La morte delle icone pop e i falsi miti dei media

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di Coralba Capuani

Un altro mito degli anni Ottanta se ne è andato, e, profeticamente, proprio il giorno di Natale, festività al quale sarà per sempre legato il suo ricordo vista la popolarità di Last Christmas, diventata, sua malgrado, icona, pure lei, degli stucchevoli stereotipi legati a questa festività.
Siccome io negli anni ’80 ci sono cresciuta, avrei voluto scrivere una profondissima e serissima riflessione sull’innaturalità di queste morti, sul fatto che incominci a capire di essere vecchio quando ti guardi attorno e ti rendi conto che le persone che hanno condiviso buona parte della tua vita iniziano ad andar via: amici, conoscenti, e soprattutto icone pop. Sì, perché la morte di un personaggio famoso non è una cosa che ti lascia indifferente quando sai che molti dei tuoi ricordi sono incollati alle sue canzoni; che so, la prima infatuazione, i primi assaggi di libertà ecc. Quindi se muoiono George Michael, Prince o David Bowie, muoiono anche pezzi di vita in un certo senso. Sensazioni, emozioni, gioie e dolori fissati alle note delle loro canzoni. E non è che ti debbano piacere per forza, perché certe icone pop si imponevano a tutti, che lo si volesse o meno. Come fa, ad esempio, la generazione DJ Television, quella che ha passato le estati a guardare il Festivalbar, a non ricordare il motivetto che ti “facevano sorbire” per mesi e che, una volta fissatosi in testa, non ti scollavi più di dosso? Perciò ti di dispiace quando muore una “star”, perché sai che un pezzo di vita, un’epoca, se ne sono andate per sempre. Che non torneranno più.
Ma questo, in fondo, è un processo inevitabile, è la natura che fa il suo corso. A non essere normale è che molte icone della nostra adolescenza siano andate via, mentre quelle dei nostri genitori resistano ancora, gironzolando per i canali tv o sui palchi di mezza Europa quasi il tempo non li avesse sfiorati.
Ecco, sull’innaturalità della morte precoce delle icone della nostra adolescenza, sulla scomparsa di queste anime di carta, così leggere da volar via con un soffio di vento, avrei voluto discorrere in questo articolo. Fino a quando, cioè, non ho cambiato idea ascoltando i commenti “da comare” nei vari servizi giornalistici passati in tivù. Tralasciando il fatto di essere stata messa a parte di tutti i cavolacci intimi della buon’anima più in questi ultimi due giorni che in trent’anni della sua carriera, la cosa che mi ha lasciato basita è l’immagine quasi da “piccola fiammiferaia” che i media hanno dato di George Michael.
George sarebbe morto a causa di un infarto. No, rettifica, forse George sarebbe morto a causa della dipendenza da droghe che gli avrebbe causato l’infarto che lo avrebbe portato alla morte.
E perché il buon George avrebbe fatto uso di droghe? Ovvio, perché era un’anima in pena, sofferente, sola. Da quando la sua stella aveva iniziato a offuscarsi, poi, sarebbe ingrassato, perciò si sarebbe rintanato nella sua casa in campagna solo e isolato da tutti. Morto così: in pena e solitudine.
Però il suo corpo sarebbe stato trovato dal compagno, e i familiari, inoltre, smentiscono fermamente che il loro congiunto facesse uso di droghe. Anche perché George era una brava persona, buono e amato da tutti, un filantropo dedito agli altri, che avrebbe donato somme ingenti a favore di istituti caritatevoli e così via. E non si sarebbe smentito neanche dopo la morte, visto che parte dell’eredità sarà donata ai figli di alcuni suoi amici.
Ora, senza voler mancare di rispetto a una persona che non c’è più, mi sorgono alcuni dubbi:

1) Ma non si era detto che era un uomo solo? E allora da dove esce la lunga sfilza di amici, conoscenti, parenti e affini?
Risposta: boh!

2) Era ingrassato molto negli ultimi tempi, si vergognava, e perciò viveva lontano dai riflettori.
Risposta: ma un dietologo, no?

Spero sia palese che il mio intento non è denigrare George Michael, a cui va tutta l’umana pietas per un uomo che ha effettuato delle scelte sbagliate – la droga – pagandone, ahimè, poi, le conseguenze.
Il mio intento bensì è di tirare le orecchie a certi giornalisti che ricorrono al sensazionalismo esagerando, montando e gonfiando notizie che, invece, andrebbero date così come sono, in maniera semplice e trasparente.
E invece no, ogni volta che muore la star di turno bisogna farla passare per martire, ma perché?
Che bisogno c’è? Credono di rendercela più simpatica, o, forse, pensano di renderci più accettabili certe “leggerezze”, come imbottirsi di mix di farmaci, droghe, alcol e schifezze varie?
O vogliono solo prenderci in giro burlandosi delle “insignificanti” preoccupazioni delle nostre grame esistenze, come mutui da pagare, disoccupazione, non arrivare a fine mese e crisi economiche varie, che, vuoi mettere il paragone, sono davvero poca cosa in confronto alle sofferenze del vip di turno?
Ma la gente non è mica scema cari miei, lo sa benissimo che il vero problema del compianto George Michael era la droga, e non certo il fatto di essere solo, visto che un compagno, una famiglia e degli amici li aveva. Vogliamo poi parlare del problema legato al peso, che poi non è né più né meno di quello che devono affrontare tutti quelli che devono dimagrire. E quindi? Volete forse che il buon Michael non avesse avuto la possibilità di trovarsi un buon dietologo? Anzi!, magari quello sarebbe stato disposto pure a fargli la spesa nel mercatino bio, portargli a casa i cibi già cucinati, e, magari, pure lavargli i piatti.
Anche il discorso riguardo al declino del suo successo mi pare poco credibile visto che, se si fosse messo sotto a scrivere un album, e fosse andato a bussare alle porte giuste, nessuno gliele avrebbe chiuse in faccia quelle porte. E poi, in fondo sai che c’è, con i soldi che aveva se lo sarebbe potuto produrre da solo un disco, mica come noi miseri scrittori esordienti, che ci tocca quasi fare il porta a porta pur di vendere un paio di copie!
Il succo di questo lunghissimo articolo, dunque, è solo questo:  vada per la compassione che si deve a qualunque essere umano, soprattutto dopo la sua dipartita, ma che almeno i suoi errori possano essere d’esempio ai giovani, a far capire loro che ogni scelta ha un prezzo e che, prima o poi, il conto arriva per tutti.

 

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Il coraggio di Bob

di Coralba Capuani

Il Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan, credo rappresenti un monito per chi si definisce scrittore o poeta: se quelli dell’Accademia hanno dovuto pescare tra i parolieri della musica pop, e ce ne sono di bravi, per carità, significa che non ci sono più autori capaci di trasmettere valori profondi o riflessioni originali. Significa, in breve, che ha perso la Letteratura, il mondo della parola scritta, quella che non ha bisogno della musica per esprimere la potenza che ha in sé, quella che non ha bisogno di contorno e che sta su da sola, in sintesi. E quindi abbiamo perso tutti:
1) gli scrittori: che hanno ricevuto un bello schiaffone in pieno viso
2) le case editrici: che, evidentemente, hanno perso la lucidità di giudizio e che non sono più in grado di “scovare” il talento.
3) la letteratura contemporanea: stata ridotta uno squallido Mc Donald’s dove ogni sapore viene appiattito in gusto che mescola sapori diversi facendone una brodaglia salata che sa di tutto e non sa di niente e che, peggio ancora, annulla le peculiarità della cucina locale tradizionale.
4) Ha perso la società e la cultura: che si ritrova una miriade di scrittori azzoppati ma nessun vero Autore con la “a” maiuscola, dove autore sta per letterato: persona che dedica la propria vita allo studio e alla diffusione della cultura

Insomma, senza voler crocifiggere o sminuire il talento di Dylan, vorrei che questo Nobel servisse a svegliare le coscienze addormentate di tanti “scrittori” che hanno svenduto il loro talento per una manciata di vendite in più, esattamente come le stesse case editrici che, nascondendosi dietro l’alibi del “non vende”, “non è un testo commerciale” hanno venduto l’anima al dio denaro abdicando il ruolo di scopritori di talenti.
Coraggio! Ci vuole coraggio: ecco, secondo me, quale deve essere il monito di questo premio Nobel. Bisogna che tutti ci si rimbocchi le maniche e si trovi il coraggio di osare, di dire/scrivere cose scomode, fastidiose, non commerciali, ma nuove e originali. Dove l’originalità non sta tanto nel messaggio in sé quanto nella visione personale di chi quel messaggio lancia al mondo. Questo, a mio avviso, quello che manca nella Letteratura moderna.

SPRITZ? Sì, grazie! Certi vizi aggregano.

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Questa mattina parlando con un amico, si rifletteva sul dilagare della moda dello spritz. Il mio amico commercia in vini e mi diceva che lo spritz dà un notevole impulso ai suoi affari.

Concedetemi un cenno storico: Si fa risalire l’origine dello spritz all’usanza dei soldati dell’Impero austriaco, di stanza nelle regioni del Regno Lombardo-Veneto, che allungavano i vini veneti con seltz per diminuirne la gradazione alcoolica. Da qui l’origine del nome, dal verbo tedesco austriaco spritzen, che significa “spruzzare”. Tale usanza austriaca rimane nella Trieste asburgica fino al 1918 e in molte località del Nord-est italiano. “Vino spruzzato” a Milano. lo spritz come lo beviamo noi nasce a Padova e Venezia all’inizio del 900 dall’idea di allungare il vino con l’Aperol (presentato alla Fiera di Padova nel 1919). La popolarità del cocktail si diffonde in tutta la regione veneta a partire dagli anni ’70.  Ora lo spritz è diffuso in tutta la nazione anche grazie alla pubblicità dell’Aperol che non ha perso l’occasione di cavalcare la moda con una campagna pubblicitaria mirata.

Ma come mai questa moda non tramonta?, perché il fenomeno dello spritz non si è sgonfiato dopo il primo exploit come spesso accade per certe brillanti novità? Sembra invece che si stia affermando sempre più e stia diventando un rito necessario e irrinunciabile senza esclusioni.

Domenica eravamo a Monselice e durante la nostra sosta al bar, -con mio marito usiamo fare un giro in bici quando il tempo permette e a metà percorso è d’obbligo la sosta ristoratrice,  Io prendo un caffè shakerato senza zucchero e lui una coca-, erano passate le 13 da poco, mi sono distratta a curiosare i tavoli occupati attorno a noi, la mia attenzione si è concentrata su due ragazze che occupavano il tavolo accanto, avevano due calici vuoti e un vassoio di stuzzichini, vuoto anch’esso. Parlavano. Sì, stavano parlando. Sembra incredibile ma non avevano sul tavolo null’altro che la consumazione e le sigarette, nessun cellulare, nessun tablet. Tutta la tecnologia che di certo avevano con loro era dimenticata in fondo alla borsa e si stavano scambiando confidenze. Non ho resistito e ho origliato con tutta l’indiscrezione che sempre più mi concedo quando le persone m’incuriosiscono. Parlavano di uomini. Parlavano dei loro ragazzi. Una delle due esprimeva all’altra la gioia provata quando il suo boy friend ha voluto assistere alla discussione della tesi affrontando così la sua famiglia e facendo quello che poteva diventare il primo passo per ufficializzare una relazione tenuta nascosta tra le righe di WhatsApp.

Mi torna in mente un’altra immagine, anch’essa rubata al bar. Eravamo a Padova in piazza della Frutta, sosta per un Aperol-spritz questa volta, era tardo pomeriggio. Due tavoli dietro mio marito, si consumava una tragedia. Due signore si confrontavano. La cosa mi ha molto rattristata, ma questo è il pegno da pagare quando ci si permette di farsi gli affari altrui. Le due parlavano di tradimenti. Una delle due piangeva, l’altra non ci provava neanche a consolarla, non avendo sentito tutta la conversazione non saprei descrivere il caso con precisione, ma credo che la più giovane delle due fosse l’amante del marito della più vecchia. Brutta cosa. Ci vuole molto coraggio per affrontarsi tra rivali in amore, ma anche in questo caso non si può con Snapchat.

Quante immagini come queste ho rubato tra i tavoli del bar! Ho fatto queste piccanti divagazioni per cercare di capire il fenomeno happy hour, il bisogno che ha il genere umano di comunicare e di relazionarsi nelle sue molteplici forme.

Vito Mancuso ci esorta dicendo: “non fatevi rubare la solitudine” bisogna mantenere il contatto con noi stessi. Conosco persone che tremano al pensiero di restare sole e di doversi guardare dentro, il terrore di non trovarci ciò che vorrebbero. Dunque? Rimane tuttavia una cura, c’è sempre l’amico al bar. I bar si popolano durante le pause. È il momento di stacco dal cordone che ci tiene tutti uniti globalmente per ritrovare il piacere del contatto a tu per tu. Il cellulare, internet, i social possono aspettare. Il tempo di un caffè, di un bicchiere di vino e qualche salatino non supera la mezz’ora ed è già tanto, ma è quel che basta per una confidenza, per una risata guardandosi negli occhi o di un pianto liberatorio. I ragazzi si baciano e si abbracciano sempre quando si trovano. Stanno ore sulle reti e quando si incontrano si toccano e si stringono. Dopo tanta virtualità diventa indispensabile un po’ di fisicità. È il momento di evasione da quella che è diventata la routine. Ti alzi: controlli i messaggi. Arrivi in ufficio: apri Facebook, rispondi alle mail, comunichi col mondo, esprimi pensieri, ti informi, commenti e aspetti di passare al bar dove trovi l’amico a cui stringere la mano e intanto:

“Un Aperol spritz, grazie”

M.B.

Il graffio di Cecile

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di Coralba Capuani

A me il rosa non piace. Non amo le commedie romantiche e non sopporto l’idea che un film, un romanzo, un testo in generale abbia al centro una storia d’amore.

Non la reggo, non so perché, ed è così da sempre. Non che non apprezzi una storia d’amore ben inserita nel contesto di un romanzo, ma per “digerirla” ho bisogno che in mezzo ci siano almeno un paio di morti violente, una guerra, una pestilenza o disgrazie inenarrabili. Quindi, se non fosse stato per l’amicizia che ho nei confronti di Annalisa-Cecile, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di compare un libro che sulla fascetta pubblicitaria della Newton Compton recava scritto la dicitura “romantico”.

Mi sono fidata. Anche perché conosco le doti da affabulatrice di Cecile, nonché l’ironia pungente già da qualche anno, da quando, per l’esattezza,  ho avuto l’occasione di leggere un estratto di un suo romanzo in gara a un pessimo concorso al quale ho partecipato. Ma così farlocco, così palesemente combinato che, anche solo nominarlo, credetemi, non vale davvero la pena (oddio che calembour involontario!). 😀

Ma soprattutto mi sono fidata di Cecile perché adoro i deliziosi siparietti familiari che pubblica sulla sua pagina personale di Facebook: un vero spasso! Soprattutto le perle della sua adorabile nonnina, della quale io sono fan e sostenitrice accanita: a proposito, a quando un libro con la supernonna protagonista?

Quindi, dicevo, mi sono fidata e appena è uscito il romanzo Non mi piaci ma ti amo l’ho acquistato. Poi, come sempre, l’ho lasciato abbandonato in libreria insieme a tanti romanzi che mi dico sempre dovrei leggere, ma la cui lettura viene rimandata all’infinito.

Ecco, la settimana scorsa ho deciso che fosse arrivato il momento di iniziare a leggere un paio di quei testi “abbandonati” cominciando proprio dal romanzo di Cecile.

La storia è semplice: Sandy e Thomas si conoscono da sempre. E da sempre non si sopportano. Costretti a condividere le vacanze a causa dell’amicizia che lega le rispettive famiglie, crescendo, si perdono di vista per poi rincontrarsi a causa di un evento inaspettato: vale a dire la morte del nonno di Thomas che nel testamento “obbliga” il nipote a mettere la testa a posto e accasarsi. E chi sceglie quel  buontempone del nonno? Esatto, proprio l’odiata Sandy. Da questo momento prende il via una serie di intrighi e macchinazioni da parte dell’uno e dell’altra fino al sospirato lieto (?) fine? Chissà, lascio a voi scoprirlo.

Questa in breve la trama. Per quanto riguarda la recensione vera e propria inizio con un mea culpa, sì, devo ammetterlo, da un romanzo rosa mi sarei aspettata una sequenza interminabile di scene d’amore, di parole smielate, sguardi languidi, baci, bacini, bacetti, coccole e coccoline e ciccì e coccoccò. E, invece, con mia grande sorpresa, e maximo gaudio, i due protagonisti passano quasi tutto il tempo a litigare. E di brutto! Meravigliosi sono i siparietti e i battibecchi tra Sandy e Thomas, spassose le battute e genialoidi le metafore – nelle quali ho riconosciuto lo stile inconfondibile di Annalisa-Cecile.  Ho adorato, poi, la leggera punta di cattiveria di certe battute, come quella indirizzata alla raccomandata di turno che soffia il lavoro alla protagonista. Ecco come l’autrice descrive i meriti della ragazza:

 

“Lo scopo non era di darle il tempo di sistemarsi. Già, non si trattava di un contrattino di sei anni, ma di un lavoro a tempo indeterminato come professoressa, più il mio posto di ricercatrice per arrotondare. Il paparino non voleva trovarle un marito per confinare i suoi errori genetici al nipotame, bensì fare in modo che la sua adorata e impedita figliola si occupasse della preparazione di migliaia di studenti, per definizione creta plasmabile e pagante, così da uniformare la nostra élite culturale ai livelli di ottusità di quelli che, come lei, hanno bisogno di Wikipedia per farsi strada nella vita”.

Non posso citare i tanti passaggi in cui l’autrice mostra il suo graffio, ma lascio al lettore il piacere di scovarli in una sorta di caccia al tesoro dove, i piccoli oggettini preziosi, non se ne stanno affatto nascosti ma anzi, non fanno altro che balzare di continuo davanti agli occhi del lettore sorprendendolo ogni volta; potrei mai dimenticare il paragone con il clamidoforo troncato? Sì, lo so, anch’io non sapevo cosa accidenti fosse, perciò, dico, non è forse originalità questa? A quale scrittrice sana di mente, infatti, verrebbe mai in testa di fare un paragone usando l’immagine di un clamidoforo?!

Ma a parte i bizzarri accostamenti di immagini, i sorprendenti paragoni, le iperboli decisamente  pazzoidi di cui il testo è disseminato,  tra i meriti dell’autrice vi è anche una certa classe nel narrare (so che alla parola “classe” Cecile si rotolerà sul pavimento), ma è vero, non mi aspettavo tanta eleganza nel raccontare una storia d’amore e, pure, diciamolo, di attrazione e di sesso. Né mi sarei aspettata una totale assenza di volgarità: manco una parolaccia ci ha messo! Niente. Anzi, mi è piaciuto il modo con cui l’autrice racconta la storia e le scene d’amore e di sesso (perché qualcuna ce n’è!) E lo fa con classe (e smettila di sghignazzare!), senza scendere in volgarità dando sfogo a certe perverse fantasie sadomaso tanto in voga oggigiorno, ma anzi, le scene sono tutte abbastanza caste. Sensuali quel tanto che basta a ottenere sul lettore l’effetto desiderato: il suo coinvolgimento emotivo. E questo per me è un grande merito, perché dimostra che l’autrice non ha bisogno di forzare la mano per ottenere l’attenzione del lettore. Non deve cedere a certi facili meccanismi commerciali per rendere godibile il testo.

Per questo alla fine mi sono ritrovata a fare il tifo per Sandy e Thomas, a soffrire per loro e con loro. Insomma: in questa storia d’amore ci sono caduta con tutte le scarpe. E viste le premesse citate sopra direi che è tutto merito delle abilità narrative dell’autrice. Non c’è altro: Cecile Bertod è una brava scrittrice. Ha talento ed è originale. Ha uno stile personalissimo, un graffio tutto suo che riconosci in ogni cosa che scrive, persino in un post buttato a caso sulla bacheca di un social network.

Quindi che dire? Un libro e un’autrice che vi consiglio di cuore perché, nonostante alcuni dubbi che le passano a tratti per la sua irrequieta mente, Annalisa-Cecile è proprio tagliata per questo mestiere.

E quindi vai Ceciglia, e che le stelle siano con te! Ops, mi sa che ci deve essere stata un’interferenza da parte della nostra astrologa di fiducia… 😉

 

 

http://www.newtoncompton.com/autore/cecile-bertod

http://www.cecilebertod.com/

https://www.facebook.com/mycecilebertod/

 

 

Medea a Nereto: chi è il pazzo?

locandina

di Coralba Capuani

Si dice che con la cultura non si mangia. Si dice che la cultura non è per tutti, perciò certe forme d’arte non funzionano in televisione. Il pubblico, si sa, non capisce e perciò bisogna adattarsi ai suoi gusti, non gli si può proporre il teatro impegnato, figurarsi quello greco! La musica classica? Va bene giusto a Capodanno o per qualche occasione rara e speciale (poca, pochissima per carità, anzi, meno ce n’è meglio è).

Queste sono più o meno le scuse che da anni ci vengono rifilate per giustificare  un imbarbarimento ormai imperante, in televisione, come in altre sedi.

La cultura non riempie le saccocce quindi vai con spettacoli di labilissimo spessore culturale, spesso infarciti di volgarità, luoghi comuni e scopiazzature varie. Ma il tutto tritato e sminuzzato per renderlo digeribile allo spettatore medio, quello che fa coppia fissa con il divano e non capisce un tubo (catodico).

Ma esiste davvero questo spettatore medio o non è, piuttosto, la scusa di certi dirigenti mediocri che, per scusare la propria incapacità, si aggrappano a questi luoghi comuni pur di non sforzare la loro materia grigia, ormai arrugginita da anni di lauti stipendi e benefit sicuri?

Il pubblico non capisce, al pubblico va dato ciò che vuole, il pubblico è sovrano.

Ma siamo davvero sicuri che il pubblico voglia ciò che gli viene propinato, che davvero non sia in grado di capire qualcosa che, semplicemente, non conosce?

Non credo, anzi, non penso proprio. E la dimostrazione l’ho avuta ieri sera (per la verità un’ulteriore conferma) assistendo alla magistrale rappresentazione della Medea di Seneca a Nereto, minuscolo paesino di poco più di cinquemila anime. Perché sì, ci sono stati dei pazzi incoscienti che hanno avuto il coraggio di proporre un testo classico, non proprio alla portata di tutti, in un paesino del teramano che non ha nemmeno un teatro! Neanche uno piccolo piccolo – la rappresentazione si è tenuta in una saletta convegni superaffollata, praticamente un forno! Ma nessuno che si sia azzardato ad andare via, a sventolarsi, a fare il benché minimo rumore. Zitti: silenzio tombale. La stessa assenza di parole che si verifica di fronte a un evento prodigioso. O al talento.

Perché il talento azzittisce, paralizza, rapisce, ti porta via dalla tua vita giusto il tempo di un’esibizione, pochi minuti vissuti tra cielo e terra, tanto che poi tornare giù è difficile. Ed è proprio questo quello che ho provato assistendo alla rappresentazione della Medea del Maestro Paolo Magelli, interpretata dalla strabiliante Valentina Banci.

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È bastato poco, un paio di pannelli neri come la pece, un rialzo, qualche candela, il buio e lei: Valentina-Medea. È stata lei sola a riempire una scena scarna arredandola con la forza della parola, con la duttilità della sua voce, la fisicità dei suoi gesti, tanto da far “recitare” anche le ombre delle sue braccia proiettate sul muro.

E il pubblico ha capito. Quel pubblico di presunti spettatori medi che si bevono tutto quello che gli si dà, hanno capito. Perciò sono rimasti in silenzio tutto il tempo. Rapiti dalla potenza del talento e della bellezza, portati via in un’altra dimensione giusto una manciata di minuti – il tempo di una rappresentazione.

Ed è forse in questa dimensione che devono vivere i “pazzi” che hanno avuto il coraggio di portare un testo così impegnato in un paesino di provincia, dove si suppone non si possa apprezzare l’Arte con la “a” maiuscola. E invece no, scommessa vinta. E quindi mi viene da fare una considerazione a questo punto: che i veri pazzi, gli incoscienti, siano proprio quelli che ostinatamente continuano a ripeterci che con la cultura non si mangia, ché la cultura non riempie le saccocce o le panze.

Perché, si sa, il pubblico non capisce, e il pubblico è sovrano…

Un libro che sa di “buono”.

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di Coralba Capuani

Lorena Marcelli è una brava scrittrice, c’è poco da dire su questo. Avevo letto il suo primo romanzo e già mi ero innamorata della sua scrittura ricca e corposa, nonché dell’intensa capacità descrittiva – e sensoriale – capace di rendere in maniera vividissima colori, profumi e sensazioni tattili.

Nella collina dei girasoli Lorena abbandona le verdi alture della sua amata Irlanda per fare ritorno “a casa”, su altre colline che, questa volta, sono quelle della campagna abruzzese dove il giallo intenso dei girasoli e del grano maturo vengono macchiati qua e là da piccole oasi rosse; i papaveri che annunciano l’arrivo dell’estate.

La vita che Lorena ci racconta in questo romanzo è la vita di una famiglia all’antica, allargata si potrebbe dire se non ricordasse troppo altre tipologie familiari che nulla, però, hanno a che fare con la famiglia Diamante che rispecchia le famiglie patriarcali tipiche del meridione composte da numerosi nipoti, nonni e zie nubili.

Al centro delle vicende vi è la storia di questo nucleo familiare composto da: nonni contadini con una figlia zitella a carico, quattro nipoti femmine, figlie del figlio maschio sposato con una donna incapace di fare la madre e la moglie. Questa in sintesi l’ossatura della trama sulla quale l’autrice imbastisce una rete di ricordi (credo personali) legati all’infanzia nella terra natia e che, trasfigurata dal ricordo, diventa una specie di Eldorado, uno struggente Paradiso Terrestre ormai perduto. La masseria dei nonni diventa un’oasi di pace per Ambra, la protagonista, un luogo dove sperimentare l’affetto e l’armonia, al contrario del nucleo familiare originario in cui regnano le liti tra consorti, nonché la freddezza dei rapporti tra la madre e le sue figlie, ma anche tra le stesse sorelle. Le quattro figlie della Terra, Topazio, Perla, Giada e Ambra, non sono abituate alle manifestazioni d’affetto e crescono l’una contro l’altra, incapaci di amarsi o anche solo di comprendersi; Topazio, persa nel suo cinico egoismo che la porta ad abbandonare la scomoda famiglia adescando il primo sciocco che le capita a tiro, Perla, ragazza vanesia, invidiosa e ritratto della madre. Solo Ambra e Giada sembrano provare affetto l’una per l’altra, ma è un affetto algido, incapace di manifestarsi attraverso il contatto fisico. Contatto fisico che Ambra trova solo nella zia Elia, la zitella-madre, l’unica in grado di manifestare affetto e di ricoprire il ruolo materno a cui Lucia, la madre “biologica” di Ambra, non aspira e anzi rifiuta in maniera categorica fino alla fine. Così la casa dei nonni per Ambra diventa il luogo del cuore, il luogo di una vita semplice scandita dai ritmi immutabili della Natura – come lo scorrere delle stagioni o il lavoro nei campi. Una vita a misura d’uomo, autentica, che sa di buono, di pulito. Ed è proprio il sapore di buono, insieme alle descrizioni di questo paesaggio del cuore, di questo tempo senza tempo, la parte che ho amato di più. Forse perché da abruzzese riesco a condividere con l’autrice quel tempo antico spazzato via dalla modernità ma che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere nei cuori di chi l’ha sperimentato in prima persona; un tempo, quindi, che deve esserci rimasto indelebilmente dentro a entrambe.

Tra i personaggi ho adorato la piccola Ambra, dolce e ribelle, ma anche Elia, la madre che non è neanche stata sposa. Ho amato la compostezza e la solidità dei nonni che incarnano i valori veri che Ambra non riesce a trovare nella famiglia d’origine (soprattutto nella figura materna), valori tradizionali di un Abruzzo dal cuore “forte e gentile”, dove forte sta per fortezza d’animo, dignità e serietà.

Mi è piaciuto “Fava”, l’amico del cuore di Ambra, l’uomo fedele che ama disinteressatamente, così come ho trovato affascinante la figura di Killian, richiamo irresistibile all’amata Irlanda a cui l’autrice non sa rinunciare neppure in questo romanzo. Ma nonostante queste due figure maschili, le uniche insieme a quella paterna e del nonno a essere davvero pregnanti a livello della trama, per il resto gli altri personaggi maschili sono per lo più ombre prive di carattere, figure deboli che, come burattini, si lasciano manovrare dalle loro mogli per buona parte del romanzo. Un romanzo che è un potente ritratto femminile, e non sempre lusinghiero per noi donne. Se infatti da una parte ci sono la saggezza e la dolcezza di Elia, la ribellione e la sensibilità di Ambra, la fermezza e la pacatezza della nonna, dall’altro vi sono anche figure fortemente negative: Topazio, Perla e la loro madre Lucia, tre pezzi di un unico puzzle che compongono una femminilità frivola, fredda, cinica e calcolatrice.

Un romanzo moderno che sa d’antico, un viaggio nei luoghi del cuore per rivalutare il valore della memoria.

https://www.amazon.it/collina-dei-girasoli-Mainstream-ebook/dp/B015CYP828/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1469634155&sr=8-1&keywords=Lorena+Marcelli

 

 

Klea: tra fantasy e menzogne

foto valentino

Letterando è lieta di presentare ai suoi lettori la nuova fatica letteraria del nostro amico Valentino Eugeni. Continuate a seguirci se volete sapere qualcosa in più su quest’eclettico scrittore.

Henke è un giovane studente di fisica. Henke è malato, è narcolettico, si addormenta nei momenti peggiori, e sogna. Annabeth è la sua migliore amica, da sempre, ma non può raccontargli di Klea, della prigione in cui è rinchiusa. Per questo sceglie di mentirgli ogni giorno, anche quando Klea si avvia al supplizio che il vescovo ha preparato per lei.

Sono queste le premesse di “Klea”, primo racconto breve in ebook di Valentino Eugeni, già autore dello Urban fantasy “La voce di Nero” (Montecovello editore, 2015). Disponibile su tutte le maggiori librerie online (questo il link Amazon), si tratta di un paranormal fantasy in cui l’inquietudine monta capitolo per capitolo. Henke non è l’unico a essere ossessionato dalle sue visioni, ma ciò che scoprirà in merito a quelle immagini oniriche affonda in un passato così doloroso che tutti attorno a lui hanno scelto di mentirgli.

“Klea”, pur non essendo l’inizio di una saga, è parte di un nuovo progetto editoriale dello scrittore fermano che promette di stupire: un’antologia di storie brevi che i lettori potranno comporre nel tempo e che garantisce contenuti speciali ai fan più fedeli.

Come si legge sul blog ufficiale, infatti, Eugeni annuncia la pubblicazione di altri 11 racconti, che seguiranno il primo a cadenza semi-regolare. Alla pubblicazione dell’ultimo racconto, chi li avrà collezionati tutti (producendo prova di acquisto), ne riceverà un tredicesimo in esclusiva e un’illustrazione originale che rappresenta la “copertina” della raccolta così ultimata. Un modo per rinverdire la tradizione delle pubblicazioni a fascicoli nell’era del digitale, in cui il classico raccoglitore viene sostituito dal vostro ereader.

Valentino Eugeni nasce nel 1975. Cultore e consumatore compulsivo di storie, narratore ed esploratore del fantastico. I suoi racconti sono stati selezionati in vari premi letterari e pubblicati nelle antologie di Limana Umanìta e Isola Illyon. “Parthan ci lasciò vivere” è nella cinquina finalista del premio Crysalide Mondadori e viene pubblicato in Effemme, l’almanacco di Fantasy Magazine (Primavera 2014). Il suo primo romanzo “La voce di Nero”, si classifica Top100 su Ilmiolibro.it.

Questi i link dove seguire l’autore:

Blog ufficiale (http://valentinoeugeni.it/)

Facebook (http://valentinoeugeni.it/)

Twitter (https://twitter.com/valentinoeugeni)

Goodreads (http://www.goodreads.com/user/show/49118859-valentino-eugeni)