore potrebbe tranquillamente capitare di imbattersi in una loro copia nella vita reale.  E questo lo sa bene chi abita in un piccolo paese dove ci si conosce tutti e dove ogni abitante ha quel briciolo di pazzia che i personaggi di Vitali esprimono all’ennesima potenza.

È come, in sostanza, se Vitali prendesse quel pizzico di stramberia contenuto in ognuno di noi moltiplicandolo e ingigantendolo, cosicché se in un paese “normale” magari di strambi ce n’è al massimo un paio, nel mondo fittizio dei romanzi di Vitali gli “strampalati” si trasformano in un caleidoscopio di personaggi originali e fuori dalle righe, pur tuttavia rimanendo sempre realistici. Gente, insomma, che il lettore può benissimo incontrare per strada.

Perciò ogni volta che una storia finisce, che il libro viene chiuso, il lettore è assalito da un senso di malinconia; lo stesso che ci prende alla fine di una vacanza a lungo attesa. Così, quando ce ne saliamo sul nostro bel treno che ci riporterà a casa, alla nostra grigia routine, aspettando di avvertire il fischio del capostazione che dà l’ordine di partenza alla locomotiva, mentre ci soffermiamo ancora una volta a osservare  i volti dei personaggi, venuti apposta in stazione per salutarci, ci viene il magone all’idea di dover abbandonare quelle facce, quelle esistenze divenute ormai così familiari. Anzi, in qualche modo proprio persone  “di famiglia”.

Però, a questa struggente sensazione di malinconia, al senso di perdita, si mescola, la speranza, nonché la consapevolezza, di un prossimo ritorno. Magari dovranno passare molti mesi (forse anni?) prima di tornare a concederci la nostra bella vacanza in quel di Bellano, ma di sicuro siamo certi che non si tratta di un addio, bensì di un arrivederci.

E allora, quando sarà tempo, torneremo a preparare la nostra valigia pronti per partire di nuovo alla volta di Bellano, desiderosi di affrontare un nuovo viaggio e nuove avventure, affidandoci ancora alla comprovata professionalità della nostra agenzia di fiducia: la “Premiata Ditta” agenzia viaggi Vitali, appunto!

 

Intervista a Osvaldo Neirotti

Ciao Osvaldo, benvenuto sul blog di Letterando.

Per prima cosa una curiosità: come ci hai conosciuto e perché hai scelto noi?

Ciao, innanzitutto grazie della bella opportunità. Oggi, infatti, nel calderone della comunicazione, farsi conoscere non è mica semplice!
Vi ho conosciuto tramite un amico scrittore che un anno fa, circa, aveva raccontato la sua storia tramite la vostra “rubrica”.
Presentati ai nostri lettori, chi sei e cosa fai quando smetti gli abiti di scrittore?

Mi chiamo Osvaldo Neirotti e sono alla mia prima pubblicazione. Sono tra quei “fortunati” che sono riusciti a raggiungere il cuore di un editore (Il Viandante). Gli ho inviato il progetto del Libro e del Gioco e il manoscritto “X Segreto”, lo ha apprezzato e da poco è stato presentato al Salone del libro 2018 di Torino.

Sono sposato, ho una bellissima figlia di undici anni, e contribuisco all’economia famigliare con un modesto lavoro part-time, trovato grazie ad un amico dopo che ho perso il lavoro. In realtà l’ho lasciato perché hanno smesso di pagarmi…
Quando non scrivo dipingo, scolpisco e gestisco un movimento artistico concernente tutte la arti. Sono co-fondatore di GoArtFactory, un movimento che, come mission, ha l’obiettivo di portare l’arte alla gente, di ogni forma e natura.
Come è avvenuto l’incontro con la scrittura? È stato un processo lineare, una scoperta recente o è stata una passione accantonata e poi recuperata?

Ho sempre scritto per me: aforismi, brevi racconti e qualche storia. La perdita del lavoro retribuito mi ha indirizzato verso nuove strade e ricerche, al punto che tra i vari e molteplici inutili annunci (uno è emerso in un anonimo giornale) me ne è saltato all’occhio uno in particolare. Nell’annuncio si cercava un disegnatore per realizzare un gioco di carte online e da subito mi è parso interessante, così ho creato circa 150 carte da gioco.
Tutto bellissimo tanto da sembrare un sogno fino a quando, però, il compenso è franato in una bugia. Perciò ho deciso di non concedere i diritti e le carte sono rimaste di mia proprietà. La bellezza, nella disperazione di aver perso un’occasione a quarant’anni, si è manifestata nella scrittura. Tutte le carte le ho realizzate ispirandomi a persone realmente conosciute, esse si sono incastrate in un racconto formatosi nella mia mente quando le dipingevo, pertanto non è stato difficile  completare i primi due libri.
Quanti libri hai scritto e quale genere tratti?

Tanti personaggi comportano una storia importante, pertanto ho deciso di distribuire la trama in tre libri, due dei quali già scritti e il terzo in stesura. Il primo l’ho scritto e gli ho dato il titolo “X Segreto”.
Derivando dal settore marketing mi è stato facile studiare le persone, ho creato personaggi attuali, personaggi di ogni età e ceto sociale. Racconto della vita e della società attuale attraverso un vestito fantasy, dove orchi, elfi, umani, gnomi e altre creature vivono in un unico ambiente e la bontà o la cattiveria non è data dalla natura, ma dalla propria indole come avviene nella vita reale.
Ci parli dei tuoi romanzi?

La genesi del libro è la vita stessa e le esperienze che ho acquisito. Ma se vogliamo posso indicarvi una data precisa: il 24 maggio 2015 sul ponte del Diavolo mentre osservavo la natura.

Tu sei un esordiente e spesso molti tuoi colleghi ricorrono all’autopubblicazione, tu cosa ne pensi, meglio avere alla spalle una casa editrice o chi fa da sé fa per tre? Com’è stata la tua esperienza in proposito?

Come detto precedentemente, sono uno dei fortunati che è riuscito a farsi leggere da un editore, ma se devo essere sincero credo sia indispensabile, per aspirare al successo, entrambe le alternative. L’autopubblicazione è una realtà attuale, ma a mio parere l’ultima spiaggia. Purtroppo sappiamo tutti come funziona in Italia, il mondo dell’arte (pittura, musica, scrittura …) in generale è in mano a pochi e questi pochi la gestiscono a seconda del vento, delle amicizie, della casualità, del ritorno economico, spesso escludendo la qualità. Mi sono affacciato al mondo della scrittura cercando di comprendere questa realtà confrontandomi con quella di altri paesi, Inghilterra e Stati Uniti per esempio. I libri in questi stati sono la base della cultura, del cinema, dell’illustrazione, del teatro, dell’arte, dei college, degli attori ecc., perché vige
un metodo diverso che sostiene una economia enorme, forse paragonabile al business del nostro calcio. La realtà attuale porta a dover darsi da fare, è impensabile creare un’opera e al termine pensare che si venda da sola, inoltre bisogna considerare se il creatore ha le possibilità economiche oppure no. Nel primo caso l’unica cosa che può fermare il successo è la poca qualità, nel secondo caso il vile denaro. Io ho preferito considerare una terza soluzione, crearmi l’opportunità. Arrivare ad un editore attraverso social, contatti, perseveranza e testa dura; una volta pubblicato approfondire il marketing, studiare campagne promozionali, leggere libri di comunicazione, creare eventi per sensibilizzare il pubblico, studiare, e non perdere mai di vista l’obiettivo.
Progetti futuri? Grazie per essere stato dei nostri e a presto!!!

Progetti futuri sono ben impressi nella mia lista mentale: vendere molte copie di “X Segreto” in modo da poter suscitare l’interesse di realtà editoriali e commerciali non solo italiane, pubblicare il secondo libro, pubblicare il gioco di carte e di ruolo le cui immagini sono già presenti nel web, pubblicare il terzo e conclusivo romanzo e i 20 racconti già abbozzati, che parlano dei venti personaggi protagonisti.
Per questa risposta mi sono soffermato su parole legate al mondo dell’editoria, ma di certo non tralascio la pittura, la scultura e l’espansione del movimento GoArtfactory che oggi conta circa 650 artisti che seguono queste mie idee condivise con il co-fondatore Giorgio Bologne.

Pagina ufficiale di Osvaldo Neirotti

https://www.facebook.com/Osvaldo-Neirotti-182588062469423/

https://www.edizioniilviandante.it/libri-autori/x-segreto/

come contattare l’autore

osvaldo.neirotti@gmail.com

“Egli si trova tra due mondi, il presente di una piccola realtà piemontese fatta di famiglia, società e l’immaginario dei racconti che spesso aiutano a scoprire verità, ma anche a nascondersi. Etrar è il mondo raccontato, l’altra faccia di noi stessi; ospita personaggi fantastici che traggono origine da miti e leggende della nostra storia. Si racconta di maschere che influenzano la vita di venti amici, una ribellione da se stessi, un racconto che parla al lettore di come trovare le proprie verità. Spesso basta un piccolo sussulto, un attimo, un battito di ali per cambiare.
Solo scopre che è rinchiuso in una prigione, scappa, corre e si nasconde; sta per uccidersi quando trova l’amicizia di un drago. Inizia a credere che al di fuori dei propri pensieri c’è una vita…”  

 

La morte delle icone pop e i falsi miti dei media

lastchristmas

di Coralba Capuani

Un altro mito degli anni Ottanta se ne è andato, e, profeticamente, proprio il giorno di Natale, festività al quale sarà per sempre legato il suo ricordo vista la popolarità di Last Christmas, diventata, sua malgrado, icona, pure lei, degli stucchevoli stereotipi legati a questa festività.
Siccome io negli anni ’80 ci sono cresciuta, avrei voluto scrivere una profondissima e serissima riflessione sull’innaturalità di queste morti, sul fatto che incominci a capire di essere vecchio quando ti guardi attorno e ti rendi conto che le persone che hanno condiviso buona parte della tua vita iniziano ad andar via: amici, conoscenti, e soprattutto icone pop. Sì, perché la morte di un personaggio famoso non è una cosa che ti lascia indifferente quando sai che molti dei tuoi ricordi sono incollati alle sue canzoni; che so, la prima infatuazione, i primi assaggi di libertà ecc. Quindi se muoiono George Michael, Prince o David Bowie, muoiono anche pezzi di vita in un certo senso. Sensazioni, emozioni, gioie e dolori fissati alle note delle loro canzoni. E non è che ti debbano piacere per forza, perché certe icone pop si imponevano a tutti, che lo si volesse o meno. Come fa, ad esempio, la generazione DJ Television, quella che ha passato le estati a guardare il Festivalbar, a non ricordare il motivetto che ti “facevano sorbire” per mesi e che, una volta fissatosi in testa, non ti scollavi più di dosso? Perciò ti di dispiace quando muore una “star”, perché sai che un pezzo di vita, un’epoca, se ne sono andate per sempre. Che non torneranno più.
Ma questo, in fondo, è un processo inevitabile, è la natura che fa il suo corso. A non essere normale è che molte icone della nostra adolescenza siano andate via, mentre quelle dei nostri genitori resistano ancora, gironzolando per i canali tv o sui palchi di mezza Europa quasi il tempo non li avesse sfiorati.
Ecco, sull’innaturalità della morte precoce delle icone della nostra adolescenza, sulla scomparsa di queste anime di carta, così leggere da volar via con un soffio di vento, avrei voluto discorrere in questo articolo. Fino a quando, cioè, non ho cambiato idea ascoltando i commenti “da comare” nei vari servizi giornalistici passati in tivù. Tralasciando il fatto di essere stata messa a parte di tutti i cavolacci intimi della buon’anima più in questi ultimi due giorni che in trent’anni della sua carriera, la cosa che mi ha lasciato basita è l’immagine quasi da “piccola fiammiferaia” che i media hanno dato di George Michael.
George sarebbe morto a causa di un infarto. No, rettifica, forse George sarebbe morto a causa della dipendenza da droghe che gli avrebbe causato l’infarto che lo avrebbe portato alla morte.
E perché il buon George avrebbe fatto uso di droghe? Ovvio, perché era un’anima in pena, sofferente, sola. Da quando la sua stella aveva iniziato a offuscarsi, poi, sarebbe ingrassato, perciò si sarebbe rintanato nella sua casa in campagna solo e isolato da tutti. Morto così: in pena e solitudine.
Però il suo corpo sarebbe stato trovato dal compagno, e i familiari, inoltre, smentiscono fermamente che il loro congiunto facesse uso di droghe. Anche perché George era una brava persona, buono e amato da tutti, un filantropo dedito agli altri, che avrebbe donato somme ingenti a favore di istituti caritatevoli e così via. E non si sarebbe smentito neanche dopo la morte, visto che parte dell’eredità sarà donata ai figli di alcuni suoi amici.
Ora, senza voler mancare di rispetto a una persona che non c’è più, mi sorgono alcuni dubbi:

1) Ma non si era detto che era un uomo solo? E allora da dove esce la lunga sfilza di amici, conoscenti, parenti e affini?
Risposta: boh!

2) Era ingrassato molto negli ultimi tempi, si vergognava, e perciò viveva lontano dai riflettori.
Risposta: ma un dietologo, no?

Spero sia palese che il mio intento non è denigrare George Michael, a cui va tutta l’umana pietas per un uomo che ha effettuato delle scelte sbagliate – la droga – pagandone, ahimè, poi, le conseguenze.
Il mio intento bensì è di tirare le orecchie a certi giornalisti che ricorrono al sensazionalismo esagerando, montando e gonfiando notizie che, invece, andrebbero date così come sono, in maniera semplice e trasparente.
E invece no, ogni volta che muore la star di turno bisogna farla passare per martire, ma perché?
Che bisogno c’è? Credono di rendercela più simpatica, o, forse, pensano di renderci più accettabili certe “leggerezze”, come imbottirsi di mix di farmaci, droghe, alcol e schifezze varie?
O vogliono solo prenderci in giro burlandosi delle “insignificanti” preoccupazioni delle nostre grame esistenze, come mutui da pagare, disoccupazione, non arrivare a fine mese e crisi economiche varie, che, vuoi mettere il paragone, sono davvero poca cosa in confronto alle sofferenze del vip di turno?
Ma la gente non è mica scema cari miei, lo sa benissimo che il vero problema del compianto George Michael era la droga, e non certo il fatto di essere solo, visto che un compagno, una famiglia e degli amici li aveva. Vogliamo poi parlare del problema legato al peso, che poi non è né più né meno di quello che devono affrontare tutti quelli che devono dimagrire. E quindi? Volete forse che il buon Michael non avesse avuto la possibilità di trovarsi un buon dietologo? Anzi!, magari quello sarebbe stato disposto pure a fargli la spesa nel mercatino bio, portargli a casa i cibi già cucinati, e, magari, pure lavargli i piatti.
Anche il discorso riguardo al declino del suo successo mi pare poco credibile visto che, se si fosse messo sotto a scrivere un album, e fosse andato a bussare alle porte giuste, nessuno gliele avrebbe chiuse in faccia quelle porte. E poi, in fondo sai che c’è, con i soldi che aveva se lo sarebbe potuto produrre da solo un disco, mica come noi miseri scrittori esordienti, che ci tocca quasi fare il porta a porta pur di vendere un paio di copie!
Il succo di questo lunghissimo articolo, dunque, è solo questo:  vada per la compassione che si deve a qualunque essere umano, soprattutto dopo la sua dipartita, ma che almeno i suoi errori possano essere d’esempio ai giovani, a far capire loro che ogni scelta ha un prezzo e che, prima o poi, il conto arriva per tutti.

 

Il coraggio di Bob

di Coralba Capuani

Il Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan, credo rappresenti un monito per chi si definisce scrittore o poeta: se quelli dell’Accademia hanno dovuto pescare tra i parolieri della musica pop, e ce ne sono di bravi, per carità, significa che non ci sono più autori capaci di trasmettere valori profondi o riflessioni originali. Significa, in breve, che ha perso la Letteratura, il mondo della parola scritta, quella che non ha bisogno della musica per esprimere la potenza che ha in sé, quella che non ha bisogno di contorno e che sta su da sola, in sintesi. E quindi abbiamo perso tutti:
1) gli scrittori: che hanno ricevuto un bello schiaffone in pieno viso
2) le case editrici: che, evidentemente, hanno perso la lucidità di giudizio e che non sono più in grado di “scovare” il talento.
3) la letteratura contemporanea: stata ridotta uno squallido Mc Donald’s dove ogni sapore viene appiattito in gusto che mescola sapori diversi facendone una brodaglia salata che sa di tutto e non sa di niente e che, peggio ancora, annulla le peculiarità della cucina locale tradizionale.
4) Ha perso la società e la cultura: che si ritrova una miriade di scrittori azzoppati ma nessun vero Autore con la “a” maiuscola, dove autore sta per letterato: persona che dedica la propria vita allo studio e alla diffusione della cultura

Insomma, senza voler crocifiggere o sminuire il talento di Dylan, vorrei che questo Nobel servisse a svegliare le coscienze addormentate di tanti “scrittori” che hanno svenduto il loro talento per una manciata di vendite in più, esattamente come le stesse case editrici che, nascondendosi dietro l’alibi del “non vende”, “non è un testo commerciale” hanno venduto l’anima al dio denaro abdicando il ruolo di scopritori di talenti.
Coraggio! Ci vuole coraggio: ecco, secondo me, quale deve essere il monito di questo premio Nobel. Bisogna che tutti ci si rimbocchi le maniche e si trovi il coraggio di osare, di dire/scrivere cose scomode, fastidiose, non commerciali, ma nuove e originali. Dove l’originalità non sta tanto nel messaggio in sé quanto nella visione personale di chi quel messaggio lancia al mondo. Questo, a mio avviso, quello che manca nella Letteratura moderna.