Il viaggio attraverso la “lunga notte” di Lamia Berrada-Berca

romanzo cop

di Coralba Capuani

Ieri sera mi è capitato di assistere alla presentazione di un libro molto particolare, un testo complesso, di non facile lettura, un “non-romanzo” con dei “non-protagonisti”, così come la stessa autrice l’ha definito.

Il testo si mostra originale già dalla Lamia-Berrada-Berca_1127disposizione grafica che può essere letta come un insieme di singoli momenti poetici miranti a indicare l’alternanza tra parole e silenzi. Il tema dominante è la mancanza di libertà e, allo stesso tempo, un invito a lottare contro tutte le forme di oppressione.

Con C’è una stessa notte per tutti, l’autrice franco-marocchina Lamia Berrada-Berca “si tuffa nel mezzo di una lunga notte, laddove s’infilano la disperazione umana e la dismisura delle cose, per tentare di intravedere quello che continua a salvare la nostra umanità, nonostante tutto, in un mondo che troppo spesso la nega”. (http://www.edizionidifelice.it/2015/77-pav4-berca.htm).

La “trama” si potrebbe riassumere così: si tratta della storia di tre personaggi che si muovono al di là dello spazio e del tempo, in un corpo a corpo perverso tra luce e buio: il becchino che seppellisce i morti e ne ingoia il dolore e, di contro, la moglie ostetrica che preleva la vita, portando i bambini alla luce. Sopra di loro, come un macabro avvoltoio, il dittatore/sciacallo che schiaccia tutti, beandosi del buio sul quale regna.

Devo dire che già dalle prime informazioni ricevute durante la serata di ieri, mi è parso un testo molto coraggioso, un tentativo di allontanarsi dalla massa per dire qualcosa di diverso e pregnante. E mi fa ancor più piacere che questo messaggio provenga da una donna. Come ho fatto notare alla stessa autrice durante l’intervento del pubblico, il nostro mondo, che sembra democratico e libero, non è mai stato così oppresso come adesso. Soprattutto noi donne, a cui è stata data una libertà all’apparenza completa, siamo invece più schiave di quanto siamo mai state in passato. È come se, in pratica, attraverso la concessione di una liberà sessuale completa, ci venisse dato “il contentino”, mentre in realtà questa presunta libertà rimane solo sulla carta. Si può forse chiamare libertà questa? E cosa dire delle tante vittime di violenze e soprusi, per descrivere i quali si è dovuti ricorrere alla coniazione di un neologismo (femminicidio)? Per non parlare delle discriminazioni ancora presenti nel “moderno occidente”; basti pensare alla diversità di trattamento economico ricevuto dalle lavoratrici rispetto agli uomini, solo per fare un esempio.

Il mondo di cui parla Berrada-Berca è proprio come il nostro, un mondo all’apparenza libero ma inconsapevole, e quindi in realtà schiavo di ciò che lo sciacallo vuol far credere. Questo perché la libertà senza coscienza non è libertà e un uomo privo della coscienza è come un sacco vuoto, senz’ anima. In un mondo basato su una dittatura mascherata ci è data la possibilità di agire, di parlare, di scrivere, ma si tratta di concessioni “guidate” dall’alto che, però, non hanno nulla a che fare con la vera libertà. La Berca ci dice, in sostanza, che in tutte le dittature, mascherate e non, il dittatore/sciacallo si ciba della nostra vera essenza riconsegnandoci dei corpi vuoti che, sì, agiscono, vivono, ma che non hanno coscienza di agire, di pensare e di vivere, e, pertanto, è come se fossero già morti.

Come avrete avuto modo di capire da queste poche righe, la densità semantica del testo è notevole e non sempre di facile fruizione, anche perché il testo è basato su una serie di ossimori: vita/morte; luce/buio; speranza/disperazione. Elementi ulteriormente complicati dal fatto che spesso questi aspetti contraddittori sono in realtà facce di una stessa medaglia. La fossa che il becchino scava, ad esempio, seppellisce la vita, la speranza, i progetti, i sogni, la creatività, ma da questo pozzo nero si può risalire in un certo senso. Anche la stessa vanga che scava nell’abisso può avere una funzione opposta, quella di disseppellire il contenuto (simbolico) della fossa per riportarlo alla luce. Perciò il messaggio finale è positivo: tutti dobbiamo attraversare la nostra notte, il momento di buio che è la presa di coscienza del Sé, per poi arrivare all’alba salvifica.

Come ho già accennato sopra, ho letto questa metafora come un messaggio indirizzato soprattutto a noi donne perché, a mio avviso, se mai ci sarà una primavera dell’umanità, così come poeticamente ha descritto Tito Rubini, questa potrà avvenire solo attraverso le donne; da sempre legate alla forza generatrice della Terra.

Un’altra riflessione, invece, riguarda il potere salvifico della parola, a cui l’autrice consegna un ruolo centrale (il protagonista legge un libro che tiene nascosto sotto il letto e mentre lo legge è come se scrivesse la sua storia). Anche in questo caso mi è parso di leggere tra le righe un ulteriore messaggio indirizzato al mondo culturale che, come un po’ tutti gli aspetti della società moderna si è deteriorato.

In un mondo culturale dove predomina il mercato, il numero di copie vendute piuttosto che il valore culturale e letterario di ciò che viene proposto, ho apprezzato lo sforzo dell’autrice di dire altro, di spingere i lettori  a riflettere e a intraprendere quel viaggio attraverso la notte che può sì spaventarci, ma che, allo stesso tempo, può portarci alla scoperta del nostro vero io; a lasciare l’apparenza per l’esistenza. E questo, mi permetto di dire, è un messaggio rivolto soprattutto alla scrittura femminile, da troppo tempo ridotta a mero intrattenimento. Non so quanto questo aspetto ci venga imposto dall’alto, o quanto noi stesse siamo colpevoli, in quanto ci siamo fatte rinchiudere di nuovo nei vecchi cliché ottocenteschi che negavano alle donne la possibilità di trattare temi seri come la politica e la filosofia, relegandole al massimo ai romanzetti d’amore. A questo proposito mi viene in mente la figura di  Mary Wollstonecraft, la madre di Mary Shelley, che sulla scia della rivendicazione dei diritti dell’uomo avvenuta a seguito della Rivoluzione francese, nel 1792 pubblicò La rivendicazione dei diritti delle donne. Il saggio suscitò un vero e proprio vespaio e l’autrice fu oggetto di critiche veramente malevoli (si mise in dubbio anche la femminilità dell’autrice), e questo solo perché aveva osato trattare temi che per una donna, secondo la mentalità dell’epoca, non erano “consoni”.

Ecco, io credo che noi scrittrici dovremmo raggiungere quella consapevolezza del Sé, riscoprendo la nostra vera essenza e abbandonando definitivamente l’apparenza (il sacco vuoto), anche per rispetto verso queste donne, le quali hanno dovuto lottare per creare un posticino anche per noi in un mondo culturale predominato dagli uomini.

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