UN SIMPATICO IDIOTA FELICE

   Lo scrittore esordiente,

vita dura?

KERINT SCRIVENTE

Succede che quella cosa che brulica dentro allo stomaco a un certo punto si espande. Il primo pensiero è: “che sia un tumore?”. No, non lo è. Oddio, potrebbe anche essere visto come una malattia, qualcosa di incurabile, non contagioso, ma che può diventare terminale. I sintomi sono anomali, non ben inquadrabili in nessuna patologia conosciuta in medicina. Si alternano stati di euforia a momenti di depressione. Ma procediamo con ordine. Si comincia con un momento di particolare benessere. Una leggera eccitazione induce fantasie e visioni singolari che spingono il “malato” a prendere carta e penna per scrivere una frase che diventerà un periodo fino a diventare una scena. Bene, la prima idea ha preso forma e abbiamo realizzato un incipit. A questo punto l’euforia è in metastasi. Ogni cellula è coinvolta. Il corpo e la mente diventano tutt’uno e subentra l’effetto anestesia. Ogni pensiero è dentro la nostra storia. Potete anche evitare di parlare con l’”aspirante”, a meno che non gli chiediate di quello che sta scrivendo, a che punto è, di che cosa parla ecc. ecc.

Non sarà capace di parlarvi d’altro. Nessun argomento lo potrebbe distrarre dalla trama che sta vivendo. Quindi armatevi di pazienza e lasciatelo vivere nel limbo in cui si trova, lui sta bene solo lì. Il fascino della creazione è proprio questo: l’euforia e il coinvolgimento totale, lo stato di benessere e una sorta di gioia che illumina gli occhi e accende il sorriso. Insomma, potete riconoscere uno scrittore esordiente perché ha un sorriso idiota stampato sul viso, cammina a un metro da terra e parla da solo. Ah, dimenticavo: non vi ascolta quando parlate anche se sembra attento, non illudetevi, finge. Ma non vi preoccupate, (o forse sarebbe meglio preoccuparsi, non so) appena il romanzo sarà finito tutto questo passerà. La prognosi varia da soggetto a soggetto e per genere di romanzo. C’è chi esaurisce questa fase in pochi mesi chi impiega anni, ma tutto rientra nel quadro clinico. Quindi, superato rash la malattia entra nella fase acuta e, ahimè diventa irreversibile. Lo scrittore esordiente non riuscirà più a smettere di scrivere, l’assuefazione è incurabile. KERMIT DROGATO

Non esiste droga, alcool, medicina che possa frenare il bisogno che sente. La mente produce immagini continuamente e tutto diventa storia raccontabile. Il confronto con il lettore è la fase immediatamente successiva. Se siete vicini a uno scrittore esordiente siete condannati: dovete leggere tutto quello che scrive, volenti o dolenti, non avete via di scampo. Rassegnatevi, ma ormai lo siete già. Per tutto il periodo che ha scritto, l’autore emergente vi ha preparato a questo momento e sapevate da tempo che sarebbe arrivato. Quindi con pazienza e condiscendenza leggerete il suo libro che peraltro conoscete già, sapete già di che cosa parla ecc. ecc., ma lo leggerete ugualmente e ne parlerete bene perché non ne potete fare a meno. Se avete coraggio e se lo ritenete possibile, azzarderete qualche critica, ma proprio da niente, velata da qualche complimento, così per farla ingoiare senza che nemmeno se ne accorga. Ora però serve un confronto obiettivo e a questo punto i mezzi sono molti, ma i risultati pochi. KERMIT ANSIOSOSi comincia con l’invio alle case editrici più in vista, poi a scalare si passa a quelle meno conosciute per finire a cercare quelle seminascoste in fondo alla lista di Google. Ogni volta che prendete in mano un libro la prima cosa che guardate è la CE e subito andate a inviarle il vostro manoscritto. Spedire mail diventa un lavoro a tempo pieno. Ogni concorso letterario diventa l’occasione per capire se il romanzo può piacere a qualcuno oltre che a voi e ai vostri amici più cari. L’attesa logora e più i tempi si dilungano più si consolida la consapevolezza che no, nessuno pubblicherà il vostro lavoro. A questo punto subentra la depressione post scripturam. KERMIT DUBBIOSOTutto l’entusiasmo e l’euforia sono evaporati, subentrano i dubbi. Nulla è più certo. Ogni sicurezza sparisce. Si dubita di tutto. L’umore comincia a variare di giorno in giorno. C’è sempre il bisogno di scrivere che è diventato cronico, ma serve l’entusiasmo per riuscire a farlo. C’è bisogno di un riconoscimento. Qualcosa che alimenti l’autostima. Quindi si prova con un corso di scrittura creativa che è un buon metodo per confrontarsi con altri scrittori e per avere un giudizio, più o meno obiettivo, sulle proprie capacità. Si scrivono infiniti post sui social, ai quali risponderanno sempre i soliti amici amorevoli e condiscendenti, ma serviranno a sostenere quel po’ di autostima che basta. Si apre un blog. In casi estremi si ricorre al self publishing. Arriverà qualche riconoscimento, qualche complimento “vero”, qualche offerta di pubblicazione. Dopo anni di “gavetta”, se il successo non arriva, arriva la rassegnazione. L’autore esordiente conosce il suo male e impara a conviverci. È cosciente dell’impossibilità di guarire e scrive nonostante tutto, scrive per se stesso, per continuare a tediare amici e parenti. Si stampa da solo i suoi romanzi, e continua a vivere tra momenti di euforia e sconforto.

No, non dovete aver pena dell’eterno esordiente, lui sta meglio di voi. Ha un sogno, ha un progetto e ci crede, ci crederà sempre nonostante le delusioni, i rifiuti e l’indifferenza collettiva. Lui continuerà a camminare a un metro da terra, a sorridere come un idiota e parlare da solo, ma non lo darà più a vedere, con discrezione anche se sarà sempre pronto a parlarvi del suo romanzo e la gioia riempirà i suoi occhi ogni volta che il rash è in corso.

KERMIT IDIOTA

Monica Bauletti

Blocco o non blocco…♫ ♪

by Monica Bauletti

by Monica Bauletti

“Sarà capitato anche a voi ♫

di avere una musica in testa, ♫ ♪

sentire una specie di orchestra ♫ ♪

suonare suonare suonare suonare, zum zum zum zum zum zum zum zum zum”♫♫♫

Cantava così Mina nel lontano 1967. Caspita!, ero “piccola, piccola, piccola così…”. Va be’, questa è un’altra canzone, non divaghiamo.

Quello che mi frulla per la testa non è una musica e non c’è un’orchestra che suona.

Non so se “sarà capitato anche a voi” di avere un’idea che ribolle dentro e che deve uscire. Deve in qualche modo liberarsi, ma è come se non trovasse la via, è come se ci fosse un ingorgo e la gola soffoca, la mascella si inchioda e una pressione spinge nelle orecchie perché qualcosa preme per uscire.

Viene da pensare che la viabilità interna sia mal organizzata. Potrebbe mancare la segnaletica, non c’è il divieto di accesso e la freccia direzionale.

Già!, le orecchie sono a senso unico, i suoni entrano non escono. Le orecchie sono il nostro ingresso audio. Le idee possono disporre di altre vie per uscire, attraverso la bocca, per esempio. Le mani sanno dare voce a idee immortali. Anche il corpo è espressione del mondo interiore, per non parlare degli occhi!, si dice o no che siano lo specchio dell’anima? Anche gli occhi sanno dire.

Va be’, però con tutte queste vie di uscita voler passare dall’unica impraticabile è tipico di chi deve fare le cose ‘contro’ a tutti i costi. O forse sono le idee che si ribellano?

Con tutte le banalità e ovvietà che si sentono in giro, i discorsi ‘piacioni’ recitati ad arte per incantare ora uno ora l’altro o, peggio, per abbindolare le platee di creduloni speranzosi è possibile che le idee cerchino una via d’uscita senza filtri e senza condizionamenti, allora sperimentano percorsi vergini e incontaminati.

Sì, questa ipotesi è plausibile, se non altro per l’originalità e l’inverosimiglianza.

Allora se un’idea che fa “, zum zum zum zum zum zum zum zum zum”♫♫♫ è così audace, ribelle e irrispettosa della regole, quanto potrà mai essere concepibile?

Al momento sembra più che altro irrealizzabile tant’è che mi trovo inguaiata ed è qui che arriva il blocco dello scrittore perché ho tre personaggi che mi guardano speranzosi e aspettano di esprimersi. Mi seguono insistenti e io non so come aiutarli:

– C’è una donna non più giovane che sta vivendo momento difficile della vita e vuole potersi sfogare.

– C’è un ragazzo/giovane-uomo che fa un lavoro pericoloso e si trova a dover gestire un dolore atroce. Il lavoro che gli piace moltissimo gli ha prima permesso di incontrare la donna della sua vita e poi gliel’ha tolta.

– C’è un ragazzino adolescente traumatizzato da una tragedia famigliare.

Che cosa avranno in comune questi tre personaggi Dio solo lo sa! Sono lì che mi guardano supplichevoli con i loro volti tristi e speranzosi che si ergono su un corpo invisibile come ectoplasma.

Questi “tre personaggi in cerca di autore” mi aleggiano intorno come palloncini un po’ sgonfi che l’atmosfera preme giù e l’elio non ha abbastanza forza per opporre resistenza e farli volar via, insomma sono un po’ sgonfi. Loro?

No, non sono loro a essere sgonfi. Quando ciò accade è l’autore a essere sgonfio.

Tanti sono i consigli per superare il “blocco”, tutti buoni e validi allo stesso modo. Proviamoli e troveremo prima o poi quello che funziona. Di una cosa però sono certa, la creatività non si doma. Si può usare la frusta e tirare le redini quanto si vuole, ma a incanalarla per esercitare il controllo e guidare, il risultato sarà pessimo.

La creatività ha bisogno di libertà, deve poter volare otre e lontano da tutto, il minimo attrito può compromettere il risultato, contaminare l’effetto e il prodotto rischia di diventare tossico.

TESORI, TESORETTI, TESORETTO.

By Monica Bauletti

By Monica Bauletti

Ho perso il mio senso ironico. L’ho smarrito strada facendo. Di certo è inciampato tra una delusione e l’altra. Oppure mi è stato sottratto in un momento di distrazione, di debolezza. Fatto sta che ora non riesco a trovare il ridicolo negli eventi della vita quotidiana. Non mi viene più da ridere. Che peccato!, e dire che ce ne sono tante cose su cui ridere, pensate al “tesoretto”. Se avessi il mio senso ironico mi sbellicherei dalle risate, ma ditemi voi è mai possibile che geni della finanza, ministri e segretari strapagati per tenere in ordine i conti dello stato si siano persi 1,6 miliardi di euro?, che miracolosamente diventano disponibili durante una seduta in camera di consiglio per l‘approvazione di un decreto? Subito si ipotizzano “misure a sostegno dei più poveri”. Così tutti a vantare il diritto di precedenza come se in questa strana Italia ci fossero categorie povere in grado di essere ascoltate.Il povero sussurra, si lamenta piano, ha una dignità da difendere, unica ricchezza rimastagli che resiste oltre le privazioni e la fame.

Beh, stiamo a vedere che fine farà questa pioggia di soldi arrivata per incanto a bagnare l’aridità di una crisi senza fine. No, l’allegoria non va bene. Non consideriamola una pioggia altrimenti chi ne accumulerà di più sarà come sempre chi ha i mezzi per trovare il contenitore più grande. Il poveraccio oltre a mettere le mani a coppa che cosa potrà fare?

Va be’ sarà quel che sarà. Che poi chissà se c’è davvero questo tesoretto, non è che perché uno lo dice durante una conferenza stampa, poi si materializzi per davvero. Se fosse un altro errore di conteggio? Se piuttosto che avere il segno più ci fosse stato un errore di trascrizione e avesse il segno meno? L’algebra è insidiosa se non si sta attenti. Chi si è distratto una volta potrebbe distrarsi ancora. Possiamo fidarci di chi dichiara di essersi trovato in saccoccia 1,6 miliardi così, per caso?: “Ohibò! Ma guarda un po’ che mi trovo in tasca oggi, quasi due miliardi, ma che bella sorpresa!”

“Ma che presa per il culo!” oserei dire. Insomma stiamo tirando la cinghia da anni. Ci hanno appena aumentato tasse, l’aliquota IVA e oneri vari. Vado a prenotare una visita alla clinica convenzionata USL e la segretaria mi dice che se mi avvalgo del ticket pago quasi il doppio rispetto la visita privata. Mi dicono che “forse” potrò andare in pensione a 66 anni ed 1 mese e mi viene sempre più spesso da chiedermi perché verso i contributi che ogni anno aumentano? Come se non bastasse adesso arriva spavaldo e sorridente il “mio” presidente del consiglio a dirmi che ha trovato un “tesoretto” e decideranno come spenderlo.

Ma che cazzo! Scusatemi, la perdita dell’ironia mi stimola la parolaccia. Lo so che non si piange sul latte versato, però c’è gente che forse avrebbe sofferto di meno se i conti fossero stati fatti meglio al momento giusto, se avesse potuto evitare di pagare alcune tasse che poi, diciamocelo, non è che i servizi offerti siano adeguati ai costi imposti.

Andando alla ricerca della mia ironia perduta, sono di nuovo inciampata e che ti trovo? Un articolo di qualche giorno fa sul sito della UIL Romalazio dove il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica in un’intervista rilasciata a Teleroma 56 va elencando le percentuali di aumenti gravanti sul popolo della capitale. E ci consegna un’analisi statistica poco confortevole:

“Sono soprattutto le tasse e i beni di prima necessità ad aumentare durante il mese di marzo 2015. La fornitura d’acqua in testa, con un 32,9% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e un più 9% rispetto al mese precedente. Segue la raccolta delle acque di scarico (+20,8 rispetto a marzo 2014 e +8,8% rispetto a febbraio 2015) e i vegetali che registrano su base annua un più 8,5%. Più 2,6% anche per caffè e te, più 3% per le bevande alcoliche e più 1,4% per pesce e prodotti ittici. Questi alcuni dati sull’inflazione nella Capitale nel mese di marzo 2015 elaborati dalla UIL di Roma e del Lazio”.

Sarà anche un’indagine statistica riferita a Roma, ma credo che nel resto dell’Italia le medie di aumenti non diano un risultato molto diverso, come si dice : “Tutto il mondo è paese” e quando si parla di tasse l’equità è d’obbligo, o forse no? Porca vacca! (Scusatemi la parolaccia ma non ho ancora trovato la mia ironia.) Certo che no! Sarà equa la distribuzione oggettiva, ma non certo quella soggettiva. Sappiamo tutti che si paga in base a ciò che si dichiara, no? E allora come si deve fare per pagare meno? Basta non dichiarare nulla!, e chi sono i maestri in questo settore? Non ne parliamo che è meglio! Intanto sappiamo tutti che sono sempre gli onesti che pagano, chi ha la casetta, chi ha il reddito fisso, e anche chi l’ha perso, e ciò nonostante fa le acrobazie per continuare a pagare la rata del mutuo, la tassa comunale, il canone RAI, magari rinunciando alla visita medica o spostandola di un mese, lasciando la macchina ferma in garage perché l’assicurazione è scaduta e il serbatoio è vuoto e così via.

Certo i miei sono discorsi da persona ignorante che sa a malapena fare 2 + 2, ma che almeno è certa del risultato! A gente come me non è concesso di sbagliare i conti, Equitalia è in agguato punisce all’istante chiunque non sia puntuale e preciso.

Però mi farebbe comodo un tesoretto anche più piccolo, va comunque bene con qualche zero in meno. Quasi quasi mi metto in lista e faccio pure io la mia proposta per come investire i 1,6 miliardi. Sono davvero tanti, non riesco nemmeno a quantificarli. Io a malapena riesco a ragionare fino a 4 zeri, già i 5 son un’eccezione.

Mia suocera, che di economia domestica è maestra e riesce a vivere pagando bollette, spese condominiali, tasse, visite mediche e medicine con la sola pensione di mio suocero direbbe che un tesoretto di tali dimensioni è un insulto alla miseria. Già!, vantare con tanta leggerezza e spavalderia che, dopo avere spremuto i più poveri, si dispone di una cifra così ingente e non è immediata la decisione, ma si dovrà valutare con attenzione come utilizzarla, è davvero un insulto.

Dalla coltura alla cultura. L’autore di oggi è ENRICO GROSSI

grossiCari amici di Letterando oggi vi presentiamo Enrico Grossi di Luzzara in provincia di Reggio Emilia che ora vive a Suzzara in provincia di Mantova.
Il nostro amico Enrico è un operatore agrario e, scusate la battuta ma non posso resistere, nel suo caso devo proprio dire: dalla coltura alla cultura! Ok, battuta scontata, ma pur sempre veritiera.
Enrico si occupa di giardinaggio, che è la sua qualifica, ma anche di molto altro infatti l’ospite di oggi è un personaggio dai mille talenti, nella sua biografia Enrico elenca tutto ciò:

Enrico: Scrittura come Hobby. Scrivo racconti dall’età di 15 anni. Mi sono cimentato anche nell’horror e Giallo. Svolgo l’attività di giornalista Free Lance con alcuni siti di cronaca locale, scrivo articoli di cronaca della zona di Suzzara MN, sport avvenimenti culturali e altro. Sono in possesso inoltre vari attestati di corsi di uso di computer e sono un autodidatta dell’assemblaggio di scripts in html e costruzione di siti web.

Tra tutte queste attività Enrico predilige la scrittura ed è a quella che aspira, ma si sa bisogna pur vivere e siccome al giorno d’oggi chi “scrive non mangia” il lavoro che sostiene è sempre un altro, vero Enrico?

Endico: Guadagni sulle attività sopracitate nulla infatti, lavoro come giardiniere con tosa erba taglia legna e altro, tra sterpaglie e segatura volante mi vengono della idee che poi metto nei file, un po’ come un ragazzo americano degli anni 70-80 che abitava a Caslte rock, posto non certo entusiasmante penso, come la bassa padana dove abito. Come diceva Guareschi, in riva al Po è un mondo a parte in estate ci sono 30 gradi e umidità al 120% frotte di Zanzare che sembrano aviogetti e oggi anche nutrie a volontà che rosicchiano gli argini, in inverno una nebbia tanto fitta che ci appoggi la bicicletta contro e resta in piedi.
Qua nessuno viene in vacanza anzi se si può si fugge. Per scrivere però di soggetti ce ne sono parecchi.

Bene, ed è di quello che ha bisogno uno scrittore, no? Che se ne fa di un’isola tropicale, mare limpido, sole splendente, e turisti che non fanno niente dalla mattina alla sera se non pensare a divertirsi? Scherzi a parte, chi scrive sta bene ovunque perché non è mai fermo da nessuna parte, la sua mente è sempre in viaggio. Quindi Enrico tu scrivi per evadere dalla realtà oppure perché la realtà in cui vivi ti offre sempre stimoli nuovi?

racconti grossiEnrico: Perché scrivo? Dirlo e piuttosto complicato. Non so se scrivo per altri che mi leggono o per me, eterno dubbio di chi scrive. In ogni modo non riesco a stare lontano dal testo scritto da quando avevo dodici anni.
Scrivevo piccoli racconti di fantascienza e gialli sui quaderni. Inizialmente erano ispirati ai telefilm come UFO o dai Gialli, uno su tutti: “Lungo il Fiume Sull’ Acqua”, “l’America di Nero Wolfe di Buazzelli” Poi dalle infinite letture in biblioteca pubblica, la mia seconda casa. Sono passato dalla scrittura a mano alle Olivetti e poi al Computer.
Un altro incentivo è stato lo sport. Da quando mi occupo di hockey pista, da dirigente, scrivo gli articoli sulle partite per i giornali on line. Scrivo articoli anche sulle partite di calcio per la cronaca locale, questo ha tenuto accesa in me la fiamma pilota della scrittura. Le idee mi circondano, non le cerco, arrivano da sole. Un paesaggio, una persona che compie un gesto, un fatto di cronaca, un mix che riempie il foglio bianco di word. Oggi sono nella parte discendente della vita però scrivere mi allontana l’ossessione del tempo che corre. Ogni giorno, mi alzo bevo un latte caldo accendo il personal computer e scrivo, lo faccio e basta. Oltre che per il magazine web, scrivo dei racconti. Ho scritto un romanzo, spero che qualcuno lo legga.

Te lo auguriamo anche noi caro Enrico, la scrittura è un vizio sano che non si deve perdere ma si deve coltivare e come tutti i vizi per prima cosa deve produrre soddisfazione sennò che vizio è?, se poi rende ricchi e famosi tanto meglio!

Con questa storia di vita da scrittore, cari amici di Letterando, noi vi diamo appuntamento al prossimo mercoledì, Alto scrittore, altra avventura. Buona settimana a tutti

Grazie Enrico per averci parlato di te e davvero tanti auguri per tutto.

La puntinite pustolosa.

pois

di Coralba Capuani

Oggi Letterando vi parlerà di una malattia gravissima che affligge l’esordiente almeno una volta nella vita. Vi avverto che il tema è un po’ delicato e non adatto a tutti; solo gli stomaci forti potranno sopportare la vista dei ributtanti sintomi della malattia.

Perciò se siete anime sensibili vi invito a leggere l’articolo con cautela, magari tenendo accanto a voi una bacinella di plastica o dei fazzoletti di carta, non si sa mai, per ogni evenienza.

Il morbo si presenta nella sua fase acuta soprattutto in adolescenza, e si diffonde grazie all’utilizzo di diari dove i giovani appuntano i loro pensieri in erba. Qui, data la confusione che annebbia ancora le loro menti in fase di formazione, si crea il sostrato che diverrà l’habitat ideale per la proliferazione di questo pericoloso virus. In questa fase poi, come ho anticipato sopra, la malattia si presenta nella sua forma più grave, con sintomi molto evidenti; le pustole puntinate proliferano in maniera esorbitante crescendo in maniera direttamente proporzionale alla confusione del pensiero che si vuole esprimere.

Passata questa fase il morbo si attenua, ma solo leggermente. Infatti in alcuni soggetti la malattia permane, seppur in maniera più lieve, anche molti anni dopo la fase adolescenziale.

Non vorrei che le mie parole a questo punto allarmassero le madri italiche, perché non si tratta di un male incurabile, il rimedio c’è, e non è neanche troppo doloroso. Per guarire da questo morbo bisogna seguire attentamente questa posologia:

  • leggere almeno un buon libro al mese
  • esercitarsi a lungo nella scrittura
  • farsi seguire da un bravo professore (scrittore)

Vedrete che seguendo questi semplici consigli la malattia verrà presto debellata. Per concludere voglio elencare i sintomi del male in modo che possano essere tempestivamente riconosciuti e trattati.

Ecco un esempio di come si presenta la malattia in adolescenza.

Caro diario,

oggi ho incontrato Francesco a ricreazione…………. Più lo guardo e più mi sembra bono……. Peccato però che sta sempre attaccato a quella cozza di Simona (secondo me ci sta solo perché gli fa copiare i compiti in classe………….). Ma appena vado dall’estetista mi faccio avanti, voglio vedere poi se sceglie me……..o lei…………………………….

Ecco invece come si presentano i sintomi in una persona matura e già in via di guarigione.

Monica prese l’autobus al volo pensando: «meno male che ce l’ho fatta….se no chi lo sentiva il capo..»

Poi, una volta preso posto, aprì il giornale sulla pagina dedicata agli spettacoli, «vediamo cosa c’è stasera in tv..», si disse pregustando un programma alternativo con il suo fidanzato….

Come potete notare la differenza è netta. Pur rimanendo alcuni sintomi, essi tendono tuttavia ad attenuarsi, mostrando che il soggetto è in via di guarigione. Si noti ad esempio la lotta tra anticorpi e virus che spiega l’oscillazione tra i due e massimo cinque puntini. In seguito però, dopo vari cicli curativi, il soggetto si assesterà sui tre puntini classici che, manifestandosi di tanto in tanto, rientrano tranquillamente nella norma.

Dimmi quando o cuanto? Le insidie della q.

q1

di Coralba Capuani 

Ripassino facile facile quello di oggi, perché le difficoltà che la lettera q presenta potrebbero essere ridotte a due: soqquadro e acqua.

Questi infatti gli errori più comuni che si commettono avendo a che fare con questa letterina. E, quindi, essendo solo due non dovrebbe essere poi così difficile tenere a mente queste regolette.

E invece no, cari amici scrittori di Letterando, perché non è mica così difficile trovare gente che scrive acuila, inicuo e così via basandosi sul fatto che, se proficuo si scrive con la c, allora pure quello la vorrà. Sono sempre questi ultimi, inoltre, a porsi domande circa la necessità di usare la q per nacque, piacque e tacque. Eh sì, perché se tu scrivi taccuino con la c, perché non scrivi pure piaccue, taccue e naccue dato che la pronuncia è la stessa? E poi chi gli spiega perché cuore, cuoco e cuoio non hanno il diritto alla q, mentre i loro fratelli di pronuncia quoto, quoziente e quota sì? E che ci sono raccomandati pure in ortografia? Ma no, cari amici, tranquilli, si tratta solo di una regoletta che deriva dal latino. Praticamente, tutti quei vocaboli che avevano la q in latino (es. liquor, iniquus, qualis ecc.), la vogliono anche nell’equivalente italiano; perciò cuore (cor), scuola (schola), proficuo (proficuus), percuotere (percutere) vogliono la c.

E comunque adesso potete anche supporre di chi sia la mano che si cela sotto la famosa scritta “abbasso la squola!”. Sì, proprio quella che continua a campeggiare a caratteri cubitali sui muri di ogni “squola” che si rispetti. J

Scrittori che ce l’hanno fatta. Parte prima: il fortunello.

gastone

di Coralba Capuani

Dopo aver dedicato alcune lezioni al ripasso della lingua italiana – lezioni che riprenderemo al più presto – vediamo di parlare anche del ruolo che le case editrici hanno nei confronti dello scribacchiante di turno. Premettendo che al momento la sottoscritta ce l’ha un po’ su con le case editrici, parliamo di chi ce l’ha fatta. Di chi ha trovato qualcuno che crede nel suo lavoro al punto da pubblicarlo. Ma non di gente normale che, inviando carrettate di manoscritti, alla fine, tra rifiuti, proposte di pubblicazione a pagamento e silenzi assoluti ricevono finalmente la tanto sospirata proposta. In questo articolo invece vogliamo parlare dei Gastone, di quelli che alla loro prima intervista da debuttanti dichiarano che, dopo aver inviato il loro manoscritto, l’editor della casa editrice si è innamorato a tal punto del loro romanzo da essere contattati immediatamente. E tutto in un paio di mesi! Oppure che un pezzo grosso di una prestigiosa casa editrice, non avendo nulla di meglio da fare che passare in rassegna la sterminata galassia dei blog, su chi va a imbattersi? Eh sì, esatto, proprio nel fortunatissimo scribacchino. Ma che casualità! Ma che fortuita coincidenza!

Sapete, io me lo immagino proprio il tizio che racconta ai microfoni della stampa le sue mirabolanti avventure. E più o meno la scena me la vedo così:

«Ma, guardi, io me ne stavo tranquillamente a casa con il mio panino con la mortadella che sento squillare il telefono. Siccome risponde sempre mia madre o mio fratello, non mi sono neanche alzata finché quell’imbecille brufoloso di Giorgio – mio fratello appunto – si è messo a strillare: “scendi cretina che c’è uno con la voce da maniaco che ti vuole”. E tutto questo senza neanche coprire con la mano la cornetta! Comunque, appena mi sono ripresa un po’, dopo aver mandato giù il pistacchio della mortadella che mi era andato di traverso, insomma, dopo, ho risposto cercando di fare la gnorri. Guardi, signor giornalista del quotidiano La Spubblica, non sa che emozione ho provato quando ho scoperto che quello là, il maniaco, cioè, la persona che mi cercava, era nientemeno che il signor Primo Libro, l’editor della famosissima Cani e Porci editore».

E lei che ha fatto? – incalzerà a questo punto il curioso giornalista rivolgendosi alla debuttante che se ne sta ieratica come la statua di una dea.

«A parte che a momenti mi veniva un colpo», risponde la smaliziata esordiente non abituata al clamore mediatico. «All’inizio non ci credevo neppure, poi quando lui, il Primo Libro, si è messo a dire che lui neppure li guarda i manoscritti degli esordienti. Perché lui, il Primo, ha ben altre cose più importanti da fare. Come per esempio rompere le scatole ai pesci grossi – gli scrittori affermati della sua casa editrice – affinché si diano una mossa con il prossimo libro perché non possono mica aspettare i loro porci comodi – si perdoni il gioco di parole. E che ora che sono famosi non vuol dire che possono fare come piace a loro, che i diecimila euro di anticipo la casa editrice li ha versati da parecchio ormai e, insomma, tutti questi affari delicati».

E quindi come è arrivato il signor Primo al suo manoscritto? – chiede il giornalista che un po’ inizia a scocciarsi di queste pause alla Celentano.

«Ma è proprio questo il bello! Primo Libro mi ha contattato dopo essersi imbattuto nel mio blog Parole a vanvera. Sa, signor giornalista, lì scrivo tutto quello che mi capita durante il giorno, ma proprio tutto tutto. Perché penso sia importante condividere ogni più piccola esperienza con il mio pubblico di lettori che così sono sempre aggiornati sugli spostamenti in treno o in autobus, sui viaggi a Fregene, su quello che mangio (fotografo i piatti in tempo reale), sul fatto che il mio cane Pongo abbia fatto pupù (sa, è un po’ stitico) e, insomma, su tutte queste cose».

Ah, sì? – chiede il giornalista in mezzo a uno sbadiglio.

«Lì ovviamente fornisco informazioni anche sui miei libri che puntualmente pubblico su Amargon. Perché non è mica una vergogna auto-pubblicarsi, anzi, sa quanti bei libri ci trova lì dentro?», prosegue imperterrita la petulante scribacchina elencando titoli e sinossi complete dei trecentoquindici libri auto-pubblicati.

«Ed è proprio lì che Primo Libro si è imbattuto nel mio romanzo rosa-porno-erotico Pelando cipolle senza lacrimare, quello che attualmente considero il capolavoro assoluto tra i trecentoquindici».

Vi risparmio il resto dello sproloquio che durerebbe almeno una mezz’ora tra l’elenco delle doti insite sin da bambina (era destino!), la fortuna di aver incontrato la persona giusta al momento giusto (il colpo di…), e l’essere tenace (sapevo da sempre che ce l’avrei fatta). E tante altre autocelebrazioni perché, non so voi, ma io mi sono stancata di ascoltare le bufale     che ci propinano le case editrici intente a costruire la favola del cenerentolscrittore. Di quel fortunello, cioè, che dopo l’incontro con la fatina buona viene introdotto nel palazzo della Letteratura, dove incontrerà il lettore-principe che si innamorerà al primo sguardo e dove, infine, verrà incoronato Re delle vendite.