L’ONDA SACRA DEI SOGNI

Come si scrive un bestseller?

Convention  #SUGARCON17  Sugarpulp17 21- 24 settembre 2017 Padova/Rovigo
#speeddate @matteostrukul – 

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sugarpulp17

Di primo acchito il pensiero è stato: “Perdete ogni speranza voi che entrate” nel mondo dell’editoria. E concedetemi la famosa citazione. 

Poi mi son detta che NO!

Non permettiamo a nessuno di rubarci i sogni. 

Ecco! Quindi galoppiamo decisi l’onda sacra dei sogni.

Però una scappatella nella selva oscura la facciamo lo stesso perché è proprio lì che fornicano i “guru” dell’editoria.

Alla convention  #SUGARCON17 offerta da Sugarpulp17 #speeddate @matteostrukul, nella mattina di domenica 24 settembre a Arquà Polesine sono stati intervistati due editor: Alessandra Penna (NewtonCompton) e Fabrizio Cocco (Longanesi).

Il moderatore ha posto loro la terribile domanda:

-Come si scrive un bestseller?-

Ma, mi chiedo: davvero esiste una risposta a questa domanda?

I due   m a l c a p i t a t i  hanno anche provato a rispondere. Più che altro: hanno dovuto. Erano lì, col microfono in mano, in una stanza piena di gente che voleva sapere. Forse, o forse voleva sentirsi dire che a scrivere sto agognato capolavoro ce la possono fare. E chi lo sa? Tant’è che i due editor hanno cercato di dare delle indicazioni portando qualche esempio, ripescando tra passate esperienze e casi editoriali dell’ultimo periodo. Ma in questo tipo di discussioni le contraddizioni si sgambettano e lo sgambetto si divertono a farlo soprattutto a chi ci crede troppo.

Una verità che non teme smentite è che ogni discussione sull’editoria finisce col perdersi in un dedalo di non regole. Sembra che la ricetta per sfornare “IL Romanzo” non la conosca nessuno.

Men che meno gli editor e i consulenti editoriali che si trovano schiacciati tra scrittori e editori come tanti cuscinetti vertebrali.

È successo, succede e succederà che l’editor non colga l’Xfactor nascosto tra le righe di un’opera perdendo l’occasione di schedare il libro rivelazione dell’anno. Errori di questo bruciano parecchio e fanno anche più male di una ernia. Comunque, ernie da sfiancamento per l’eccessivo carico di lavoro sono comprensibili e, nel corso di una carriera da editor saranno molti a portarsi il rammarico di non aver capito di aver avuto per le mani il libro che poteva segnare la tanto ambita svolta letteraria.  Non lo ammetteranno mai, infatti anche gli intervistati hanno giustificato la distrazione con motivazioni a loro non imputabili, spesso attribuendo il rifiuto alle linee editoriali della casa editrice per cui lavorano, oppure alla richiesta di mercato.

Io diventerò impopolare e gli editori/consulenti editoriali mi lanceranno sguardi di sdegno e disprezzo, ma penso che se un libro è Il Libro, diciamolo, non c’è scusa che tenga. L’editor che se lo lascia scappare è solo un editor che ha sbagliato e non ha capito.

Quindi che dire? La componente Fortuna in certi ambienti può fare la differenza, come pure la simpatia e la notorietà.

L’autore esordiente ha voglia di leggere Hemingway,  Calvino, Dostoevskij, Pennac, Pasolini, Dario Fo… per prepararsi a scrivere la sua opera,  perché, in certi casi,  anche se scrivesse come Manzoni e proponesse un Promessi Sposi moderno, nessuna casa editrice oggi lo pubblicherebbe. Oggi.

Quindi, a detta dei guru dell’editoria, nessuno ha colpa se vengono pubblicate ciofeche e invece potenziali best sellers rimangono a marcire nei cassetti: perché non è colpa dell’autore sconosciuto che si è consumato i polpastrelli sui tasti. Non è colpa della CE che deve pubblicare per vendere e mantenere in attivo il bilancio. Non è colpa dell’editor che segue le istruzioni della CE per cui lavora e annaspa tra montagne di manoscritti. Non è colpa del pubblico leggente che alla fine compra e legge ciò che gli propongono.

E allora a chi diamo la colpa?

Al fato.

Ma se l’ordine degli eventi non è modificabile nulla impedisce all’autore esordiente di continuare a scrivere e migliorare e scrivere e migliorare e scrivere…

A questo punto, e arriviamo al punto, viene spontaneo chiedersi: quanti sono i romanzi belli, bellissimi, che giacciono sotto pile di ciofeche? E soprattutto: quanti sono i mittenti/scrittori scoraggiati dai rifiuti che ripongono i sogni nel cassetto per poi dimenticarli?

Le delusioni sono sogni insoddisfatti. Non lasciamo morire i sogni, non soffochiamoli, facciamoli vivere, crescere, esplodere.

Direte voi: è una selezione naturale, ci sono troppi scrittori. Troppa gente scrive non si può pubblicare tutto.

Certo. Nessuna obbiezione.

Ma c’è l’onda dei sogni, l’onda sacra che bisogna cavalcare finché vita c’è per non morire dentro.

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PERFETTAMENTE IMPERFETTO (della serie: certe notti sarebbe meglio dormire)

E se fosse la spasmodica ricerca della perfezione a renderci intolleranti al vero?

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“la perfezione non esiste” C’è sempre qualcuno a ricordarcelo. E se la perfezione fosse proprio l’imperfezione?

-Stato, qualità di ciò che è eccellente, esente da difetti, non suscettibile di miglioramenti- (Treccani)

Quindi?

Ciò che mi piace è eccellente. Ciò che mi soddisfa non ha bisogno di miglioramenti e, audite audite: ciò che mi attrae non è esente da difetti.

Ergo: l’imperfetto è perfetto.

C’è la “solita corrente di pensiero” che sancisce che cosa, chi, come devono essere le cose per piacere a un maggior numero di persone. E otteniamo i canoni: – criterio o regola di scelta che deve servire per la conquista o la dimostrazione della verità. Elenco di opere o di autori proposti come norma, come modello …, e quindi elenco in genere-  (Treccani. Continuo a prendere da lì solo perché è aperto già il dizionario, non perché è la regola e nemmeno perché è perfetto, neanche perché detta i canoni).

Se sei nei canoni allora sei perfetto.

Se rispetti le regole allora sei perfetto.

Se sei privo di ombre e macchie allora sei perfetto.

Insomma se sei banale, noioso e invisibile, sei perfetto.

A questo punto io rilancio: “Il troppo stroppia”.

E sì signori miei. Questa è la mia verità. Certe bozze sono più interessati dell’opera compiuta. La vera essenza di certi autori arriva senza i filtri dettati dai canoni. E ora dirò una cosa che mi renderà molto impopolare: votarsi a uno stile, rientrare nei canoni, rispettare le regole rende un’opera noiosa, banale e invisibile e quindi perfetta o imperfetta?

E ora mi do il colpo di grazia: diventare perfetti scrittori, vantare diplomi conseguiti a suon di corsi ripetuti alla ricerca di un titolo legittimamente conseguito, conferisce il potere di scrivere l’opera perfetta oppure rischia di incanalare il flusso creativo nei canoni, regole, e appiattimento della banalità?

Questo volevo dire e ho detto, e vaffanculo a chi mi vuole perfetta.

La verità rende liberi, sempre.

La perfezione?, e  chi lo sa?

Monica Bauletti

la solitudine è uno stato mentale e non una situazione di fatto

Un giorno un’amica mi disse che la solitudine non esiste. Che è solo uno “stato mentale non una situazione di fatto”. Da allora mi frulla in mente questa cosa e ogni volta che mi sento sola ripenso alle sue parole. Oggi ho voluto approfondire questo concetto e ho trovato un bellissimo brano che propongo a tutte le anime solitarie che sole non saranno mai.

solitudine

la solitudine è uno stato mentale e non una situazione di fatto

di Riccardo Bandini

http://www.poetipoesia.info/la-solitudine-e-uno-stato-mentale-e-non-una-situazione-di-fatto/

La solitudine è uno stato mentale e non una situazione di fatto
Non si è soli se non si trova nessuno fisicamente vicino
Ma se non si trova nessuno con cui condividere un pensiero
Che può durare un tempo indefinito
Da qualche attimo
Ad infiniti istanti

Si è soli se i nostri pensieri restano
Nella nostra mente e li si spengono
Senza che nessuno li senta

Si è soli quando si ha desiderio di dire
E nessuno è li pronto a sentirti

Mentre la neve si posa
Bianca e nera sul tetto della mia macchina
I bagliori perlacei
Ti investono nella luce dei tuoi anabbaglianti
E ti vedi dentro un cielo di stelle
E asteroidi
Che in silenzio attraversano il tuo spazio
E sei veloce nell’attraversarli
E più veloce corre il tuo pensiero
Dietro alle perle che sfuggono
Dietro di te

Mentre bevi un wiskey
E senti musica
Fuori corre il tempo
Ed imbianca il tutto come i tuoi capelli
E tu sei sospeso tra i fiocchi di neve

La stufa illumina le tue stanze
A tratti e piccoli bagliori rossi ed aranci
E pensi che il tuo tempo non è sincrono con il tuo pensiero
Con il tuo desiderio

Non sai se sei vecchio o giovane
Quanto dura la tua vita
Quanto è lungo il percorso

Ma fuori di te il tutto ti cataloga
E ti giudica
Per i tuoi capelli bianchi e il tuo sguardo
Lungo e distaccato
Come la memoria dei tuoi ricordi
Delle tue emozioni consumate nel tempo
E posate ad una ad una sulla tua pelle
Come la neve che cade
E goccia dopo goccia
Fa bianca la strada che stai percorrendo

Un blues suona la sua chitarra
Ma non sei nella storia che suona e canta
E sei nella storia che suona e canta

Allora bevi un altro sorso del wiskey
Che sul tavolino aspetta
Gli amori che non riesci a collocare
Che giacciono nel letto dei tuoi sogni
Ed aspetti che i minuti si accavallino
Fino a sentirti disfatto

E non sai chi sei
Saluti gli amici
Le amiche
Senti sfuggire dalle dita
Un qualche cosa che non
Sai cosa è ma che ti disturba

E premi una tastiera in cerca di conferme
Che non possono arrivare da lei
Ma tramite lei
Ti aggrappi alla tua solitudine e corri nel
Funky che ora rimbomba nei tuoi orecchi

Ma sei neve e ti scioglierai come lei
Al primo calore
Tornando alla terra
Sulla terra
Pronto a volare ancora

Perché in fondo
Tu sai che tutto questo è falso
È un mito che ti sei creato
Ma non esiste
Come non esiste ne lei ne lei ne lui

20 gennaio 2013

 

UN SIMPATICO IDIOTA FELICE

   Lo scrittore esordiente,

vita dura?

KERINT SCRIVENTE

Succede che quella cosa che brulica dentro allo stomaco a un certo punto si espande. Il primo pensiero è: “che sia un tumore?”. No, non lo è. Oddio, potrebbe anche essere visto come una malattia, qualcosa di incurabile, non contagioso, ma che può diventare terminale. I sintomi sono anomali, non ben inquadrabili in nessuna patologia conosciuta in medicina. Si alternano stati di euforia a momenti di depressione. Ma procediamo con ordine. Si comincia con un momento di particolare benessere. Una leggera eccitazione induce fantasie e visioni singolari che spingono il “malato” a prendere carta e penna per scrivere una frase che diventerà un periodo fino a diventare una scena. Bene, la prima idea ha preso forma e abbiamo realizzato un incipit. A questo punto l’euforia è in metastasi. Ogni cellula è coinvolta. Il corpo e la mente diventano tutt’uno e subentra l’effetto anestesia. Ogni pensiero è dentro la nostra storia. Potete anche evitare di parlare con l’”aspirante”, a meno che non gli chiediate di quello che sta scrivendo, a che punto è, di che cosa parla ecc. ecc.

Non sarà capace di parlarvi d’altro. Nessun argomento lo potrebbe distrarre dalla trama che sta vivendo. Quindi armatevi di pazienza e lasciatelo vivere nel limbo in cui si trova, lui sta bene solo lì. Il fascino della creazione è proprio questo: l’euforia e il coinvolgimento totale, lo stato di benessere e una sorta di gioia che illumina gli occhi e accende il sorriso. Insomma, potete riconoscere uno scrittore esordiente perché ha un sorriso idiota stampato sul viso, cammina a un metro da terra e parla da solo. Ah, dimenticavo: non vi ascolta quando parlate anche se sembra attento, non illudetevi, finge. Ma non vi preoccupate, (o forse sarebbe meglio preoccuparsi, non so) appena il romanzo sarà finito tutto questo passerà. La prognosi varia da soggetto a soggetto e per genere di romanzo. C’è chi esaurisce questa fase in pochi mesi chi impiega anni, ma tutto rientra nel quadro clinico. Quindi, superato rash la malattia entra nella fase acuta e, ahimè diventa irreversibile. Lo scrittore esordiente non riuscirà più a smettere di scrivere, l’assuefazione è incurabile. KERMIT DROGATO

Non esiste droga, alcool, medicina che possa frenare il bisogno che sente. La mente produce immagini continuamente e tutto diventa storia raccontabile. Il confronto con il lettore è la fase immediatamente successiva. Se siete vicini a uno scrittore esordiente siete condannati: dovete leggere tutto quello che scrive, volenti o dolenti, non avete via di scampo. Rassegnatevi, ma ormai lo siete già. Per tutto il periodo che ha scritto, l’autore emergente vi ha preparato a questo momento e sapevate da tempo che sarebbe arrivato. Quindi con pazienza e condiscendenza leggerete il suo libro che peraltro conoscete già, sapete già di che cosa parla ecc. ecc., ma lo leggerete ugualmente e ne parlerete bene perché non ne potete fare a meno. Se avete coraggio e se lo ritenete possibile, azzarderete qualche critica, ma proprio da niente, velata da qualche complimento, così per farla ingoiare senza che nemmeno se ne accorga. Ora però serve un confronto obiettivo e a questo punto i mezzi sono molti, ma i risultati pochi. KERMIT ANSIOSOSi comincia con l’invio alle case editrici più in vista, poi a scalare si passa a quelle meno conosciute per finire a cercare quelle seminascoste in fondo alla lista di Google. Ogni volta che prendete in mano un libro la prima cosa che guardate è la CE e subito andate a inviarle il vostro manoscritto. Spedire mail diventa un lavoro a tempo pieno. Ogni concorso letterario diventa l’occasione per capire se il romanzo può piacere a qualcuno oltre che a voi e ai vostri amici più cari. L’attesa logora e più i tempi si dilungano più si consolida la consapevolezza che no, nessuno pubblicherà il vostro lavoro. A questo punto subentra la depressione post scripturam. KERMIT DUBBIOSOTutto l’entusiasmo e l’euforia sono evaporati, subentrano i dubbi. Nulla è più certo. Ogni sicurezza sparisce. Si dubita di tutto. L’umore comincia a variare di giorno in giorno. C’è sempre il bisogno di scrivere che è diventato cronico, ma serve l’entusiasmo per riuscire a farlo. C’è bisogno di un riconoscimento. Qualcosa che alimenti l’autostima. Quindi si prova con un corso di scrittura creativa che è un buon metodo per confrontarsi con altri scrittori e per avere un giudizio, più o meno obiettivo, sulle proprie capacità. Si scrivono infiniti post sui social, ai quali risponderanno sempre i soliti amici amorevoli e condiscendenti, ma serviranno a sostenere quel po’ di autostima che basta. Si apre un blog. In casi estremi si ricorre al self publishing. Arriverà qualche riconoscimento, qualche complimento “vero”, qualche offerta di pubblicazione. Dopo anni di “gavetta”, se il successo non arriva, arriva la rassegnazione. L’autore esordiente conosce il suo male e impara a conviverci. È cosciente dell’impossibilità di guarire e scrive nonostante tutto, scrive per se stesso, per continuare a tediare amici e parenti. Si stampa da solo i suoi romanzi, e continua a vivere tra momenti di euforia e sconforto.

No, non dovete aver pena dell’eterno esordiente, lui sta meglio di voi. Ha un sogno, ha un progetto e ci crede, ci crederà sempre nonostante le delusioni, i rifiuti e l’indifferenza collettiva. Lui continuerà a camminare a un metro da terra, a sorridere come un idiota e parlare da solo, ma non lo darà più a vedere, con discrezione anche se sarà sempre pronto a parlarvi del suo romanzo e la gioia riempirà i suoi occhi ogni volta che il rash è in corso.

KERMIT IDIOTA

Monica Bauletti

SPRITZ? Sì, grazie! Certi vizi aggregano.

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Questa mattina parlando con un amico, si rifletteva sul dilagare della moda dello spritz. Il mio amico commercia in vini e mi diceva che lo spritz dà un notevole impulso ai suoi affari.

Concedetemi un cenno storico: Si fa risalire l’origine dello spritz all’usanza dei soldati dell’Impero austriaco, di stanza nelle regioni del Regno Lombardo-Veneto, che allungavano i vini veneti con seltz per diminuirne la gradazione alcoolica. Da qui l’origine del nome, dal verbo tedesco austriaco spritzen, che significa “spruzzare”. Tale usanza austriaca rimane nella Trieste asburgica fino al 1918 e in molte località del Nord-est italiano. “Vino spruzzato” a Milano. lo spritz come lo beviamo noi nasce a Padova e Venezia all’inizio del 900 dall’idea di allungare il vino con l’Aperol (presentato alla Fiera di Padova nel 1919). La popolarità del cocktail si diffonde in tutta la regione veneta a partire dagli anni ’70.  Ora lo spritz è diffuso in tutta la nazione anche grazie alla pubblicità dell’Aperol che non ha perso l’occasione di cavalcare la moda con una campagna pubblicitaria mirata.

Ma come mai questa moda non tramonta?, perché il fenomeno dello spritz non si è sgonfiato dopo il primo exploit come spesso accade per certe brillanti novità? Sembra invece che si stia affermando sempre più e stia diventando un rito necessario e irrinunciabile senza esclusioni.

Domenica eravamo a Monselice e durante la nostra sosta al bar, -con mio marito usiamo fare un giro in bici quando il tempo permette e a metà percorso è d’obbligo la sosta ristoratrice,  Io prendo un caffè shakerato senza zucchero e lui una coca-, erano passate le 13 da poco, mi sono distratta a curiosare i tavoli occupati attorno a noi, la mia attenzione si è concentrata su due ragazze che occupavano il tavolo accanto, avevano due calici vuoti e un vassoio di stuzzichini, vuoto anch’esso. Parlavano. Sì, stavano parlando. Sembra incredibile ma non avevano sul tavolo null’altro che la consumazione e le sigarette, nessun cellulare, nessun tablet. Tutta la tecnologia che di certo avevano con loro era dimenticata in fondo alla borsa e si stavano scambiando confidenze. Non ho resistito e ho origliato con tutta l’indiscrezione che sempre più mi concedo quando le persone m’incuriosiscono. Parlavano di uomini. Parlavano dei loro ragazzi. Una delle due esprimeva all’altra la gioia provata quando il suo boy friend ha voluto assistere alla discussione della tesi affrontando così la sua famiglia e facendo quello che poteva diventare il primo passo per ufficializzare una relazione tenuta nascosta tra le righe di WhatsApp.

Mi torna in mente un’altra immagine, anch’essa rubata al bar. Eravamo a Padova in piazza della Frutta, sosta per un Aperol-spritz questa volta, era tardo pomeriggio. Due tavoli dietro mio marito, si consumava una tragedia. Due signore si confrontavano. La cosa mi ha molto rattristata, ma questo è il pegno da pagare quando ci si permette di farsi gli affari altrui. Le due parlavano di tradimenti. Una delle due piangeva, l’altra non ci provava neanche a consolarla, non avendo sentito tutta la conversazione non saprei descrivere il caso con precisione, ma credo che la più giovane delle due fosse l’amante del marito della più vecchia. Brutta cosa. Ci vuole molto coraggio per affrontarsi tra rivali in amore, ma anche in questo caso non si può con Snapchat.

Quante immagini come queste ho rubato tra i tavoli del bar! Ho fatto queste piccanti divagazioni per cercare di capire il fenomeno happy hour, il bisogno che ha il genere umano di comunicare e di relazionarsi nelle sue molteplici forme.

Vito Mancuso ci esorta dicendo: “non fatevi rubare la solitudine” bisogna mantenere il contatto con noi stessi. Conosco persone che tremano al pensiero di restare sole e di doversi guardare dentro, il terrore di non trovarci ciò che vorrebbero. Dunque? Rimane tuttavia una cura, c’è sempre l’amico al bar. I bar si popolano durante le pause. È il momento di stacco dal cordone che ci tiene tutti uniti globalmente per ritrovare il piacere del contatto a tu per tu. Il cellulare, internet, i social possono aspettare. Il tempo di un caffè, di un bicchiere di vino e qualche salatino non supera la mezz’ora ed è già tanto, ma è quel che basta per una confidenza, per una risata guardandosi negli occhi o di un pianto liberatorio. I ragazzi si baciano e si abbracciano sempre quando si trovano. Stanno ore sulle reti e quando si incontrano si toccano e si stringono. Dopo tanta virtualità diventa indispensabile un po’ di fisicità. È il momento di evasione da quella che è diventata la routine. Ti alzi: controlli i messaggi. Arrivi in ufficio: apri Facebook, rispondi alle mail, comunichi col mondo, esprimi pensieri, ti informi, commenti e aspetti di passare al bar dove trovi l’amico a cui stringere la mano e intanto:

“Un Aperol spritz, grazie”

M.B.

Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere

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Leggo il commento di Bianca Stanco  sull’intervista rilasciata a Il Giornale, dal critico letterario Alfonso Berardinelli e trovo un continuo ritorno di giudizi lapidari del tipo:

“…impossibilità dell’esistenza di classici contemporanei”.
della letteratura è rimasto soltanto il nome. È l’ora dei velleitari, specie in poesia”.
“… la critica ha perso il ruolo trainante e militante”.
“… svuotamento intellettuale nel panorama editoriale contemporaneo, un declassamento della poesia e della narrativa …”.
“Narrativa e poesia si sono così dilatate da essere entità senza forma né confini”.
“È un caso disperato. … il 90 % della poesia che si pubblica non è né brutta né bella. È nulla. Nessuno potrebbe leggerla”.
La poesia “è diventata il genere letterario di chi non sa scrivere”…“i poeti mediamente non hanno idea di cosa sia un verso”.

Da brivido!, ma è davvero così?

No, non può essere così.

Con tutto il rispetto che sempre nutro per chi ha militato per anni nell’ambiente letterario e culturale che certamente ha molto da insegnare, soprattutto a me, ciò nonostante mi sento di dissentire. In questo nostro millennio la letteratura sta sicuramente soffrendo di ipossia dovuta al sovraffollamento, ma siamo sicuri che sia davvero un male?, non è invece uno stimolo alla ricerca, alla critica e alla curiosità?
Sento dire:
“Se l’editoria si rifiutasse di pubblicare almeno i due terzi di quello che pubblica, si riuscirebbe a fare un po’ di chiarezza”.
La campana stona un po’.
Si dà troppa importanza alle case editrici, in fondo sono “enti commerciali” che vivono e proliferano sull’attivo di bilancio. Non è sano conferire il potere di indottrinarci a chi ha troppi interessi da soddisfare. L’obiettività non è una virtù che appartiene al business. Un tempo si diceva: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”, e oggi si vorrebbe che il contadino ci dicesse ciò che è buono? Ciò che piace lo decide il lettore non il venditore perché se così non fosse allora avrebbe ragione Sgarbi quando ci chiama capre. Siamo un popolo istruito, distratto forse, un po’ pigro, ma il popolo dei lettori è un popolo istruito e i mezzi di informazione non mancano.
Leggo sull’articolo di Bianca Stanco:
Il lettore medio non ha più le facoltà per scegliere e comprendere di cosa parla un libro.”
Rabbrividisco e m’indigno.
Io sono una lettrice media e non permetto a nessuno di dirmi che non ho la FACOLTA’ di scegliere e comprendere di cosa parla un libro. Un urlo mi squarcia dentro e mi sento ferita da questa affermazione.
È vero che l’enormità della produzione di libri (vado cauta e non definisco tutta la produzione in circolazione chiamandola: romanzo e neanche opera) può metterci in mano delle vere ciofeche e ciò può deluderci, può indignarci perché ci sentiamo frodati: pensavamo di poterci concedere un momento di bella lettura invece no; ma ciò succederà qualche volta, non sempre; certe lezioni si imparano e aiutano a raffinare le scelte; se si dovesse ripetere potrebbe essere solo per un difetto di distrazione. Ci stiamo abituando un po’ tutti a leggere gli incipit che spesso sono disponibili anche sulle biblioteche on line; abituiamoci a essere propositivi, costruttivi e critici. Abituiamoci ad ascoltare il consiglio di amici, il passaparola rimane sempre il miglior modo per scegliere con il minimo rischio.
Ancora: “da solo il lettore non capisce che sapore ha un libro”. Un’affermazione di questo tipo denota un orribile disprezzo verso i lettori considerati al pari di humus, frutto della degradazione e rielaborazione degli interessi commerciali delle multinazionali dell’editoria e buono solo come fertilizzante per far fiorire talenti senza talento e casi letterari senza caso.

Per quanto riguarda poi l’affermazione che: “I narratori hanno un solo obiettivo, ossia il Premio Strega”, e ancora “l’assenza di scrittori creativi, coscienti, in grado di rapportarsi con il pubblico e soprattutto consapevoli della cosa da raccontare” mi ariva come alibi e denota inerzia e pigrizia a conferma che chi vuole davvero fare informazione e critica letteraria deve armarsi di pazienza, falce e macete per avventurarsi nella giungla di edizioni che vengono sfornate ogni giorno. Il critico letterario non può più starsene seduto comodo sul divano e aspettare che gli arrivino i libri da leggere e recensire fidandosi del marchio editoriale impresso in copertina, oggi il critico letterario deve cambiare strategie e scavare con pazienza, intuizione e un pizzico di fortuna, come fanno e hanno sempre fatto gli archeologi.
Chi afferma che “La letteratura non ha più a disposizione un pubblico competente, né nell’ambito della narrativa né in quello della poesia. Non vi è più la ricerca di nuovi talenti, di curiosità.”, apparterrà forse a quella parte della critica stanca, che ha tanto operato nel settore d’aver esaurito l’amore per la ricerca della cultura il cui entusiasmo si è spento, soffocato dal peso delle troppe novità tecnologiche un po’ incomprese e un po’ pressanti che ora vorrebbe riposare sugli allori e invece gli allori riconosciuti sono inferiori alle aspettative?

M.B.