San Martino, tempo di castagne.

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Impazzano nelle pizze le castagnate e orde di “castagnari” armati di rudimentali focolari e padelle forate diffondono fumi all’aroma delle caldarroste per vicoli e viali. È impossibile resistere. Almeno una volta in tutta la stagione si cede all’assaggio di questo prelibato boccone. Se fa molto freddo la soddisfazione diventa anche doppia, chi non ha mai provato a scaldarsi le mani con i sacchettini fumanti di castagne appena arrostite?

Ma siamo sicuri di sapere che cosa mangiamo? Cerchiamo di conoscere questo frutto prezioso. Un po’ di consapevolezza può aiutare a ad apprezzarlo come merita.

È un prodotto della terra che risale ad almeno 10 milioni di anni fa, ce lo dicono gli archeologi.

Invece nei testi scritti troviamo menzionate le castagne con diversi nomi:

Ippocrate (IV sec. a.C.) le chiama “noci piatte” e le usava come lassativo

Teofrasto (IV sec. a.C.) nella Storia Delle Piante le chiama “ghiande di Giove”. Con Catone il Censore (II sec. a.C.) prendono il nome di “noci nude” (De Agricoltura).

Marco Terenzio Varrone (I sec. a.C.) nel suo manuale De re rustica ci presenta la castanea, IMG_1831-1.jpgcome frutto degli innamorati, e ci dice che veniva offerto in dono dai giovani innamorati alle donne amate.

Pantaleone da Cofienza (secondo 400) ci insegna che la castagna con il latte e derivati costituisce un’alimentazione completa.

Durante i periodi di carestia, quando il grano scarseggiava, le castagne venivano macinate e con la farina ottenuta facevano il pane, Si può quindi affermare che la castagna è un surrogato dei cereali. Tant’è che si è valsa il titolo di “il cereale che cresce sull’albero” (Burnett).

Questo, e molto altro, è la castagna e questo è ciò che da sempre offre ai suoi abitanti la terra, non a caso la si chiama Madre terra, la più premurosa e paziente.

 

Monica Bauletti

 

 

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L’invito a splendere di Giuseppe Catozzella

 

di Coralba Capuani

Un paio di mesi fa, circa, facendo zapping su una programmazione televisiva avvilente, mi sono imbattuta in una trasmissione di una nota radio nazionale che veniva trasmessa anche in tv. Mi sono detta: “bene, almeno provo ad ascoltare un po’ di buona musica”. Mentre ascolto la canzone, osservo tre uomini parlottare tra loro pensando, ovvio, che siano del mestiere; anche perché uno era Linus, l’altro Savino, e il terzo, a me sconosciuto, non poteva che essere un musicista!

E invece, con mio sommo stupore – ma anche ignoranza, e poi vi spiego il perché (ndr.) –, quando finalmente la canzone termina e le voci dei tre tizi che parlottavano vengono mandate in onda, capisco che non si tratta di un cantante/dj/rapper/musicista, ma di uno scrittore!

Allora, curiosa di confrontarmi con un “collega”, resto ad ascoltare la trasmissione.

Prima di tutto il tizio dice cose interessanti, cose in cui mi riconosco, e il che mi riconsola perché se il “collega” è giunto alle mie stesse conclusioni tecniche sul modo di affrontare un romanzo, beh, allora devo essere almeno sulla buona strada, fiuuu, che sollievo!

Poi il tizio inizia ad accennare al suo ultimo romanzo, e, a sentire il modo in cui ne parla, giuro, rimango folgorata. No, mi sono detta, io questo romanzo lo devo leggere assolutamente!

È così è stato, infatti.

Ed è per questo che voglio condividere con gli amici di Letterando questa bella lettura.

Il romanzo si intitola E tu splendi, e l’autore, il “tizio” che raccontava alla radio, si chiama Giuseppe Catozzella; vi basti dire che, tra le altre cose,  ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo best seller Non dirmi che hai paura, vincitore del Premio Strega Giovani e finalista al Premio Strega. Non proprio un esordiente quindi…

(La biografia ufficiale la potete trovare qui: http://www.giuseppecatozzella.it/biografia/)

E tu splendi narra l’estate di due bambini, Pietro e Nina, che, rimasti orfani della madre, vengono mandati a trascorrere le vacanze estive ad Arigliana, un piccolo paesino dell’entroterra lucano, luogo dal quale tanti anni prima i genitori erano partiti per “cercare fortuna” al Nord. Questa vacanza “speciale” offre all’autore lo spunto per parlare del Sud, dei problemi atavici che da sempre lo affliggono, del suo passato, dell’emigrazione dei suoi abitanti, ma non solo. Il romanzo, infatti, è anche un’occasione per riflettere sul presente, su problemi di stretta attualità come l’emigrazione da paesi extracomunitari; di popoli, cioè, che stanno ancora più a Sud del profondo Sud della Basilicata, regione nella quale si trova il paese di Arigliana.

Luogo arcaico, fossilizzato su un passato che sembra immutabile e, dove, citando un passo del romanzo di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, “Cristo non è mai arrivato. Né vi è arrivato il tempo, né la speranza, né la ragione, né la storia”. Ebbene, in questo luogo dove a regnare, da secoli, pare essere solo un immutabile immobilismo, proprio in quell’estate avviene un episodio che sconvolgerà le esistenze non solo degli abitanti di Arigliana, ma anche dello stesso Pietro, voce narrante del romanzo. Nella torre normanna che si staglia tra le mura di pietra delle casupole di Arigliana, Pietro trova una famiglia di immigrati che, fuggiti dal loro paese, grazie anche al buon cure di don Eustachio, parroco di Arigliana, hanno trovato rifugio all’interno della torre. Sono sporchi, macilenti, impauriti, quattro ossa che non si reggono neppure in piedi, gente che non metterebbe paura a nessuno. Eppure il paese li teme. Gli ariglianesi hanno paura di loro; che gli rubino il lavoro, che si prendano le mogli/i mariti, che portino la sfortuna nelle loro case, e via dicendo.

Non sarà facile per gli stranieri ambientarsi, farsi accettare in qualche modo, ma proprio quando sembra che un compromesso sia possibile, che un cambiamento positivo possa rimettere in moto non solo le loro esistenze, ma anche quelle di tanti altri segnate dall’ingiustizia e dalla prepotenza del più forte, del furbetto di turno, del disonesto, ecco che una tragedia si abbatte sul paese. Una disgrazia che è tale e quale a quella che tanti anni prima si era accanita contro molti poveri zappaterra, tra i quali anche il nonno di Pietro, detto lu Possident.

E con la trama mi fermerei qui perché credo che non ci sia nulla di meglio di leggere il romanzo per sapere il resto delle vicende dei protagonisti. Mi soffermerei però un momento sul finale, più precisamente sul suo significato, ovvio senza svelare troppo. Il romanzo è particolare anche perché sembra contenere un doppio finale. Il primo, amaro, che è quello dei “vecchi”, dei “poveri”, degli “immigrati”, degli “ultimi”, quelli la cui ribellione sembra sempre portare al fallimento perché, sulla loro strada, saranno sempre destinati a trovare uno zi’ Rocco che li sfrutterà rendendoli ancora più poveri, ancora più umili, ancora più “ultimi”. Una maledizione che non sembra avere mai fine, destinata a ripetersi, immutabile, nel corso dei secoli. È la storia del ricco che sfrutta il povero per arricchirsi ancora di più alle sue spalle, è la parabola del disonesto, del colluso con il potere e che, quindi, in un modo o nell’altro finisce per farla sempre franca. È l’eterna lotta tra poveri che si scannano tra di loro per un tozzo di pane incolpandosi l’un l’altro di rubarsi qualcosa, che sia il lavoro, la terra, o il pane. E in questa storia di miseria gli ultimi tra gli ultimi sono sempre gli emigrati, che provengano da una nazione straniera o siano semplicemente italiani del Sud, perché, come dice con rassegnazione il nonno a Pietro: “finché in un posto ci saranno degli stranieri, sarà sempre colpa loro”.

Ma E tu splendi è anche un romanzo di formazione, un percorso di crescita e di maturazione del protagonista Pietro che non sa accettare la morte di sua madre e che la cerca di continuo nonostante la presenza costante di Canetto – il dolore che Pietro e Nina hanno ribattezzato perché assomiglia a un cucciolo che, volendo giocare, finisce per morderti e farti male. Nina a un certo punto trova la forza di respingerlo questo cane fastidioso, Pietro, invece, ha bisogno di più tempo. Ha bisogno di scontrarsi con la delusione, con la falsità delle persone come suo cugino il sindaco. Di affrontare la diversità degli stranieri, il razzismo, la prevaricazione verso i più deboli, la disonestà e la tracotanza di ’zi Rocco. Ma, soprattutto, ha bisogno di una risposta.

E, più precisamente, la risposta alla domanda che avrebbe voluto fare a sua madre prima che uscisse per l’ultima volta da casa loro per non tornare mai più. E la chiave di lettura, il finale positivo del romanzo, sta tutto in quella frase tratta da una trascrizione sbagliata di uno stralcio delle Lettere luterane di Pasolini. Un invito a trovare la forza di “splendere” nonostante tutto, nonostante il dolore e le brutture della vita. Ma è anche, o soprattutto, un invito che Catozzella sembra rivolgere direttamente a quella terra dolente che è, poi, il Sud tutto.  Un’esortazione a non seguire “i destinati a essere morti”, vale a dire i tanti zi’ Rocco, i disonesti, ma anche i delusi, chi non si ribella accettando supinamente il proprio destino di sottomissione e sfruttamento. Perché questo è proprio quello che le persone come zi’ Rocco vogliono, perché essi, sembra dirci Catozzella, “ti insegnano a non splendere”. E invece l’autore, attraverso la voce ingenua e allo stesso tempo profonda di un bambino, rivolgendosi a ciascuno di noi, ma, soprattutto, rivolgendosi a quella terra dolce e amara, piena di miserie e di saggezza, pare voler dire: “i destinati a essere morti ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece”.

Proprio come in Catozzella splende, nonostante tutto, l’amore per la sua terra piena di contraddizioni e di bellezza.

 

In vacanza con Andrea Vitali

Recensione del romanzo “Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti”

di Coralba Capuani

Andrea Vitali non è uno scrittore, ma un’agenzia di viaggi.

Perché aprire un romanzo di Vitali non significa affrontare una semplice lettura che ti emoziona, ti commuove, ti fa riflettere, o, più spesso, ti fa sorridere, quando non scappare una risata di vero cuore.

No, quando si acquista un romanzo di Vitali la prima cosa da fare è iniziare a preparare la valigia. Una valigia metaforica, d’accordo, ma proprio non riesco ad associare ad altro che a quest’immagine il gesto di accomodarsi su una sedia, divano, poltrona, letto che sia, mettersi in grembo il libro di Vitali e, finalmente, aprirlo.

Si inizia!

Si parte!

E ogni volta è come rincontrare persone conosciute durante la precedente vacanza, anche se i personaggi e le storie sono diverse, se non addirittura i periodi storici. Tuttavia quell’impressione di ritorno a casa, in un ambiente domestico già visitato, è ciò che si prova ogni volta che ci si accinge ad affrontare una nuova storia nata dalla mente immaginifica di questo prolifico autore.

E ogni volta pare di sbirciare da dietro una persiana semichiusa lo svolgersi delle vicende di questi strampalati personaggi che l’autore mette in scena. Poco importa che il lettore si trovi a seguire le scarpinate della Stampina fino alla canonica di don Pastore, prevosto di Bellano (e poteva forse essere altrimenti?) a causa delle preoccupazioni che gli dà il Geremia, quel suo figliolo strambo di cui in paese si mormora gli “manchi qualche giovedì”. Oppure scrutare l’interno della canonica di quel santo uomo del don Pastore, cui ogni volta tocca consolare, dare consigli e tranquillizzare la povera Stampina. Quando non origliare i commenti di Rebecca, perpetua di Don Pastore, impicciona e convinta di vedere l’opera del diàol  ogniqualvolta in paese capita qualcosa di strano o bizzarro. E non è cosa strana e bizzarra, e quindi opera del diavolaccio malefico, che un tonto come Geremia si vada a invaghire di Giovenca Ficcadenti, merciaia dall’appariscente bellezza, comparsa da poco in paese insieme a sua sorella Zemia, piccola, secca e brutta che “a incontrarla di notte c’era da credere che i morti ogni tanto uscissero dalla tomba”? Una “scheletraglia”, la definisce l’autore con un’espressione a mio avviso geniale nella sua spietatezza.

Il lettore diventa, quindi, un abitante di Bellano, un villeggiante che fitta casa in una delle sue vivaci viuzze attraversate da questi bizzarri tipi umani, gente sopra le righe a partire dai loro inusuali nomi di battesimo: Giovenca, Stampina, Rigorina, Zemia, o Editto Giovio, il famoso “Notaro” in Como. Ma anche il poetastro Novenio, innamorato della bella Giovenca a cui dedica improponibili poesie d’amore plagiando le opere di un “collega” vagamente più famoso di lui, ovvero Gabriele D’Annunzio. Come resistere alla comicità di certe scene descritte nel romanzo, una su tutte: la dichiarazione d’amore di Novenio, pretendente di Giovenca, il quale al fine di conquistare la ragazza le declama i versi del Vate. Come restare impassibili quando il giovane, sopraffatto dall’esaltazione (o sarà forse qualcos’altro?) finisce per fuggirsene tra gli arbusti: «urlando come un ossesso, tanto che quando Giovenca aveva aperto gli occhi il Trionfa non era altro ce un puntino nero dentro al coltivo di ravizzone, agitato come uno spaventapasseri sconvolto dal vento».

Ma a ruotare attorno ai personaggi principali vi sono una miriade di personaggi minori, a volte semplici comparse, che, però, nonostante questo, Vitali si premura di descrivere in profondità condensando la loro esistenza in poche righe rendendoceli vivi, umani, fatti di carne e ossa. Perché i personaggi di Vitali non sono mai caricature, e, pur se a volte (spesso) bislacchi, non cadono mai nella macchietta conservando sempre un loro tratto umano, tanto che al lettore potrebbe tranquillamente capitare di imbattersi in una loro copia nella vita reale.  E questo lo sa bene chi abita in un piccolo paese dove ci si conosce tutti e dove ogni abitante ha quel briciolo di pazzia che i personaggi di Vitali esprimono all’ennesima potenza.

È come, in sostanza, se Vitali prendesse quel pizzico di stramberia contenuto in ognuno di noi moltiplicandolo e ingigantendolo, cosicché se in un paese “normale” magari di strambi ce n’è al massimo un paio, nel mondo fittizio dei romanzi di Vitali gli “strampalati” si trasformano in un caleidoscopio di personaggi originali e fuori dalle righe, pur tuttavia rimanendo sempre realistici. Gente, insomma, che il lettore può benissimo incontrare per strada.

Perciò ogni volta che una storia finisce, che il libro viene chiuso, il lettore è assalito da un senso di malinconia; lo stesso che ci prende alla fine di una vacanza a lungo attesa. Così, quando ce ne saliamo sul nostro bel treno che ci riporterà a casa, alla nostra grigia routine, aspettando di avvertire il fischio del capostazione che dà l’ordine di partenza alla locomotiva, mentre ci soffermiamo ancora una volta a osservare  i volti dei personaggi, venuti apposta in stazione per salutarci, ci viene il magone all’idea di dover abbandonare quelle facce, quelle esistenze divenute ormai così familiari. Anzi, in qualche modo proprio persone  “di famiglia”.

Però, a questa struggente sensazione di malinconia, al senso di perdita, si mescola, la speranza, nonché la consapevolezza, di un prossimo ritorno. Magari dovranno passare molti mesi (forse anni?) prima di tornare a concederci la nostra bella vacanza in quel di Bellano, ma di sicuro siamo certi che non si tratta di un addio, bensì di un arrivederci.

E allora, quando sarà tempo, torneremo a preparare la nostra valigia pronti per partire di nuovo alla volta di Bellano, desiderosi di affrontare un nuovo viaggio e nuove avventure, affidandoci ancora alla comprovata professionalità della nostra agenzia di fiducia: la “Premiata Ditta” agenzia viaggi Vitali, appunto!

 

Intervista a Osvaldo Neirotti

Ciao Osvaldo, benvenuto sul blog di Letterando.

Per prima cosa una curiosità: come ci hai conosciuto e perché hai scelto noi?

Ciao, innanzitutto grazie della bella opportunità. Oggi, infatti, nel calderone della comunicazione, farsi conoscere non è mica semplice!
Vi ho conosciuto tramite un amico scrittore che un anno fa, circa, aveva raccontato la sua storia tramite la vostra “rubrica”.
Presentati ai nostri lettori, chi sei e cosa fai quando smetti gli abiti di scrittore?

Mi chiamo Osvaldo Neirotti e sono alla mia prima pubblicazione. Sono tra quei “fortunati” che sono riusciti a raggiungere il cuore di un editore (Il Viandante). Gli ho inviato il progetto del Libro e del Gioco e il manoscritto “X Segreto”, lo ha apprezzato e da poco è stato presentato al Salone del libro 2018 di Torino.

Sono sposato, ho una bellissima figlia di undici anni, e contribuisco all’economia famigliare con un modesto lavoro part-time, trovato grazie ad un amico dopo che ho perso il lavoro. In realtà l’ho lasciato perché hanno smesso di pagarmi…
Quando non scrivo dipingo, scolpisco e gestisco un movimento artistico concernente tutte la arti. Sono co-fondatore di GoArtFactory, un movimento che, come mission, ha l’obiettivo di portare l’arte alla gente, di ogni forma e natura.
Come è avvenuto l’incontro con la scrittura? È stato un processo lineare, una scoperta recente o è stata una passione accantonata e poi recuperata?

Ho sempre scritto per me: aforismi, brevi racconti e qualche storia. La perdita del lavoro retribuito mi ha indirizzato verso nuove strade e ricerche, al punto che tra i vari e molteplici inutili annunci (uno è emerso in un anonimo giornale) me ne è saltato all’occhio uno in particolare. Nell’annuncio si cercava un disegnatore per realizzare un gioco di carte online e da subito mi è parso interessante, così ho creato circa 150 carte da gioco.
Tutto bellissimo tanto da sembrare un sogno fino a quando, però, il compenso è franato in una bugia. Perciò ho deciso di non concedere i diritti e le carte sono rimaste di mia proprietà. La bellezza, nella disperazione di aver perso un’occasione a quarant’anni, si è manifestata nella scrittura. Tutte le carte le ho realizzate ispirandomi a persone realmente conosciute, esse si sono incastrate in un racconto formatosi nella mia mente quando le dipingevo, pertanto non è stato difficile  completare i primi due libri.
Quanti libri hai scritto e quale genere tratti?

Tanti personaggi comportano una storia importante, pertanto ho deciso di distribuire la trama in tre libri, due dei quali già scritti e il terzo in stesura. Il primo l’ho scritto e gli ho dato il titolo “X Segreto”.
Derivando dal settore marketing mi è stato facile studiare le persone, ho creato personaggi attuali, personaggi di ogni età e ceto sociale. Racconto della vita e della società attuale attraverso un vestito fantasy, dove orchi, elfi, umani, gnomi e altre creature vivono in un unico ambiente e la bontà o la cattiveria non è data dalla natura, ma dalla propria indole come avviene nella vita reale.
Ci parli dei tuoi romanzi?

La genesi del libro è la vita stessa e le esperienze che ho acquisito. Ma se vogliamo posso indicarvi una data precisa: il 24 maggio 2015 sul ponte del Diavolo mentre osservavo la natura.

Tu sei un esordiente e spesso molti tuoi colleghi ricorrono all’autopubblicazione, tu cosa ne pensi, meglio avere alla spalle una casa editrice o chi fa da sé fa per tre? Com’è stata la tua esperienza in proposito?

Come detto precedentemente, sono uno dei fortunati che è riuscito a farsi leggere da un editore, ma se devo essere sincero credo sia indispensabile, per aspirare al successo, entrambe le alternative. L’autopubblicazione è una realtà attuale, ma a mio parere l’ultima spiaggia. Purtroppo sappiamo tutti come funziona in Italia, il mondo dell’arte (pittura, musica, scrittura …) in generale è in mano a pochi e questi pochi la gestiscono a seconda del vento, delle amicizie, della casualità, del ritorno economico, spesso escludendo la qualità. Mi sono affacciato al mondo della scrittura cercando di comprendere questa realtà confrontandomi con quella di altri paesi, Inghilterra e Stati Uniti per esempio. I libri in questi stati sono la base della cultura, del cinema, dell’illustrazione, del teatro, dell’arte, dei college, degli attori ecc., perché vige
un metodo diverso che sostiene una economia enorme, forse paragonabile al business del nostro calcio. La realtà attuale porta a dover darsi da fare, è impensabile creare un’opera e al termine pensare che si venda da sola, inoltre bisogna considerare se il creatore ha le possibilità economiche oppure no. Nel primo caso l’unica cosa che può fermare il successo è la poca qualità, nel secondo caso il vile denaro. Io ho preferito considerare una terza soluzione, crearmi l’opportunità. Arrivare ad un editore attraverso social, contatti, perseveranza e testa dura; una volta pubblicato approfondire il marketing, studiare campagne promozionali, leggere libri di comunicazione, creare eventi per sensibilizzare il pubblico, studiare, e non perdere mai di vista l’obiettivo.
Progetti futuri? Grazie per essere stato dei nostri e a presto!!!

Progetti futuri sono ben impressi nella mia lista mentale: vendere molte copie di “X Segreto” in modo da poter suscitare l’interesse di realtà editoriali e commerciali non solo italiane, pubblicare il secondo libro, pubblicare il gioco di carte e di ruolo le cui immagini sono già presenti nel web, pubblicare il terzo e conclusivo romanzo e i 20 racconti già abbozzati, che parlano dei venti personaggi protagonisti.
Per questa risposta mi sono soffermato su parole legate al mondo dell’editoria, ma di certo non tralascio la pittura, la scultura e l’espansione del movimento GoArtfactory che oggi conta circa 650 artisti che seguono queste mie idee condivise con il co-fondatore Giorgio Bologne.

Pagina ufficiale di Osvaldo Neirotti

https://www.facebook.com/Osvaldo-Neirotti-182588062469423/

https://www.edizioniilviandante.it/libri-autori/x-segreto/

come contattare l’autore

osvaldo.neirotti@gmail.com

“Egli si trova tra due mondi, il presente di una piccola realtà piemontese fatta di famiglia, società e l’immaginario dei racconti che spesso aiutano a scoprire verità, ma anche a nascondersi. Etrar è il mondo raccontato, l’altra faccia di noi stessi; ospita personaggi fantastici che traggono origine da miti e leggende della nostra storia. Si racconta di maschere che influenzano la vita di venti amici, una ribellione da se stessi, un racconto che parla al lettore di come trovare le proprie verità. Spesso basta un piccolo sussulto, un attimo, un battito di ali per cambiare.
Solo scopre che è rinchiuso in una prigione, scappa, corre e si nasconde; sta per uccidersi quando trova l’amicizia di un drago. Inizia a credere che al di fuori dei propri pensieri c’è una vita…”  

 

L’ONDA SACRA DEI SOGNI

Come si scrive un bestseller?

Convention  #SUGARCON17  Sugarpulp17 21- 24 settembre 2017 Padova/Rovigo
#speeddate @matteostrukul – 

 https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156295195554947&id=38993124946

sugarpulp17

Di primo acchito il pensiero è stato: “Perdete ogni speranza voi che entrate” nel mondo dell’editoria. E concedetemi la famosa citazione. 

Poi mi son detta che NO!

Non permettiamo a nessuno di rubarci i sogni. 

Ecco! Quindi galoppiamo decisi l’onda sacra dei sogni.

Però una scappatella nella selva oscura la facciamo lo stesso perché è proprio lì che fornicano i “guru” dell’editoria.

Alla convention  #SUGARCON17 offerta da Sugarpulp17 #speeddate @matteostrukul, nella mattina di domenica 24 settembre a Arquà Polesine sono stati intervistati due editor: Alessandra Penna (NewtonCompton) e Fabrizio Cocco (Longanesi).

Il moderatore ha posto loro la terribile domanda:

-Come si scrive un bestseller?-

Ma, mi chiedo: davvero esiste una risposta a questa domanda?

I due   m a l c a p i t a t i  hanno anche provato a rispondere. Più che altro: hanno dovuto. Erano lì, col microfono in mano, in una stanza piena di gente che voleva sapere. Forse, o forse voleva sentirsi dire che a scrivere sto agognato capolavoro ce la possono fare. E chi lo sa? Tant’è che i due editor hanno cercato di dare delle indicazioni portando qualche esempio, ripescando tra passate esperienze e casi editoriali dell’ultimo periodo. Ma in questo tipo di discussioni le contraddizioni si sgambettano e lo sgambetto si divertono a farlo soprattutto a chi ci crede troppo.

Una verità che non teme smentite è che ogni discussione sull’editoria finisce col perdersi in un dedalo di non regole. Sembra che la ricetta per sfornare “IL Romanzo” non la conosca nessuno.

Men che meno gli editor e i consulenti editoriali che si trovano schiacciati tra scrittori e editori come tanti cuscinetti vertebrali.

È successo, succede e succederà che l’editor non colga l’Xfactor nascosto tra le righe di un’opera perdendo l’occasione di schedare il libro rivelazione dell’anno. Errori di questo bruciano parecchio e fanno anche più male di una ernia. Comunque, ernie da sfiancamento per l’eccessivo carico di lavoro sono comprensibili e, nel corso di una carriera da editor saranno molti a portarsi il rammarico di non aver capito di aver avuto per le mani il libro che poteva segnare la tanto ambita svolta letteraria.  Non lo ammetteranno mai, infatti anche gli intervistati hanno giustificato la distrazione con motivazioni a loro non imputabili, spesso attribuendo il rifiuto alle linee editoriali della casa editrice per cui lavorano, oppure alla richiesta di mercato.

Io diventerò impopolare e gli editori/consulenti editoriali mi lanceranno sguardi di sdegno e disprezzo, ma penso che se un libro è Il Libro, diciamolo, non c’è scusa che tenga. L’editor che se lo lascia scappare è solo un editor che ha sbagliato e non ha capito.

Quindi che dire? La componente Fortuna in certi ambienti può fare la differenza, come pure la simpatia e la notorietà.

L’autore esordiente ha voglia di leggere Hemingway,  Calvino, Dostoevskij, Pennac, Pasolini, Dario Fo… per prepararsi a scrivere la sua opera,  perché, in certi casi,  anche se scrivesse come Manzoni e proponesse un Promessi Sposi moderno, nessuna casa editrice oggi lo pubblicherebbe. Oggi.

Quindi, a detta dei guru dell’editoria, nessuno ha colpa se vengono pubblicate ciofeche e invece potenziali best sellers rimangono a marcire nei cassetti: perché non è colpa dell’autore sconosciuto che si è consumato i polpastrelli sui tasti. Non è colpa della CE che deve pubblicare per vendere e mantenere in attivo il bilancio. Non è colpa dell’editor che segue le istruzioni della CE per cui lavora e annaspa tra montagne di manoscritti. Non è colpa del pubblico leggente che alla fine compra e legge ciò che gli propongono.

E allora a chi diamo la colpa?

Al fato.

Ma se l’ordine degli eventi non è modificabile nulla impedisce all’autore esordiente di continuare a scrivere e migliorare e scrivere e migliorare e scrivere…

A questo punto, e arriviamo al punto, viene spontaneo chiedersi: quanti sono i romanzi belli, bellissimi, che giacciono sotto pile di ciofeche? E soprattutto: quanti sono i mittenti/scrittori scoraggiati dai rifiuti che ripongono i sogni nel cassetto per poi dimenticarli?

Le delusioni sono sogni insoddisfatti. Non lasciamo morire i sogni, non soffochiamoli, facciamoli vivere, crescere, esplodere.

Direte voi: è una selezione naturale, ci sono troppi scrittori. Troppa gente scrive non si può pubblicare tutto.

Certo. Nessuna obbiezione.

Ma c’è l’onda dei sogni, l’onda sacra che bisogna cavalcare finché vita c’è per non morire dentro.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156295195554947&id=38993124946

 

 

PERFETTAMENTE IMPERFETTO (della serie: certe notti sarebbe meglio dormire)

E se fosse la spasmodica ricerca della perfezione a renderci intolleranti al vero?

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“la perfezione non esiste” C’è sempre qualcuno a ricordarcelo. E se la perfezione fosse proprio l’imperfezione?

-Stato, qualità di ciò che è eccellente, esente da difetti, non suscettibile di miglioramenti- (Treccani)

Quindi?

Ciò che mi piace è eccellente. Ciò che mi soddisfa non ha bisogno di miglioramenti e, audite audite: ciò che mi attrae non è esente da difetti.

Ergo: l’imperfetto è perfetto.

C’è la “solita corrente di pensiero” che sancisce che cosa, chi, come devono essere le cose per piacere a un maggior numero di persone. E otteniamo i canoni: – criterio o regola di scelta che deve servire per la conquista o la dimostrazione della verità. Elenco di opere o di autori proposti come norma, come modello …, e quindi elenco in genere-  (Treccani. Continuo a prendere da lì solo perché è aperto già il dizionario, non perché è la regola e nemmeno perché è perfetto, neanche perché detta i canoni).

Se sei nei canoni allora sei perfetto.

Se rispetti le regole allora sei perfetto.

Se sei privo di ombre e macchie allora sei perfetto.

Insomma se sei banale, noioso e invisibile, sei perfetto.

A questo punto io rilancio: “Il troppo stroppia”.

E sì signori miei. Questa è la mia verità. Certe bozze sono più interessati dell’opera compiuta. La vera essenza di certi autori arriva senza i filtri dettati dai canoni. E ora dirò una cosa che mi renderà molto impopolare: votarsi a uno stile, rientrare nei canoni, rispettare le regole rende un’opera noiosa, banale e invisibile e quindi perfetta o imperfetta?

E ora mi do il colpo di grazia: diventare perfetti scrittori, vantare diplomi conseguiti a suon di corsi ripetuti alla ricerca di un titolo legittimamente conseguito, conferisce il potere di scrivere l’opera perfetta oppure rischia di incanalare il flusso creativo nei canoni, regole, e appiattimento della banalità?

Questo volevo dire e ho detto, e vaffanculo a chi mi vuole perfetta.

La verità rende liberi, sempre.

La perfezione?, e  chi lo sa?

Monica Bauletti