Il graffio di Cecile

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di Coralba Capuani

A me il rosa non piace. Non amo le commedie romantiche e non sopporto l’idea che un film, un romanzo, un testo in generale abbia al centro una storia d’amore.

Non la reggo, non so perché, ed è così da sempre. Non che non apprezzi una storia d’amore ben inserita nel contesto di un romanzo, ma per “digerirla” ho bisogno che in mezzo ci siano almeno un paio di morti violente, una guerra, una pestilenza o disgrazie inenarrabili. Quindi, se non fosse stato per l’amicizia che ho nei confronti di Annalisa-Cecile, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di compare un libro che sulla fascetta pubblicitaria della Newton Compton recava scritto la dicitura “romantico”.

Mi sono fidata. Anche perché conosco le doti da affabulatrice di Cecile, nonché l’ironia pungente già da qualche anno, da quando, per l’esattezza,  ho avuto l’occasione di leggere un estratto di un suo romanzo in gara a un pessimo concorso al quale ho partecipato. Ma così farlocco, così palesemente combinato che, anche solo nominarlo, credetemi, non vale davvero la pena (oddio che calembour involontario!). 😀

Ma soprattutto mi sono fidata di Cecile perché adoro i deliziosi siparietti familiari che pubblica sulla sua pagina personale di Facebook: un vero spasso! Soprattutto le perle della sua adorabile nonnina, della quale io sono fan e sostenitrice accanita: a proposito, a quando un libro con la supernonna protagonista?

Quindi, dicevo, mi sono fidata e appena è uscito il romanzo Non mi piaci ma ti amo l’ho acquistato. Poi, come sempre, l’ho lasciato abbandonato in libreria insieme a tanti romanzi che mi dico sempre dovrei leggere, ma la cui lettura viene rimandata all’infinito.

Ecco, la settimana scorsa ho deciso che fosse arrivato il momento di iniziare a leggere un paio di quei testi “abbandonati” cominciando proprio dal romanzo di Cecile.

La storia è semplice: Sandy e Thomas si conoscono da sempre. E da sempre non si sopportano. Costretti a condividere le vacanze a causa dell’amicizia che lega le rispettive famiglie, crescendo, si perdono di vista per poi rincontrarsi a causa di un evento inaspettato: vale a dire la morte del nonno di Thomas che nel testamento “obbliga” il nipote a mettere la testa a posto e accasarsi. E chi sceglie quel  buontempone del nonno? Esatto, proprio l’odiata Sandy. Da questo momento prende il via una serie di intrighi e macchinazioni da parte dell’uno e dell’altra fino al sospirato lieto (?) fine? Chissà, lascio a voi scoprirlo.

Questa in breve la trama. Per quanto riguarda la recensione vera e propria inizio con un mea culpa, sì, devo ammetterlo, da un romanzo rosa mi sarei aspettata una sequenza interminabile di scene d’amore, di parole smielate, sguardi languidi, baci, bacini, bacetti, coccole e coccoline e ciccì e coccoccò. E, invece, con mia grande sorpresa, e maximo gaudio, i due protagonisti passano quasi tutto il tempo a litigare. E di brutto! Meravigliosi sono i siparietti e i battibecchi tra Sandy e Thomas, spassose le battute e genialoidi le metafore – nelle quali ho riconosciuto lo stile inconfondibile di Annalisa-Cecile.  Ho adorato, poi, la leggera punta di cattiveria di certe battute, come quella indirizzata alla raccomandata di turno che soffia il lavoro alla protagonista. Ecco come l’autrice descrive i meriti della ragazza:

 

“Lo scopo non era di darle il tempo di sistemarsi. Già, non si trattava di un contrattino di sei anni, ma di un lavoro a tempo indeterminato come professoressa, più il mio posto di ricercatrice per arrotondare. Il paparino non voleva trovarle un marito per confinare i suoi errori genetici al nipotame, bensì fare in modo che la sua adorata e impedita figliola si occupasse della preparazione di migliaia di studenti, per definizione creta plasmabile e pagante, così da uniformare la nostra élite culturale ai livelli di ottusità di quelli che, come lei, hanno bisogno di Wikipedia per farsi strada nella vita”.

Non posso citare i tanti passaggi in cui l’autrice mostra il suo graffio, ma lascio al lettore il piacere di scovarli in una sorta di caccia al tesoro dove, i piccoli oggettini preziosi, non se ne stanno affatto nascosti ma anzi, non fanno altro che balzare di continuo davanti agli occhi del lettore sorprendendolo ogni volta; potrei mai dimenticare il paragone con il clamidoforo troncato? Sì, lo so, anch’io non sapevo cosa accidenti fosse, perciò, dico, non è forse originalità questa? A quale scrittrice sana di mente, infatti, verrebbe mai in testa di fare un paragone usando l’immagine di un clamidoforo?!

Ma a parte i bizzarri accostamenti di immagini, i sorprendenti paragoni, le iperboli decisamente  pazzoidi di cui il testo è disseminato,  tra i meriti dell’autrice vi è anche una certa classe nel narrare (so che alla parola “classe” Cecile si rotolerà sul pavimento), ma è vero, non mi aspettavo tanta eleganza nel raccontare una storia d’amore e, pure, diciamolo, di attrazione e di sesso. Né mi sarei aspettata una totale assenza di volgarità: manco una parolaccia ci ha messo! Niente. Anzi, mi è piaciuto il modo con cui l’autrice racconta la storia e le scene d’amore e di sesso (perché qualcuna ce n’è!) E lo fa con classe (e smettila di sghignazzare!), senza scendere in volgarità dando sfogo a certe perverse fantasie sadomaso tanto in voga oggigiorno, ma anzi, le scene sono tutte abbastanza caste. Sensuali quel tanto che basta a ottenere sul lettore l’effetto desiderato: il suo coinvolgimento emotivo. E questo per me è un grande merito, perché dimostra che l’autrice non ha bisogno di forzare la mano per ottenere l’attenzione del lettore. Non deve cedere a certi facili meccanismi commerciali per rendere godibile il testo.

Per questo alla fine mi sono ritrovata a fare il tifo per Sandy e Thomas, a soffrire per loro e con loro. Insomma: in questa storia d’amore ci sono caduta con tutte le scarpe. E viste le premesse citate sopra direi che è tutto merito delle abilità narrative dell’autrice. Non c’è altro: Cecile Bertod è una brava scrittrice. Ha talento ed è originale. Ha uno stile personalissimo, un graffio tutto suo che riconosci in ogni cosa che scrive, persino in un post buttato a caso sulla bacheca di un social network.

Quindi che dire? Un libro e un’autrice che vi consiglio di cuore perché, nonostante alcuni dubbi che le passano a tratti per la sua irrequieta mente, Annalisa-Cecile è proprio tagliata per questo mestiere.

E quindi vai Ceciglia, e che le stelle siano con te! Ops, mi sa che ci deve essere stata un’interferenza da parte della nostra astrologa di fiducia… 😉

 

 

http://www.newtoncompton.com/autore/cecile-bertod

http://www.cecilebertod.com/

https://www.facebook.com/mycecilebertod/

 

 

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“Sinossi” in video di “Non mi piaci ma ti amo” di Cecile Bertod.

Che noi di Letterando siamo personcine un po’ originali ve ne sarete accorti da tempo, ma che ci venga in mente di realizzare un vide-sinossi, non un booktrailer, attenzione!, ma una sinossi per immagini vera e propria, beh, ve lo sareste mai aspettato? 😉

Ecco il corpo del reato, la sinossi in video del romanzo “Non mi piaci ma ti amo” di Cecile Bertod. Disponibile in e-book dal 16 febbraio, libro dal 26. Non è che poi non lo comprate e ci fate fare brutta figura, eh?

Le disavventure di una precaria-scrittrice: Cecile Bertod.

foto Cecilie

C’era una volta Biancaneve, no…

C’ero una volta io, circa un anno fa, con in mano un plico di quasi seicento pagine stampate, convinta di essere la prossima Terry Brooks della situazione solo perché ero riuscita a terminare quel dannato fantasy che mi portavo dietro più o meno dalle medie. Sostenevo con tutti di essere destinata a diventare una scrittrice famosa (nota bene: non una scrittrice, ma una scrittrice famosa!), perché nata a quattrocentoquarantaquattro anni da Shakespere, che come me è venuto al mondo il 23 aprile, quarto mese dell’anno quindi quattro volte quattro, porto due, fratto tempo impiegato per consumare un pacco di Ringo, tolto il biscottino bianco che non mi piace e… e questa non può assolutamente essere una coincidenza fortuita, no? Cioè, che razza di coincidenza del cavolo sarebbe?

Ecco, io e le mie pie illusioni!

Ero convinta, ma proprio convinta, poi faccio bene i conti e scopro di aver letto male le date, dimostrando non solo la mia ignoranza, ma anche la mia scarsa attenzione durante le lezioni di letteratura e a quel punto, direte voi, che succede? Succede che mi resta in mano il plico e la certezza di dover continuare gli studi per potermi trovare finalmente un lavoro serio, perché la cultura non paga, figuriamoci il fantasy e figuriamoci, tra i fantasy, un fantasy scritto da me! Il punto è che a trent’anni hai finito. Puoi mai riscriverti all’università per la terza volta? Che tipo non bastano due lauree per finire in un grande magazzino a fare la commessa?

Ehm… No, non bastano. Soprattutto se le due lauree sopra hanno scritto a caratteri cubitali “lettere”. E’ un po’ lo spauracchio dei datori di lavoro: cosa? Lettere? No, mi spiace, ho fatto la vaccinazione a giugno.

Beh, puoi sempre metterti in proprio. Aprire un ristorante, un bar per scambisti, ma ce li hai almeno cinquantamila euro per far partire la cosa? No, niente. E dunque questo, ricomincio a fare la restauratrice senza nulla da restaurare e attendo che dall’alto delle mille CE a cui ho spedito il manoscritto arrivi comunque una comunicazione, un messaggio, un qualcosa che giustifichi tante ore spese davanti ad un computer a battere e ribattere avverbi, aggettivi e imprecazioni. In realtà non sono stata poi così sfortunata. C’è gente che aspetta un anno, altri tutta la vita. A me è successo tutto con una velocità quasi allarmante. La prima, per dire, mi è arrivata subito, mi chiedevano mille euro. La seconda un po’ di più. La terza addirittura quattromila e allora mi sono gasata, perché dall’alto del mio ottimismo, più mi chiedevano per pubblicare, più doveva valere il mio lavoro, no? Non fa una piega. Solo che tutti quei soldi non li avevo, anche perché noi restauratori, per chi non lo sapesse, lavoriamo principalmente per la gloria. Sì. Quando chiedi all’impresa che ti ha assunta quanto intende pagarti, fanno stranissime facce. Ti squadrano dall’alto in basso come fossi il più strisciante dei vermi striscianti e ti chiedono come osi essere così veniale da poter chiedere una retribuzione per le dodici ore giornaliere che passi su un trabattello molto mobile, anzi direi instabile, sette giorni su sette in chissà quale paese sperduto d’Italia, spaccandoti i polmoni con gli effluvi tossici dei solventi chimici. No. Che cazzo, almeno tu! Cioè, ti rendi conto che quella è arte, patrimonio dell’umanità? Capisci che è un tuo preciso dovere civico intervenire gratis, anzi, se hai qualcosa di soldi per anticipare gli stipendi agli operai che scaricano il materiale… Perché quelli no, quelli li pagano. Figuriamoci! Tu oseresti mai non pagare uno di due metri con due braccia grosse quanto un tronco di pino, la barba incolta e la scritta sulla maglietta “mamma si a vita mia” che ti fissa con le sopracciglia aggrottate mentre mastica rumorosamente una gomma? No. Lui lo paghi. A me “è un tuo dovere civico, patrimonio dell’umanità”. E allora ti chiedi, ma st’umanità ci pensa lei a pagarmi le bollette? Bella domanda. Fin ora non si è fatto avanti nessuno, ma non smetto di sperare. Ma che stavamo dicendo? A, già, sì, il libro. Ecco, dopo molti insuccessi e tentativi di truffa a mano più o meno armata, alla fine scopro il fantastico mondo self (e sto volutamente tagliando sul discorso “concorsi letterari”, perché lì si dovrebbe aprire un capitolo a parte!). Dicevo, scopro il mondo self e scopro Amazon. Un giorno a caso, così, navigando su Internet, con mio padre in sottofondo che continuava a sghignazzare perché io osavo ancora credere a quella assurda storia. Beh, lo scopro e decido di piazzare il mio libro e ricordo ancora la sensazione provata appena inserito. Io ero stra-arciconvinta che ecco, finalmente mi si era rivelato il cammino. IO STAVO PER DIVENTARE IL PROSSIMO FENOMENO EDITORIALE ITALIANO. Non c’erano “se” e “ma”. Io sentivo di essere lei, la nuova cinquanta sfumature bianco-azzurre all’italiana e avrei avuto una carrettata di soldi e con tutti quei soldi sarei andata da tutti i miei ex donatori di lavoro ad elencargli tutte le parolacce che conosco in ordine alfabetico, raggruppate per entità del danno augurato. Sì, c’ero. Ero lì ed ero pronta. Stava per accadere… Era solo una questione di minuti, poi è diventata di ore, poi ho deciso di essere ragionevole e ho iniziato a ponderare per il mensile, bimestrale e “Ma forse sarà un successo postumo”. Niente. Non avevo venduto neanche un libro. Com’era possibile? Doveva esserci un perché. La risposta l’ho trovata quando becco la classifica rosa e lì ho la seconda illuminazione della mia carriera, molto poco carriera, nel mondo self: non c’era il carciofo! Ecco, era tutto lì. Non avevo messo carciofi (o qualsiasi altro nomignolo attribuiate all’appendice retrattile che di norma condiziona ampiamente il pensiero medio maschile) in bella mostra, ma neanche nascosti. Che stupida che ero stata: scrivere un libro senza carciofi, quando sono la prima a nascondere harmony un po’ dovunque nella libreria, dietro enciclopedie, trattati mai letti sul fascismo italiano… Tsè, fantasy. Quando io per prima staziono ore al reparto rosa, nascondendo gli erotici tra i libri di Camilleri sperando di non essere beccata da nessuno mentre mi avvicino alla cassa. Sembro una di quelle che chiede i preservativi in farmacia, ho anche il mio repertorio di smorfiette “aumm aumm” per la commessa. E rosa sia! E carciofo sia e via libera a labbra umettate, capezzoli turgidi e spasimi d’amore in grande stile. Decisa a riprovarci un’ultima volta cambio genere, modo di scrivere e… E ci azzecco! Per la prima volta in vita mia imbrocco la strada giusta. Non so come, non so dove e dire che sono anche antipatica, ma riesco a creare un piccolo libricino non proprio indegno e… e inizio anche a vendere. Tra l’altro molto più di quanto avessi mai immaginato e ne approfitto, anzi, per ringraziare tutte le persone che mi hanno letta, davvero. Non ci credevo io, non ci credeva mio padre, non ci credeva neanche il mio psicologo!

Sì, lo ammetto, è stata una grandissima soddisfazione e, quando meno me l’aspettavo, alla fine è arrivata anche la CE e non l’ho neanche dovuta supplicare e, questi sono numeri!, non l’ho pagata io! Pura fantascienza!

E allora vai, allora ci sei. Bred Pitt tieniti libero perché stai per conoscermi! Robe così… che uno si aspetta cose grandi, immense, trombe al vento, rulli di tamburi e… E no, niente, ritorna tutto come prima per l’ennesima volta. Tu davanti al monitor che scrivi cazzate, i tuoi datori di lavoro che continuano a pensare che tu campi d’aria, Pompei che crolla, tua nonna che brontola, e dove hai messo i miei calzini? E porca miseria possibile che ho già finito il detersivo per i panni, da domani ci vestiamo tutti di carta! E niente. Sempre e inesorabilmente e ancora niente. La parola chiave è proprio quella: NIENTE! Forse tra un anno, magari due, i miei libri saranno in qualche libreria. Forse un passante ne noterà uno su una mensola polverosa di chissà dove e dirà: ma fammi vedere un po’ qua che c’è scritto! E per qualche minuto condividerà con te tutte quelle notti passate sveglia a sognare il principe azzurro nella tua stanzetta in subaffitto che non potrai mai permetterti senza l’aiuto dei tuoi, continuando a credere che un giorno sì, un giorno ci sarai anche tu su Wikipedia!

Per ora io sono a questo punto qui. Non so e non voglio sapere cosa accadrà domani. Troppo disfattista, ma una cosa ci tengo a dirla, e seria stavolta: scrivere me l’ha cambiata la vita. Davvero. Perché adesso continua a fare tutto sempre discretamente schifo, ma almeno ho trovato un mondo tutto mio dove ho le tette grosse, sono francese, ho almeno duecento uomini in fila sotto casa che aspettano con ansia decida di uscire con loro e in quel mondo fantastico i panni non si sporcano mai, i piatti si lavano da soli e Britney Spears pesa duecentoventi chili!

Di Cecile Bertod

Potete continuare a seguire le disavventure di Cecile (questa volta come scrittrice) su:

http://www.cecilebertod.it/

https://www.facebook.com/mycecilebertod?ref=hl