Medea a Nereto: chi è il pazzo?

locandina

di Coralba Capuani

Si dice che con la cultura non si mangia. Si dice che la cultura non è per tutti, perciò certe forme d’arte non funzionano in televisione. Il pubblico, si sa, non capisce e perciò bisogna adattarsi ai suoi gusti, non gli si può proporre il teatro impegnato, figurarsi quello greco! La musica classica? Va bene giusto a Capodanno o per qualche occasione rara e speciale (poca, pochissima per carità, anzi, meno ce n’è meglio è).

Queste sono più o meno le scuse che da anni ci vengono rifilate per giustificare  un imbarbarimento ormai imperante, in televisione, come in altre sedi.

La cultura non riempie le saccocce quindi vai con spettacoli di labilissimo spessore culturale, spesso infarciti di volgarità, luoghi comuni e scopiazzature varie. Ma il tutto tritato e sminuzzato per renderlo digeribile allo spettatore medio, quello che fa coppia fissa con il divano e non capisce un tubo (catodico).

Ma esiste davvero questo spettatore medio o non è, piuttosto, la scusa di certi dirigenti mediocri che, per scusare la propria incapacità, si aggrappano a questi luoghi comuni pur di non sforzare la loro materia grigia, ormai arrugginita da anni di lauti stipendi e benefit sicuri?

Il pubblico non capisce, al pubblico va dato ciò che vuole, il pubblico è sovrano.

Ma siamo davvero sicuri che il pubblico voglia ciò che gli viene propinato, che davvero non sia in grado di capire qualcosa che, semplicemente, non conosce?

Non credo, anzi, non penso proprio. E la dimostrazione l’ho avuta ieri sera (per la verità un’ulteriore conferma) assistendo alla magistrale rappresentazione della Medea di Seneca a Nereto, minuscolo paesino di poco più di cinquemila anime. Perché sì, ci sono stati dei pazzi incoscienti che hanno avuto il coraggio di proporre un testo classico, non proprio alla portata di tutti, in un paesino del teramano che non ha nemmeno un teatro! Neanche uno piccolo piccolo – la rappresentazione si è tenuta in una saletta convegni superaffollata, praticamente un forno! Ma nessuno che si sia azzardato ad andare via, a sventolarsi, a fare il benché minimo rumore. Zitti: silenzio tombale. La stessa assenza di parole che si verifica di fronte a un evento prodigioso. O al talento.

Perché il talento azzittisce, paralizza, rapisce, ti porta via dalla tua vita giusto il tempo di un’esibizione, pochi minuti vissuti tra cielo e terra, tanto che poi tornare giù è difficile. Ed è proprio questo quello che ho provato assistendo alla rappresentazione della Medea del Maestro Paolo Magelli, interpretata dalla strabiliante Valentina Banci.

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È bastato poco, un paio di pannelli neri come la pece, un rialzo, qualche candela, il buio e lei: Valentina-Medea. È stata lei sola a riempire una scena scarna arredandola con la forza della parola, con la duttilità della sua voce, la fisicità dei suoi gesti, tanto da far “recitare” anche le ombre delle sue braccia proiettate sul muro.

E il pubblico ha capito. Quel pubblico di presunti spettatori medi che si bevono tutto quello che gli si dà, hanno capito. Perciò sono rimasti in silenzio tutto il tempo. Rapiti dalla potenza del talento e della bellezza, portati via in un’altra dimensione giusto una manciata di minuti – il tempo di una rappresentazione.

Ed è forse in questa dimensione che devono vivere i “pazzi” che hanno avuto il coraggio di portare un testo così impegnato in un paesino di provincia, dove si suppone non si possa apprezzare l’Arte con la “a” maiuscola. E invece no, scommessa vinta. E quindi mi viene da fare una considerazione a questo punto: che i veri pazzi, gli incoscienti, siano proprio quelli che ostinatamente continuano a ripeterci che con la cultura non si mangia, ché la cultura non riempie le saccocce o le panze.

Perché, si sa, il pubblico non capisce, e il pubblico è sovrano…

Un libro che sa di “buono”.

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di Coralba Capuani

Lorena Marcelli è una brava scrittrice, c’è poco da dire su questo. Avevo letto il suo primo romanzo e già mi ero innamorata della sua scrittura ricca e corposa, nonché dell’intensa capacità descrittiva – e sensoriale – capace di rendere in maniera vividissima colori, profumi e sensazioni tattili.

Nella collina dei girasoli Lorena abbandona le verdi alture della sua amata Irlanda per fare ritorno “a casa”, su altre colline che, questa volta, sono quelle della campagna abruzzese dove il giallo intenso dei girasoli e del grano maturo vengono macchiati qua e là da piccole oasi rosse; i papaveri che annunciano l’arrivo dell’estate.

La vita che Lorena ci racconta in questo romanzo è la vita di una famiglia all’antica, allargata si potrebbe dire se non ricordasse troppo altre tipologie familiari che nulla, però, hanno a che fare con la famiglia Diamante che rispecchia le famiglie patriarcali tipiche del meridione composte da numerosi nipoti, nonni e zie nubili.

Al centro delle vicende vi è la storia di questo nucleo familiare composto da: nonni contadini con una figlia zitella a carico, quattro nipoti femmine, figlie del figlio maschio sposato con una donna incapace di fare la madre e la moglie. Questa in sintesi l’ossatura della trama sulla quale l’autrice imbastisce una rete di ricordi (credo personali) legati all’infanzia nella terra natia e che, trasfigurata dal ricordo, diventa una specie di Eldorado, uno struggente Paradiso Terrestre ormai perduto. La masseria dei nonni diventa un’oasi di pace per Ambra, la protagonista, un luogo dove sperimentare l’affetto e l’armonia, al contrario del nucleo familiare originario in cui regnano le liti tra consorti, nonché la freddezza dei rapporti tra la madre e le sue figlie, ma anche tra le stesse sorelle. Le quattro figlie della Terra, Topazio, Perla, Giada e Ambra, non sono abituate alle manifestazioni d’affetto e crescono l’una contro l’altra, incapaci di amarsi o anche solo di comprendersi; Topazio, persa nel suo cinico egoismo che la porta ad abbandonare la scomoda famiglia adescando il primo sciocco che le capita a tiro, Perla, ragazza vanesia, invidiosa e ritratto della madre. Solo Ambra e Giada sembrano provare affetto l’una per l’altra, ma è un affetto algido, incapace di manifestarsi attraverso il contatto fisico. Contatto fisico che Ambra trova solo nella zia Elia, la zitella-madre, l’unica in grado di manifestare affetto e di ricoprire il ruolo materno a cui Lucia, la madre “biologica” di Ambra, non aspira e anzi rifiuta in maniera categorica fino alla fine. Così la casa dei nonni per Ambra diventa il luogo del cuore, il luogo di una vita semplice scandita dai ritmi immutabili della Natura – come lo scorrere delle stagioni o il lavoro nei campi. Una vita a misura d’uomo, autentica, che sa di buono, di pulito. Ed è proprio il sapore di buono, insieme alle descrizioni di questo paesaggio del cuore, di questo tempo senza tempo, la parte che ho amato di più. Forse perché da abruzzese riesco a condividere con l’autrice quel tempo antico spazzato via dalla modernità ma che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere nei cuori di chi l’ha sperimentato in prima persona; un tempo, quindi, che deve esserci rimasto indelebilmente dentro a entrambe.

Tra i personaggi ho adorato la piccola Ambra, dolce e ribelle, ma anche Elia, la madre che non è neanche stata sposa. Ho amato la compostezza e la solidità dei nonni che incarnano i valori veri che Ambra non riesce a trovare nella famiglia d’origine (soprattutto nella figura materna), valori tradizionali di un Abruzzo dal cuore “forte e gentile”, dove forte sta per fortezza d’animo, dignità e serietà.

Mi è piaciuto “Fava”, l’amico del cuore di Ambra, l’uomo fedele che ama disinteressatamente, così come ho trovato affascinante la figura di Killian, richiamo irresistibile all’amata Irlanda a cui l’autrice non sa rinunciare neppure in questo romanzo. Ma nonostante queste due figure maschili, le uniche insieme a quella paterna e del nonno a essere davvero pregnanti a livello della trama, per il resto gli altri personaggi maschili sono per lo più ombre prive di carattere, figure deboli che, come burattini, si lasciano manovrare dalle loro mogli per buona parte del romanzo. Un romanzo che è un potente ritratto femminile, e non sempre lusinghiero per noi donne. Se infatti da una parte ci sono la saggezza e la dolcezza di Elia, la ribellione e la sensibilità di Ambra, la fermezza e la pacatezza della nonna, dall’altro vi sono anche figure fortemente negative: Topazio, Perla e la loro madre Lucia, tre pezzi di un unico puzzle che compongono una femminilità frivola, fredda, cinica e calcolatrice.

Un romanzo moderno che sa d’antico, un viaggio nei luoghi del cuore per rivalutare il valore della memoria.

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Klea: tra fantasy e menzogne

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Letterando è lieta di presentare ai suoi lettori la nuova fatica letteraria del nostro amico Valentino Eugeni. Continuate a seguirci se volete sapere qualcosa in più su quest’eclettico scrittore.

Henke è un giovane studente di fisica. Henke è malato, è narcolettico, si addormenta nei momenti peggiori, e sogna. Annabeth è la sua migliore amica, da sempre, ma non può raccontargli di Klea, della prigione in cui è rinchiusa. Per questo sceglie di mentirgli ogni giorno, anche quando Klea si avvia al supplizio che il vescovo ha preparato per lei.

Sono queste le premesse di “Klea”, primo racconto breve in ebook di Valentino Eugeni, già autore dello Urban fantasy “La voce di Nero” (Montecovello editore, 2015). Disponibile su tutte le maggiori librerie online (questo il link Amazon), si tratta di un paranormal fantasy in cui l’inquietudine monta capitolo per capitolo. Henke non è l’unico a essere ossessionato dalle sue visioni, ma ciò che scoprirà in merito a quelle immagini oniriche affonda in un passato così doloroso che tutti attorno a lui hanno scelto di mentirgli.

“Klea”, pur non essendo l’inizio di una saga, è parte di un nuovo progetto editoriale dello scrittore fermano che promette di stupire: un’antologia di storie brevi che i lettori potranno comporre nel tempo e che garantisce contenuti speciali ai fan più fedeli.

Come si legge sul blog ufficiale, infatti, Eugeni annuncia la pubblicazione di altri 11 racconti, che seguiranno il primo a cadenza semi-regolare. Alla pubblicazione dell’ultimo racconto, chi li avrà collezionati tutti (producendo prova di acquisto), ne riceverà un tredicesimo in esclusiva e un’illustrazione originale che rappresenta la “copertina” della raccolta così ultimata. Un modo per rinverdire la tradizione delle pubblicazioni a fascicoli nell’era del digitale, in cui il classico raccoglitore viene sostituito dal vostro ereader.

Valentino Eugeni nasce nel 1975. Cultore e consumatore compulsivo di storie, narratore ed esploratore del fantastico. I suoi racconti sono stati selezionati in vari premi letterari e pubblicati nelle antologie di Limana Umanìta e Isola Illyon. “Parthan ci lasciò vivere” è nella cinquina finalista del premio Crysalide Mondadori e viene pubblicato in Effemme, l’almanacco di Fantasy Magazine (Primavera 2014). Il suo primo romanzo “La voce di Nero”, si classifica Top100 su Ilmiolibro.it.

Questi i link dove seguire l’autore:

Blog ufficiale (http://valentinoeugeni.it/)

Facebook (http://valentinoeugeni.it/)

Twitter (https://twitter.com/valentinoeugeni)

Goodreads (http://www.goodreads.com/user/show/49118859-valentino-eugeni)

 

 

Quo(rum) vadis?

Riflessione amara sul fallimento del referendum sulle trivelle.

pecore

di Coralba Capuani

Gli italiani non si smentiscono mai, sono sempre il solito popolo di caproni. Questo è stato il primo pensiero appena venuta a conoscenza del risultato del referendum di domenica scorsa. All’italiano medio importa solo del calcio, dell’uscita domenicale e delle proprie bagattelle familiari, il resto è roba degli altri e lui, da bravo italiano medio, se ne frega.

L’italiano medio pensa che andare a votare sia solo una grossa scocciatura che gli intralcia il programmino domenicale pianificato durante tutta la settimana lavorativa: dormita fino alle dieci, lauto pranzo, vistitina allo stadio per assistere alla partita della squadruccia locale, passeggiatina veloce giusto per accontentare la prole, e soprattutto la consorte che sennò romperà ogni santo giorno a venire della settimana successiva. Infine, dopo una cena, passerà la sera spaparanzato sul divano a vedere la trasmissione svuota cervelli, quella che non impegna e non fa riflettere finché si andrà tutti a nanna in attesa di ricominciare il tran tran del lunedì.

L’italiano medio mica lo sa che c’è stata gente che ha combattuto e perso la vita per dargli quel diritto che lui considera solo una seccatura, un affaruccio da niente, ché è già un peso andare a votare per le politiche, comunali, regionali, nazionali, ma quello è un peso che gli hanno insegnato che non si può scrollare di dosso, però il referendum no, cacchio, pure quello no! A che serve il referendum?, si chiede l’italiano medio, solo a spillare soldi agli italiani, si risponde. E poi vuoi mettere tutti quei quesiti di cui lui non capisce un’acca e manco gli interessa informarsi per cercare di capirci qualcosa almeno? Perciò no, per il referendum l’italiano medio a votare non ci va, se ne frega.

Però non crediate che io stia parlando di gente ignorante, persone prive di un titolo di studio o semplicemente vecchietti un po’ rimbambiti dall’età. No, io mi riferisco a soggetti-tipo, uguali e spiccicati a quello che ieri, domandando se fosse andato a votare, mi ha risposto così: «Alla televisione hanno detto che non bisognava andarci, e poi sono cinque anni che non voto». Il tutto accompagnato da una scrollata di spalle e un arricciamento di labbra.

Ecco, questo è l’italiano medio, quello che si limita a curare il proprio orticello, quello che veste abiti firmati, ha l’i-phone, naviga in internet, chatta, tagga, ma non è poi molto diverso dall’uomo di Neanderthal. Un Neanderthal tecnologicamente evoluto, senz’altro, ma culturalmente quello di allora, quello che si interessa dei propri bisogni primari senza considerare la comunità. Che lui è parte di una comunità più ampia che non è solo la sua famiglia, il paesello nel quale vive, né la regione, bensì una comunità che lo fa italiano, europeo, e anche cittadino del mondo. Un individuo che non capisce che anche lui, seppur neandertaliano nell’intelletto o nella coscienza civica o, peggio, in entrambi i casi, ha degli obblighi morali verso la comunità italiana, europea e anche, in fin dei conti, mondiale. Pure se lui è un minuscolo tassello, una pulce, un neutrone piccolo piccolo, ma che, come l’invisibile neutrone, ha un proprio peso specifico, occupa uno spazio nel mondo,  e che, in certi casi, proprio come il neutrone, può diventare una minaccia per sé e per gli altri.

A me fanno paura queste persone che non si fanno domande, prive di curiosità verso la vita e verso il destino degli altri, quelli che pensano solo alla propria individualità senza curasi della collettività. Mi fanno paura perché sono facilmente manovrabili e, con il loro disinteresse, fanno perdere peso alla comunità tutta che, poco a poco, si alleggerisce di elementi perdendo il potere di contare. Perché chi non sceglie, in fondo, fa sempre una scelta, il suo disinteresse, infatti, fa in modo che la voce degli altri sia meno udibile e, quindi, condanna tutta la comunità al silenzio.

E non si tratta, come dicevo sopra, di ignoranza pura e semplice, di mancanza di cultura, ma di un fattore che denominerei come un’incoscienza culturale, o, se preferite, un’ignoranza della coscienza. Non si tratta di avere titoli di studio, di essere plurilaureati e via dicendo, ma di un’esigenza che viene da dentro e che ti spinge a non accontentarti di ciò che ti viene detto e a intraprendere una tua ricerca personale, e vi posso dire che questo non dipende dal titolo di studio ma da una predisposizione individuale. Faccio l’esempio di due miei compaesani, persone molto diverse, ma unite entrambe da una passione verso la conoscenza. La prima è un’estetista, una di quelle figure professionali che nella fiction Rai “Come fai sbagli” (e mai titolo fu più azzeccato!) suscita la reazione sdegnata di una delle protagoniste alla sola idea che sua figlia possa intraprendere questo mestiere, forse perché i dirigenti Rai considerano l’estetista come prototipo dell’ignorante. Beh, che vi devo dire, sarò stata fortunata, ma non solo la mia estetista suona il violino (appreso da adulta e per passione personale, non certo per farne una carriera), ma legge e si interessa di tutto tanto che mi è capitato di discorrere con lei persino di filosofia greca (solo per questioni di spazio tralascio il caso di un’altra estetista, mia carissima amica nonché ottima scrittrice e lettrice famelica, molto più della sottoscritta…)

Ma tornando ai miei compaesani, il secondo è un tipo strambo, uno che ha idee un po’ rivoluzionarie, ma che, nonostante non condivida i suoi punti di vista, non si accontenta della pappa pronta che ci propinano, ma si ingegna a ricercare i testi più bizzarri e non convenzionali pur di farsi un’idea propria. Magari a volte passa da un argomento all’altro senza continuità di logica o senza spiegare all’interlocutore i vari passaggi intermedi (se li dia per scontati o non li conosca non saprei dire), ma è una persona che ha fatto della ricerca la sua vita. E secondo me è proprio questa la vera cultura: una continua ricerca che ti porta a farti domande che non si esauriscono con delle semplici risposte ma che, anzi, una volta trovata la risposta ti suggeriscono la domanda successiva in un moto perpetuo di domanda e ricerca. La cultura è non accontentarsi di ciò che si vede o ci viene detto, ma approfondire e decidere con la propria testa, scegliere, magari sbagliando, ma scegliere. Perché, ricordiamoci sempre, che anche chi si mette in un angolo sperando che gli altri decidano per lui, delegando agli altri anche le proprie responsabilità civiche, in realtà finisce sempre per fare una scelta che oltre ad avere delle conseguenze per lui stesso ne avrà anche per gli altri. E ricordatevi che, a volte, la sua non-scelta può diventare pericolosa, perché toglie o diminuisce il potere decisionale degli altri, indebolendo, in ultima analisi, anche la democrazia. E non è un caso che i più affezionati al voto siano i più vecchi, persone semplici che magari hanno solo la quinta elementare ma che conoscono il valore della libertà e della possibilità di decidere, proprio perché hanno sperimentato sulla propria pelle che la democrazia è un dono prezioso, un dono che ci è stato regalato da chi ci ha preceduto e che, spesso, ha pagato con la vita. Proprio adesso che si avvicina il 25 aprile, dedichiamo qualche minuto delle nostre giornate oberate di impegni a riflettere sul valore di questo dono che ci è stato affidato solo in prestito e che dovremmo restituire alle generazioni che seguiranno. Non facciamo in modo, quindi, che questo dono si perda per strada, ma lottiamo, come la generazione che ci ha preceduto, per conservare il prezioso dono della possibilità di scelta e della democrazia.

Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere

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Leggo il commento di Bianca Stanco  sull’intervista rilasciata a Il Giornale, dal critico letterario Alfonso Berardinelli e trovo un continuo ritorno di giudizi lapidari del tipo:

“…impossibilità dell’esistenza di classici contemporanei”.
della letteratura è rimasto soltanto il nome. È l’ora dei velleitari, specie in poesia”.
“… la critica ha perso il ruolo trainante e militante”.
“… svuotamento intellettuale nel panorama editoriale contemporaneo, un declassamento della poesia e della narrativa …”.
“Narrativa e poesia si sono così dilatate da essere entità senza forma né confini”.
“È un caso disperato. … il 90 % della poesia che si pubblica non è né brutta né bella. È nulla. Nessuno potrebbe leggerla”.
La poesia “è diventata il genere letterario di chi non sa scrivere”…“i poeti mediamente non hanno idea di cosa sia un verso”.

Da brivido!, ma è davvero così?

No, non può essere così.

Con tutto il rispetto che sempre nutro per chi ha militato per anni nell’ambiente letterario e culturale che certamente ha molto da insegnare, soprattutto a me, ciò nonostante mi sento di dissentire. In questo nostro millennio la letteratura sta sicuramente soffrendo di ipossia dovuta al sovraffollamento, ma siamo sicuri che sia davvero un male?, non è invece uno stimolo alla ricerca, alla critica e alla curiosità?
Sento dire:
“Se l’editoria si rifiutasse di pubblicare almeno i due terzi di quello che pubblica, si riuscirebbe a fare un po’ di chiarezza”.
La campana stona un po’.
Si dà troppa importanza alle case editrici, in fondo sono “enti commerciali” che vivono e proliferano sull’attivo di bilancio. Non è sano conferire il potere di indottrinarci a chi ha troppi interessi da soddisfare. L’obiettività non è una virtù che appartiene al business. Un tempo si diceva: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”, e oggi si vorrebbe che il contadino ci dicesse ciò che è buono? Ciò che piace lo decide il lettore non il venditore perché se così non fosse allora avrebbe ragione Sgarbi quando ci chiama capre. Siamo un popolo istruito, distratto forse, un po’ pigro, ma il popolo dei lettori è un popolo istruito e i mezzi di informazione non mancano.
Leggo sull’articolo di Bianca Stanco:
Il lettore medio non ha più le facoltà per scegliere e comprendere di cosa parla un libro.”
Rabbrividisco e m’indigno.
Io sono una lettrice media e non permetto a nessuno di dirmi che non ho la FACOLTA’ di scegliere e comprendere di cosa parla un libro. Un urlo mi squarcia dentro e mi sento ferita da questa affermazione.
È vero che l’enormità della produzione di libri (vado cauta e non definisco tutta la produzione in circolazione chiamandola: romanzo e neanche opera) può metterci in mano delle vere ciofeche e ciò può deluderci, può indignarci perché ci sentiamo frodati: pensavamo di poterci concedere un momento di bella lettura invece no; ma ciò succederà qualche volta, non sempre; certe lezioni si imparano e aiutano a raffinare le scelte; se si dovesse ripetere potrebbe essere solo per un difetto di distrazione. Ci stiamo abituando un po’ tutti a leggere gli incipit che spesso sono disponibili anche sulle biblioteche on line; abituiamoci a essere propositivi, costruttivi e critici. Abituiamoci ad ascoltare il consiglio di amici, il passaparola rimane sempre il miglior modo per scegliere con il minimo rischio.
Ancora: “da solo il lettore non capisce che sapore ha un libro”. Un’affermazione di questo tipo denota un orribile disprezzo verso i lettori considerati al pari di humus, frutto della degradazione e rielaborazione degli interessi commerciali delle multinazionali dell’editoria e buono solo come fertilizzante per far fiorire talenti senza talento e casi letterari senza caso.

Per quanto riguarda poi l’affermazione che: “I narratori hanno un solo obiettivo, ossia il Premio Strega”, e ancora “l’assenza di scrittori creativi, coscienti, in grado di rapportarsi con il pubblico e soprattutto consapevoli della cosa da raccontare” mi ariva come alibi e denota inerzia e pigrizia a conferma che chi vuole davvero fare informazione e critica letteraria deve armarsi di pazienza, falce e macete per avventurarsi nella giungla di edizioni che vengono sfornate ogni giorno. Il critico letterario non può più starsene seduto comodo sul divano e aspettare che gli arrivino i libri da leggere e recensire fidandosi del marchio editoriale impresso in copertina, oggi il critico letterario deve cambiare strategie e scavare con pazienza, intuizione e un pizzico di fortuna, come fanno e hanno sempre fatto gli archeologi.
Chi afferma che “La letteratura non ha più a disposizione un pubblico competente, né nell’ambito della narrativa né in quello della poesia. Non vi è più la ricerca di nuovi talenti, di curiosità.”, apparterrà forse a quella parte della critica stanca, che ha tanto operato nel settore d’aver esaurito l’amore per la ricerca della cultura il cui entusiasmo si è spento, soffocato dal peso delle troppe novità tecnologiche un po’ incomprese e un po’ pressanti che ora vorrebbe riposare sugli allori e invece gli allori riconosciuti sono inferiori alle aspettative?

M.B.

L’arcobaleno torna ai bambini

 

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Ciao e benvenuta sul blog di Letterando, per prima cosa una curiosità, come ci hai conosciuto e perché hai scelto noi?

Ciao grazie per la possibilità che mi state dando, girando per il web, per farmi conoscere come blogger e illustratrice mi sono incuriosita al vostro sito e vi ho contattato. È stata una pura casualità.

Presentati ai nostri lettori, chi è Mariangela e cosa fai quando smetti gli abiti di scrittrice?

Mi chiamo Mariangela Caccia e sono un’illustratrice e una blogger, scrivo su un sito di cinema e mi occupo della parte kids, faccio recensioni e cerco di dare consigli ai genitori, visto che sono anch’io una mamma di una bambina di 6 anni di nome Nicole.

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Come è avvenuto l’incontro con la scrittura? È stato un processo lineare, una scoperta recente o è stata una passione accantonata e poi recuperata?

È stata una passione accantonata e poi recuperata, mi è sempre piaciuto scrivere per i bambini e raccontare storie, ho messo insieme il mio lavoro di blogger e di illustratrice e ho creato un libro App per bambini con il titolo “La Famiglia Arcobaleno”, anni fa tenevo una rubrica sempre per bambini sul giornale “La Cronaca di Piacenza”.

Come mai questo titolo singolare per un libro dedicato ai bambini? Sai con i tempi che corrono quando si parla di “arcobaleno“ si pensa a un unico argomento. Io stessa sono caduta in errore prima di dare una sbirciata al link d’acquisto del tuo libro 😀 (che trovate qui: https://itunes.apple.com/it/book/la-famiglia-arcobaleno/id1049110105?mt=11&ign-mpt=uo%3D4)

Sì, hai ragione, quando parliamo di famiglia  arcobaleno ci vengono in mente le famiglie con coppie omosessuali. Io per il libro non mi sono basata su questo argomento, ho semplicemente creato una famiglia allegra con voglia di fare e insegnare ai bambini i numeri le lettere i colori e tanto altro in modo efficace ma semplice, perciò ho pensato a colori allegri e solari, tutto qui.

Quanti libri hai scritto e quale genere tratti?

Scrivo libri per bambini, con delle parti interattive per aggiungere alla lettura il divertimento del gioco, della curiosità e della scoperta. Un altro libro scritto che uscirà a breve è sulla paura del buio e come aiutare i bambini a superarla. Mi piace molto il mondo dei bambini, perché mi da la possibilità di viaggiare con la fantasia e far uscire la bambina che c’è in me. Ho sempre scritto per bambini, all’inizio, creando storie su misura per il bambino stesso, dove lui o lei diventavano i protagonisti della storia stessa. Poi con l’evolversi anche della tecnologia ho provato a creare dei libri interattivi unendo l’utile al dilettevole. “La famiglia Arcobaleno” è un libro interattivo arricchito da magiche animazioni. La storia, emozionante, accompagna il bambino in un viaggio alla scoperta dei colori, dei numeri, delle lettere, delle note musicali, stimolando la fantasia e incoraggiando la creatività. Attraverso il gioco i bambini impareranno a conoscere ciò che li circonda. Potranno, con un semplice tocco, fare magie e giocare con mamma e papà, far suonare la sveglia dormigliona ed imparare i numeri, svegliare le tazze ballerine con i biscotti che si tuffano nel latte, mentre il treno fa ciuf, ciuf; guardare il coniglio salterino mentre tenta di mangiare la signora carota, e scoprire come corre il signor bruco giù per la collina, fino a far scappare il signore del buio.

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Tu sei un’esordiente e spesso molti tuoi colleghi ricorrono all’autopubblicazione, tu cosa ne pensi, meglio avere alla spalle una casa editrice o chi fa da sé fa per tre? Com’è stata la tua esperienza in proposito?

Ho avuto tutte e due le esperienze, il primo libro “Nily vince la paura del buio”, scritto con una psicologa dell’infanzia, è stato pubblicato da una casa editrice, ma purtroppo l’esperienza non ha avuto esiti positivi, forse perché la casa editrice stessa non era specializzata per la fascia kids.

Con il libro “La famiglia Arcobaleno” invece abbiamo deciso per l’autopubblicazione, e sembra che il tutto stia procedendo nel migliore dei modi. Anche se non è stato facile perché il mondo web è pieno di libri gratuiti e non per bambini.

Progetti futuri?

Tra i progetti futuri ho due libri nel cassetto, due testi che sto scrivendo con una professionista del mestiere (logopedista) per aiutare i bambini con difficoltà di linguaggio e avvicinare i più piccoli alla lettura con molta semplicità. Un altro libro è invece sempre sulla paura del buio e come cercare di risolverla con delle strategie abbinate alla storia.

Grazie per essere stato dei nostri e a presto!!!

Dove seguire Mariangela http://kids.screenweek.it/

 

 

 

Lo spirito investigativo di Roberto Blandino

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Ciao e benvenuto/a sul blog di Letterando, per prima cosa una curiosità, come ci hai conosciuto e perché hai scelto noi?

Vi ho conosciuti attraverso i social network e in un certo senso il destino ha voluto che le nostre strade si incrociassero…

Presentati ai nostri lettori, chi è Roberto Blandino e cosa fai quando smetti gli abiti di scrittore?

Mi chiamo Roberto Blandino, 43 anni, torinese, vivo e lavoro a Biella. Una figlia di 4 anni. Passione per la scrittura da sempre, ma ho cominciato per gioco qualche anno fa. Insomma, padre, marito, lavoratore e tante altre cose, come tutti. Scrivere è una delle molte passioni che coltivo, con tenacia e umiltà. Forse perché ne ho bisogno, come valvola di sfogo, nonostante il poco tempo a disposizione.

Come è avvenuto l’incontro con la scrittura? È stato un processo lineare, una scoperta recente o è stata una passione accantonata e poi recuperata?

Mi è sempre piaciuto scrivere. Una dote naturale che ho però abbandonato subito dopo gli studi, nonostante sia stato l’unico studente del mio istituto superiore ad avere 10 in componimento. Alcuni anni fa, causa le lunghe notti insonni per la nascita di mia figlia, si è risvegliata la passione e allora, di getto, ho scritto il mio primo libro.

Quanti libri hai scritto e quale genere tratti?

Ho scritto cinque romanzi e due saggi, uno sull’Astrologia e uno sull’esoterismo in genere.

Ci parli dei tuoi romanzi?

I miei romanzi raccontano le avventure e le indagini di un ex membro dei servizi segreti vaticani, Gabriel Delacroix, colpito da gravi crisi esistenziali dopo la tragica scomparsa della moglie. Archeologo e storico dell’arte, Gabriel ha un oscuro passato che viene via via narrato lungo il dipanarsi delle sue avventure.

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Nello specifico Lo Spirito del Male è l’episodio pilota di una serie di romanzi che ruotano intorno alle indagini di Gabriel Delacroix, ricercatore universitario ed ex agente del Servizio di Informazione del Vaticano, il SIV, di cui era uno dei pochissimi membri laici. Dopo la tragica scomparsa della moglie, Gabriel si è ritirato progressivamente a vita privata, dividendosi tra i suoi incarichi presso i Dipartimenti di Orientalistica e di Scienze antropologiche, storiche e archeologiche dell’Università di Torino e il ruolo di genitore. Abbandonato poco più che neonato alle porte del Matteo Ricci Institute di Macao, Gabriel viene adottato dal Padre Gesuita Antoine Delacroix, che gli dà il suo cognome e lo educa come suo successore alla guida del SIV, organizzazione nella quale Gabriel militerà poi per oltre venti anni. L’occasione di rimettersi in gioco si presenta sotto le vesti di suo cognato, il Colonnello dell’Arma Alessandro De Angelis, membro effettivo dell’AISI, il quale ha ricevuto l’incarico di fermare un misterioso assassino, che si è auto appellato come “Il Demiurgo”, che ha rapito due delle massime cariche dei Servizi Segreti italiani. Dopo aver inviato al Generale Andreis, Direttore dell’AISI, le prove dell’avvenuto assassinio di uno dei due funzionari rapiti, il Demiurgo minaccia l’uccisione del secondo entro le 48 ore successive, a meno che non gli vengano fornite le coordinate delle leggendarie Grotte Alchemiche di Torino. Il Colonnello De Angelis, coadiuvato da due colleghi statunitensi, il Maggiore Ted Newmar e il Tenente John Repetti, si rivolge quindi all’unico uomo che crede possa aiutarlo nella ricerca, suo cognato Gabriel, appunto. Gabriel si metterà quindi alla testa del gruppo per intraprendere una strenua ricerca attraverso i punti chiave della Torino esoterica, fino all’inaspettato confronto finale con il misterioso Demiurgo e le creature del buio che egli domina…

Tu sei un esordiente e spesso molti tuoi colleghi ricorrono all’autopubblicazione, tu cosa ne pensi, meglio avere alla spalle una casa editrice o chi fa da sé fa per tre? Com’è stata la tua esperienza in proposito?

Anche io ho autopubblicato i miei romanzi, prima di cedere i diritti de Lo Spirito del Male a Leone Editore per 10 anni, l’ho autopubblicato con il titolo de Il maestro del buio e con un po’ di fortuna sono stato al primo posto di Amazon per dodici settimane consecutive, davanti a mostri sacri come King e Cooper. Dopo aver venduto migliaia di ebook le case editrici hanno cominciato a notarmi. Ho quindi firmato con Leone Editore.  Autopubblicare è una grande avventura, ma è anche un’arma a doppio taglio. In Italia il 57% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. In Francia si legge 4 volte di più, per esempio. Tutti vogliono scrivere però. In pratica, vi sono quasi più aspiranti scrittori che lettori, e questo è singolare visto che il primo requisito per un aspirante scrittore è quello di essere un avido lettore… Ma l’editoria vera rimane quella cartacea, almeno in Italia, e non autopubblicata. Il self a mio modo di vedere le cose dovrebbe essere solo un punto di partenza, anche se pubblicare con una casa editrice, ancorché ben distribuita, richiede moltissimi sforzi ugualmente.

Progetti futuri?

Proseguire le avventure di Gabriel Delacroix ed espandere il suo mondo. Ho quasi ultimato la trama del quinto romanzo che lo vede protagonista anche se prima dovranno essere edite le sue precedenti avventure. In pratica posso lavorare con tranquillità.

Grazie per essere stato dei nostri e a presto!!!

Grazie a voi per l’attenzione.

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