Vi presento la Cinciallegra

cinciallegra

Questo è un anno davvero molto strano. Anno bisesto, anno senza sesto, si dice, no? Eppure io dovrei esserci abituata, sono nata di anno bisestile quindi dovrei sentimi a mio agio nelle inconsuetudini. Eppure tutta questa inverosimile situazione è troppa anche per me.

Questa Pasqua ci ha caricati di tanto tempo. È come vivere un vuoto temporale dove ogni riferimento è momentaneamente sospeso. Una moviola che rallenta ogni gesto permettendoci di guardare e vedere finalmente quei particolari che vengono inghiottiti dalla fuga di una quotidianità sbagliata. Con questo virus la natura ci ha tolti dal “solito” e ci ha costretti a guardarla.

Alla fine chi può davvero dire di essersi annoiato in questo periodo di fermo forzato? Forse i poveri di spirito, gli aridi di cuore. Ma chi un’anima ce l’ha ha potuto guardare il mondo con una nuova e consapevole lucidità. Sapevate che gli uccellini cominciano a cinguettare quando ancora fa buio? E che i prati di primo mattino esalano profumi buonissimi? Io non me lo ricordavo più. Non mi ricordavo più la sensazione che si prova nello stare dentro i momenti.

Quando si vive proiettati nel momento successivo si sopprimono i sensi. Se il corpo è sempre un passo indietro rispetto alla mente come si fa ad ascoltare, assaporare, godere di quel che siamo quando lo siamo? Carpe diem è solo una bella locuzione che spesso evochiamo, ma che poco pratichiamo.

Monica

San Martino, tempo di castagne.

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Impazzano nelle pizze le castagnate e orde di “castagnari” armati di rudimentali focolari e padelle forate diffondono fumi all’aroma delle caldarroste per vicoli e viali. È impossibile resistere. Almeno una volta in tutta la stagione si cede all’assaggio di questo prelibato boccone. Se fa molto freddo la soddisfazione diventa anche doppia, chi non ha mai provato a scaldarsi le mani con i sacchettini fumanti di castagne appena arrostite?

Ma siamo sicuri di sapere che cosa mangiamo? Cerchiamo di conoscere questo frutto prezioso. Un po’ di consapevolezza può aiutare a ad apprezzarlo come merita.

È un prodotto della terra che risale ad almeno 10 milioni di anni fa, ce lo dicono gli archeologi.

Invece nei testi scritti troviamo menzionate le castagne con diversi nomi:

Ippocrate (IV sec. a.C.) le chiama “noci piatte” e le usava come lassativo

Teofrasto (IV sec. a.C.) nella Storia Delle Piante le chiama “ghiande di Giove”. Con Catone il Censore (II sec. a.C.) prendono il nome di “noci nude” (De Agricoltura).

Marco Terenzio Varrone (I sec. a.C.) nel suo manuale De re rustica ci presenta la castanea, IMG_1831-1.jpgcome frutto degli innamorati, e ci dice che veniva offerto in dono dai giovani innamorati alle donne amate.

Pantaleone da Cofienza (secondo 400) ci insegna che la castagna con il latte e derivati costituisce un’alimentazione completa.

Durante i periodi di carestia, quando il grano scarseggiava, le castagne venivano macinate e con la farina ottenuta facevano il pane, Si può quindi affermare che la castagna è un surrogato dei cereali. Tant’è che si è valsa il titolo di “il cereale che cresce sull’albero” (Burnett).

Questo, e molto altro, è la castagna e questo è ciò che da sempre offre ai suoi abitanti la terra, non a caso la si chiama Madre terra, la più premurosa e paziente.

 

Monica Bauletti

 

 

L’ONDA SACRA DEI SOGNI

Come si scrive un bestseller?

Convention  #SUGARCON17  Sugarpulp17 21- 24 settembre 2017 Padova/Rovigo
#speeddate @matteostrukul – 

 https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156295195554947&id=38993124946

sugarpulp17

Di primo acchito il pensiero è stato: “Perdete ogni speranza voi che entrate” nel mondo dell’editoria. E concedetemi la famosa citazione. 

Poi mi son detta che NO!

Non permettiamo a nessuno di rubarci i sogni. 

Ecco! Quindi galoppiamo decisi l’onda sacra dei sogni.

Però una scappatella nella selva oscura la facciamo lo stesso perché è proprio lì che fornicano i “guru” dell’editoria.

Alla convention  #SUGARCON17 offerta da Sugarpulp17 #speeddate @matteostrukul, nella mattina di domenica 24 settembre a Arquà Polesine sono stati intervistati due editor: Alessandra Penna (NewtonCompton) e Fabrizio Cocco (Longanesi).

Il moderatore ha posto loro la terribile domanda:

-Come si scrive un bestseller?-

Ma, mi chiedo: davvero esiste una risposta a questa domanda?

I due   m a l c a p i t a t i  hanno anche provato a rispondere. Più che altro: hanno dovuto. Erano lì, col microfono in mano, in una stanza piena di gente che voleva sapere. Forse, o forse voleva sentirsi dire che a scrivere sto agognato capolavoro ce la possono fare. E chi lo sa? Tant’è che i due editor hanno cercato di dare delle indicazioni portando qualche esempio, ripescando tra passate esperienze e casi editoriali dell’ultimo periodo. Ma in questo tipo di discussioni le contraddizioni si sgambettano e lo sgambetto si divertono a farlo soprattutto a chi ci crede troppo.

Una verità che non teme smentite è che ogni discussione sull’editoria finisce col perdersi in un dedalo di non regole. Sembra che la ricetta per sfornare “IL Romanzo” non la conosca nessuno.

Men che meno gli editor e i consulenti editoriali che si trovano schiacciati tra scrittori e editori come tanti cuscinetti vertebrali.

È successo, succede e succederà che l’editor non colga l’Xfactor nascosto tra le righe di un’opera perdendo l’occasione di schedare il libro rivelazione dell’anno. Errori di questo bruciano parecchio e fanno anche più male di una ernia. Comunque, ernie da sfiancamento per l’eccessivo carico di lavoro sono comprensibili e, nel corso di una carriera da editor saranno molti a portarsi il rammarico di non aver capito di aver avuto per le mani il libro che poteva segnare la tanto ambita svolta letteraria.  Non lo ammetteranno mai, infatti anche gli intervistati hanno giustificato la distrazione con motivazioni a loro non imputabili, spesso attribuendo il rifiuto alle linee editoriali della casa editrice per cui lavorano, oppure alla richiesta di mercato.

Io diventerò impopolare e gli editori/consulenti editoriali mi lanceranno sguardi di sdegno e disprezzo, ma penso che se un libro è Il Libro, diciamolo, non c’è scusa che tenga. L’editor che se lo lascia scappare è solo un editor che ha sbagliato e non ha capito.

Quindi che dire? La componente Fortuna in certi ambienti può fare la differenza, come pure la simpatia e la notorietà.

L’autore esordiente ha voglia di leggere Hemingway,  Calvino, Dostoevskij, Pennac, Pasolini, Dario Fo… per prepararsi a scrivere la sua opera,  perché, in certi casi,  anche se scrivesse come Manzoni e proponesse un Promessi Sposi moderno, nessuna casa editrice oggi lo pubblicherebbe. Oggi.

Quindi, a detta dei guru dell’editoria, nessuno ha colpa se vengono pubblicate ciofeche e invece potenziali best sellers rimangono a marcire nei cassetti: perché non è colpa dell’autore sconosciuto che si è consumato i polpastrelli sui tasti. Non è colpa della CE che deve pubblicare per vendere e mantenere in attivo il bilancio. Non è colpa dell’editor che segue le istruzioni della CE per cui lavora e annaspa tra montagne di manoscritti. Non è colpa del pubblico leggente che alla fine compra e legge ciò che gli propongono.

E allora a chi diamo la colpa?

Al fato.

Ma se l’ordine degli eventi non è modificabile nulla impedisce all’autore esordiente di continuare a scrivere e migliorare e scrivere e migliorare e scrivere…

A questo punto, e arriviamo al punto, viene spontaneo chiedersi: quanti sono i romanzi belli, bellissimi, che giacciono sotto pile di ciofeche? E soprattutto: quanti sono i mittenti/scrittori scoraggiati dai rifiuti che ripongono i sogni nel cassetto per poi dimenticarli?

Le delusioni sono sogni insoddisfatti. Non lasciamo morire i sogni, non soffochiamoli, facciamoli vivere, crescere, esplodere.

Direte voi: è una selezione naturale, ci sono troppi scrittori. Troppa gente scrive non si può pubblicare tutto.

Certo. Nessuna obbiezione.

Ma c’è l’onda dei sogni, l’onda sacra che bisogna cavalcare finché vita c’è per non morire dentro.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156295195554947&id=38993124946

 

 

PERFETTAMENTE IMPERFETTO (della serie: certe notti sarebbe meglio dormire)

E se fosse la spasmodica ricerca della perfezione a renderci intolleranti al vero?

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“la perfezione non esiste” C’è sempre qualcuno a ricordarcelo. E se la perfezione fosse proprio l’imperfezione?

-Stato, qualità di ciò che è eccellente, esente da difetti, non suscettibile di miglioramenti- (Treccani)

Quindi?

Ciò che mi piace è eccellente. Ciò che mi soddisfa non ha bisogno di miglioramenti e, audite audite: ciò che mi attrae non è esente da difetti.

Ergo: l’imperfetto è perfetto.

C’è la “solita corrente di pensiero” che sancisce che cosa, chi, come devono essere le cose per piacere a un maggior numero di persone. E otteniamo i canoni: – criterio o regola di scelta che deve servire per la conquista o la dimostrazione della verità. Elenco di opere o di autori proposti come norma, come modello …, e quindi elenco in genere-  (Treccani. Continuo a prendere da lì solo perché è aperto già il dizionario, non perché è la regola e nemmeno perché è perfetto, neanche perché detta i canoni).

Se sei nei canoni allora sei perfetto.

Se rispetti le regole allora sei perfetto.

Se sei privo di ombre e macchie allora sei perfetto.

Insomma se sei banale, noioso e invisibile, sei perfetto.

A questo punto io rilancio: “Il troppo stroppia”.

E sì signori miei. Questa è la mia verità. Certe bozze sono più interessati dell’opera compiuta. La vera essenza di certi autori arriva senza i filtri dettati dai canoni. E ora dirò una cosa che mi renderà molto impopolare: votarsi a uno stile, rientrare nei canoni, rispettare le regole rende un’opera noiosa, banale e invisibile e quindi perfetta o imperfetta?

E ora mi do il colpo di grazia: diventare perfetti scrittori, vantare diplomi conseguiti a suon di corsi ripetuti alla ricerca di un titolo legittimamente conseguito, conferisce il potere di scrivere l’opera perfetta oppure rischia di incanalare il flusso creativo nei canoni, regole, e appiattimento della banalità?

Questo volevo dire e ho detto, e vaffanculo a chi mi vuole perfetta.

La verità rende liberi, sempre.

La perfezione?, e  chi lo sa?

Monica Bauletti

la solitudine è uno stato mentale e non una situazione di fatto

Un giorno un’amica mi disse che la solitudine non esiste. Che è solo uno “stato mentale non una situazione di fatto”. Da allora mi frulla in mente questa cosa e ogni volta che mi sento sola ripenso alle sue parole. Oggi ho voluto approfondire questo concetto e ho trovato un bellissimo brano che propongo a tutte le anime solitarie che sole non saranno mai.

solitudine

la solitudine è uno stato mentale e non una situazione di fatto

di Riccardo Bandini

http://www.poetipoesia.info/la-solitudine-e-uno-stato-mentale-e-non-una-situazione-di-fatto/

La solitudine è uno stato mentale e non una situazione di fatto
Non si è soli se non si trova nessuno fisicamente vicino
Ma se non si trova nessuno con cui condividere un pensiero
Che può durare un tempo indefinito
Da qualche attimo
Ad infiniti istanti

Si è soli se i nostri pensieri restano
Nella nostra mente e li si spengono
Senza che nessuno li senta

Si è soli quando si ha desiderio di dire
E nessuno è li pronto a sentirti

Mentre la neve si posa
Bianca e nera sul tetto della mia macchina
I bagliori perlacei
Ti investono nella luce dei tuoi anabbaglianti
E ti vedi dentro un cielo di stelle
E asteroidi
Che in silenzio attraversano il tuo spazio
E sei veloce nell’attraversarli
E più veloce corre il tuo pensiero
Dietro alle perle che sfuggono
Dietro di te

Mentre bevi un wiskey
E senti musica
Fuori corre il tempo
Ed imbianca il tutto come i tuoi capelli
E tu sei sospeso tra i fiocchi di neve

La stufa illumina le tue stanze
A tratti e piccoli bagliori rossi ed aranci
E pensi che il tuo tempo non è sincrono con il tuo pensiero
Con il tuo desiderio

Non sai se sei vecchio o giovane
Quanto dura la tua vita
Quanto è lungo il percorso

Ma fuori di te il tutto ti cataloga
E ti giudica
Per i tuoi capelli bianchi e il tuo sguardo
Lungo e distaccato
Come la memoria dei tuoi ricordi
Delle tue emozioni consumate nel tempo
E posate ad una ad una sulla tua pelle
Come la neve che cade
E goccia dopo goccia
Fa bianca la strada che stai percorrendo

Un blues suona la sua chitarra
Ma non sei nella storia che suona e canta
E sei nella storia che suona e canta

Allora bevi un altro sorso del wiskey
Che sul tavolino aspetta
Gli amori che non riesci a collocare
Che giacciono nel letto dei tuoi sogni
Ed aspetti che i minuti si accavallino
Fino a sentirti disfatto

E non sai chi sei
Saluti gli amici
Le amiche
Senti sfuggire dalle dita
Un qualche cosa che non
Sai cosa è ma che ti disturba

E premi una tastiera in cerca di conferme
Che non possono arrivare da lei
Ma tramite lei
Ti aggrappi alla tua solitudine e corri nel
Funky che ora rimbomba nei tuoi orecchi

Ma sei neve e ti scioglierai come lei
Al primo calore
Tornando alla terra
Sulla terra
Pronto a volare ancora

Perché in fondo
Tu sai che tutto questo è falso
È un mito che ti sei creato
Ma non esiste
Come non esiste ne lei ne lei ne lui

20 gennaio 2013

 

UN SIMPATICO IDIOTA FELICE

   Lo scrittore esordiente,

vita dura?

KERINT SCRIVENTE

Succede che quella cosa che brulica dentro allo stomaco a un certo punto si espande. Il primo pensiero è: “che sia un tumore?”. No, non lo è. Oddio, potrebbe anche essere visto come una malattia, qualcosa di incurabile, non contagioso, ma che può diventare terminale. I sintomi sono anomali, non ben inquadrabili in nessuna patologia conosciuta in medicina. Si alternano stati di euforia a momenti di depressione. Ma procediamo con ordine. Si comincia con un momento di particolare benessere. Una leggera eccitazione induce fantasie e visioni singolari che spingono il “malato” a prendere carta e penna per scrivere una frase che diventerà un periodo fino a diventare una scena. Bene, la prima idea ha preso forma e abbiamo realizzato un incipit. A questo punto l’euforia è in metastasi. Ogni cellula è coinvolta. Il corpo e la mente diventano tutt’uno e subentra l’effetto anestesia. Ogni pensiero è dentro la nostra storia. Potete anche evitare di parlare con l’”aspirante”, a meno che non gli chiediate di quello che sta scrivendo, a che punto è, di che cosa parla ecc. ecc.

Non sarà capace di parlarvi d’altro. Nessun argomento lo potrebbe distrarre dalla trama che sta vivendo. Quindi armatevi di pazienza e lasciatelo vivere nel limbo in cui si trova, lui sta bene solo lì. Il fascino della creazione è proprio questo: l’euforia e il coinvolgimento totale, lo stato di benessere e una sorta di gioia che illumina gli occhi e accende il sorriso. Insomma, potete riconoscere uno scrittore esordiente perché ha un sorriso idiota stampato sul viso, cammina a un metro da terra e parla da solo. Ah, dimenticavo: non vi ascolta quando parlate anche se sembra attento, non illudetevi, finge. Ma non vi preoccupate, (o forse sarebbe meglio preoccuparsi, non so) appena il romanzo sarà finito tutto questo passerà. La prognosi varia da soggetto a soggetto e per genere di romanzo. C’è chi esaurisce questa fase in pochi mesi chi impiega anni, ma tutto rientra nel quadro clinico. Quindi, superato rash la malattia entra nella fase acuta e, ahimè diventa irreversibile. Lo scrittore esordiente non riuscirà più a smettere di scrivere, l’assuefazione è incurabile. KERMIT DROGATO

Non esiste droga, alcool, medicina che possa frenare il bisogno che sente. La mente produce immagini continuamente e tutto diventa storia raccontabile. Il confronto con il lettore è la fase immediatamente successiva. Se siete vicini a uno scrittore esordiente siete condannati: dovete leggere tutto quello che scrive, volenti o dolenti, non avete via di scampo. Rassegnatevi, ma ormai lo siete già. Per tutto il periodo che ha scritto, l’autore emergente vi ha preparato a questo momento e sapevate da tempo che sarebbe arrivato. Quindi con pazienza e condiscendenza leggerete il suo libro che peraltro conoscete già, sapete già di che cosa parla ecc. ecc., ma lo leggerete ugualmente e ne parlerete bene perché non ne potete fare a meno. Se avete coraggio e se lo ritenete possibile, azzarderete qualche critica, ma proprio da niente, velata da qualche complimento, così per farla ingoiare senza che nemmeno se ne accorga. Ora però serve un confronto obiettivo e a questo punto i mezzi sono molti, ma i risultati pochi. KERMIT ANSIOSOSi comincia con l’invio alle case editrici più in vista, poi a scalare si passa a quelle meno conosciute per finire a cercare quelle seminascoste in fondo alla lista di Google. Ogni volta che prendete in mano un libro la prima cosa che guardate è la CE e subito andate a inviarle il vostro manoscritto. Spedire mail diventa un lavoro a tempo pieno. Ogni concorso letterario diventa l’occasione per capire se il romanzo può piacere a qualcuno oltre che a voi e ai vostri amici più cari. L’attesa logora e più i tempi si dilungano più si consolida la consapevolezza che no, nessuno pubblicherà il vostro lavoro. A questo punto subentra la depressione post scripturam. KERMIT DUBBIOSOTutto l’entusiasmo e l’euforia sono evaporati, subentrano i dubbi. Nulla è più certo. Ogni sicurezza sparisce. Si dubita di tutto. L’umore comincia a variare di giorno in giorno. C’è sempre il bisogno di scrivere che è diventato cronico, ma serve l’entusiasmo per riuscire a farlo. C’è bisogno di un riconoscimento. Qualcosa che alimenti l’autostima. Quindi si prova con un corso di scrittura creativa che è un buon metodo per confrontarsi con altri scrittori e per avere un giudizio, più o meno obiettivo, sulle proprie capacità. Si scrivono infiniti post sui social, ai quali risponderanno sempre i soliti amici amorevoli e condiscendenti, ma serviranno a sostenere quel po’ di autostima che basta. Si apre un blog. In casi estremi si ricorre al self publishing. Arriverà qualche riconoscimento, qualche complimento “vero”, qualche offerta di pubblicazione. Dopo anni di “gavetta”, se il successo non arriva, arriva la rassegnazione. L’autore esordiente conosce il suo male e impara a conviverci. È cosciente dell’impossibilità di guarire e scrive nonostante tutto, scrive per se stesso, per continuare a tediare amici e parenti. Si stampa da solo i suoi romanzi, e continua a vivere tra momenti di euforia e sconforto.

No, non dovete aver pena dell’eterno esordiente, lui sta meglio di voi. Ha un sogno, ha un progetto e ci crede, ci crederà sempre nonostante le delusioni, i rifiuti e l’indifferenza collettiva. Lui continuerà a camminare a un metro da terra, a sorridere come un idiota e parlare da solo, ma non lo darà più a vedere, con discrezione anche se sarà sempre pronto a parlarvi del suo romanzo e la gioia riempirà i suoi occhi ogni volta che il rash è in corso.

KERMIT IDIOTA

Monica Bauletti

SPRITZ? Sì, grazie! Certi vizi aggregano.

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Questa mattina parlando con un amico, si rifletteva sul dilagare della moda dello spritz. Il mio amico commercia in vini e mi diceva che lo spritz dà un notevole impulso ai suoi affari.

Concedetemi un cenno storico: Si fa risalire l’origine dello spritz all’usanza dei soldati dell’Impero austriaco, di stanza nelle regioni del Regno Lombardo-Veneto, che allungavano i vini veneti con seltz per diminuirne la gradazione alcoolica. Da qui l’origine del nome, dal verbo tedesco austriaco spritzen, che significa “spruzzare”. Tale usanza austriaca rimane nella Trieste asburgica fino al 1918 e in molte località del Nord-est italiano. “Vino spruzzato” a Milano. lo spritz come lo beviamo noi nasce a Padova e Venezia all’inizio del 900 dall’idea di allungare il vino con l’Aperol (presentato alla Fiera di Padova nel 1919). La popolarità del cocktail si diffonde in tutta la regione veneta a partire dagli anni ’70.  Ora lo spritz è diffuso in tutta la nazione anche grazie alla pubblicità dell’Aperol che non ha perso l’occasione di cavalcare la moda con una campagna pubblicitaria mirata.

Ma come mai questa moda non tramonta?, perché il fenomeno dello spritz non si è sgonfiato dopo il primo exploit come spesso accade per certe brillanti novità? Sembra invece che si stia affermando sempre più e stia diventando un rito necessario e irrinunciabile senza esclusioni.

Domenica eravamo a Monselice e durante la nostra sosta al bar, -con mio marito usiamo fare un giro in bici quando il tempo permette e a metà percorso è d’obbligo la sosta ristoratrice,  Io prendo un caffè shakerato senza zucchero e lui una coca-, erano passate le 13 da poco, mi sono distratta a curiosare i tavoli occupati attorno a noi, la mia attenzione si è concentrata su due ragazze che occupavano il tavolo accanto, avevano due calici vuoti e un vassoio di stuzzichini, vuoto anch’esso. Parlavano. Sì, stavano parlando. Sembra incredibile ma non avevano sul tavolo null’altro che la consumazione e le sigarette, nessun cellulare, nessun tablet. Tutta la tecnologia che di certo avevano con loro era dimenticata in fondo alla borsa e si stavano scambiando confidenze. Non ho resistito e ho origliato con tutta l’indiscrezione che sempre più mi concedo quando le persone m’incuriosiscono. Parlavano di uomini. Parlavano dei loro ragazzi. Una delle due esprimeva all’altra la gioia provata quando il suo boy friend ha voluto assistere alla discussione della tesi affrontando così la sua famiglia e facendo quello che poteva diventare il primo passo per ufficializzare una relazione tenuta nascosta tra le righe di WhatsApp.

Mi torna in mente un’altra immagine, anch’essa rubata al bar. Eravamo a Padova in piazza della Frutta, sosta per un Aperol-spritz questa volta, era tardo pomeriggio. Due tavoli dietro mio marito, si consumava una tragedia. Due signore si confrontavano. La cosa mi ha molto rattristata, ma questo è il pegno da pagare quando ci si permette di farsi gli affari altrui. Le due parlavano di tradimenti. Una delle due piangeva, l’altra non ci provava neanche a consolarla, non avendo sentito tutta la conversazione non saprei descrivere il caso con precisione, ma credo che la più giovane delle due fosse l’amante del marito della più vecchia. Brutta cosa. Ci vuole molto coraggio per affrontarsi tra rivali in amore, ma anche in questo caso non si può con Snapchat.

Quante immagini come queste ho rubato tra i tavoli del bar! Ho fatto queste piccanti divagazioni per cercare di capire il fenomeno happy hour, il bisogno che ha il genere umano di comunicare e di relazionarsi nelle sue molteplici forme.

Vito Mancuso ci esorta dicendo: “non fatevi rubare la solitudine” bisogna mantenere il contatto con noi stessi. Conosco persone che tremano al pensiero di restare sole e di doversi guardare dentro, il terrore di non trovarci ciò che vorrebbero. Dunque? Rimane tuttavia una cura, c’è sempre l’amico al bar. I bar si popolano durante le pause. È il momento di stacco dal cordone che ci tiene tutti uniti globalmente per ritrovare il piacere del contatto a tu per tu. Il cellulare, internet, i social possono aspettare. Il tempo di un caffè, di un bicchiere di vino e qualche salatino non supera la mezz’ora ed è già tanto, ma è quel che basta per una confidenza, per una risata guardandosi negli occhi o di un pianto liberatorio. I ragazzi si baciano e si abbracciano sempre quando si trovano. Stanno ore sulle reti e quando si incontrano si toccano e si stringono. Dopo tanta virtualità diventa indispensabile un po’ di fisicità. È il momento di evasione da quella che è diventata la routine. Ti alzi: controlli i messaggi. Arrivi in ufficio: apri Facebook, rispondi alle mail, comunichi col mondo, esprimi pensieri, ti informi, commenti e aspetti di passare al bar dove trovi l’amico a cui stringere la mano e intanto:

“Un Aperol spritz, grazie”

M.B.

Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere

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Leggo il commento di Bianca Stanco  sull’intervista rilasciata a Il Giornale, dal critico letterario Alfonso Berardinelli e trovo un continuo ritorno di giudizi lapidari del tipo:

“…impossibilità dell’esistenza di classici contemporanei”.
della letteratura è rimasto soltanto il nome. È l’ora dei velleitari, specie in poesia”.
“… la critica ha perso il ruolo trainante e militante”.
“… svuotamento intellettuale nel panorama editoriale contemporaneo, un declassamento della poesia e della narrativa …”.
“Narrativa e poesia si sono così dilatate da essere entità senza forma né confini”.
“È un caso disperato. … il 90 % della poesia che si pubblica non è né brutta né bella. È nulla. Nessuno potrebbe leggerla”.
La poesia “è diventata il genere letterario di chi non sa scrivere”…“i poeti mediamente non hanno idea di cosa sia un verso”.

Da brivido!, ma è davvero così?

No, non può essere così.

Con tutto il rispetto che sempre nutro per chi ha militato per anni nell’ambiente letterario e culturale che certamente ha molto da insegnare, soprattutto a me, ciò nonostante mi sento di dissentire. In questo nostro millennio la letteratura sta sicuramente soffrendo di ipossia dovuta al sovraffollamento, ma siamo sicuri che sia davvero un male?, non è invece uno stimolo alla ricerca, alla critica e alla curiosità?
Sento dire:
“Se l’editoria si rifiutasse di pubblicare almeno i due terzi di quello che pubblica, si riuscirebbe a fare un po’ di chiarezza”.
La campana stona un po’.
Si dà troppa importanza alle case editrici, in fondo sono “enti commerciali” che vivono e proliferano sull’attivo di bilancio. Non è sano conferire il potere di indottrinarci a chi ha troppi interessi da soddisfare. L’obiettività non è una virtù che appartiene al business. Un tempo si diceva: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”, e oggi si vorrebbe che il contadino ci dicesse ciò che è buono? Ciò che piace lo decide il lettore non il venditore perché se così non fosse allora avrebbe ragione Sgarbi quando ci chiama capre. Siamo un popolo istruito, distratto forse, un po’ pigro, ma il popolo dei lettori è un popolo istruito e i mezzi di informazione non mancano.
Leggo sull’articolo di Bianca Stanco:
Il lettore medio non ha più le facoltà per scegliere e comprendere di cosa parla un libro.”
Rabbrividisco e m’indigno.
Io sono una lettrice media e non permetto a nessuno di dirmi che non ho la FACOLTA’ di scegliere e comprendere di cosa parla un libro. Un urlo mi squarcia dentro e mi sento ferita da questa affermazione.
È vero che l’enormità della produzione di libri (vado cauta e non definisco tutta la produzione in circolazione chiamandola: romanzo e neanche opera) può metterci in mano delle vere ciofeche e ciò può deluderci, può indignarci perché ci sentiamo frodati: pensavamo di poterci concedere un momento di bella lettura invece no; ma ciò succederà qualche volta, non sempre; certe lezioni si imparano e aiutano a raffinare le scelte; se si dovesse ripetere potrebbe essere solo per un difetto di distrazione. Ci stiamo abituando un po’ tutti a leggere gli incipit che spesso sono disponibili anche sulle biblioteche on line; abituiamoci a essere propositivi, costruttivi e critici. Abituiamoci ad ascoltare il consiglio di amici, il passaparola rimane sempre il miglior modo per scegliere con il minimo rischio.
Ancora: “da solo il lettore non capisce che sapore ha un libro”. Un’affermazione di questo tipo denota un orribile disprezzo verso i lettori considerati al pari di humus, frutto della degradazione e rielaborazione degli interessi commerciali delle multinazionali dell’editoria e buono solo come fertilizzante per far fiorire talenti senza talento e casi letterari senza caso.

Per quanto riguarda poi l’affermazione che: “I narratori hanno un solo obiettivo, ossia il Premio Strega”, e ancora “l’assenza di scrittori creativi, coscienti, in grado di rapportarsi con il pubblico e soprattutto consapevoli della cosa da raccontare” mi ariva come alibi e denota inerzia e pigrizia a conferma che chi vuole davvero fare informazione e critica letteraria deve armarsi di pazienza, falce e macete per avventurarsi nella giungla di edizioni che vengono sfornate ogni giorno. Il critico letterario non può più starsene seduto comodo sul divano e aspettare che gli arrivino i libri da leggere e recensire fidandosi del marchio editoriale impresso in copertina, oggi il critico letterario deve cambiare strategie e scavare con pazienza, intuizione e un pizzico di fortuna, come fanno e hanno sempre fatto gli archeologi.
Chi afferma che “La letteratura non ha più a disposizione un pubblico competente, né nell’ambito della narrativa né in quello della poesia. Non vi è più la ricerca di nuovi talenti, di curiosità.”, apparterrà forse a quella parte della critica stanca, che ha tanto operato nel settore d’aver esaurito l’amore per la ricerca della cultura il cui entusiasmo si è spento, soffocato dal peso delle troppe novità tecnologiche un po’ incomprese e un po’ pressanti che ora vorrebbe riposare sugli allori e invece gli allori riconosciuti sono inferiori alle aspettative?

M.B.

#29/02/m4festa

bisesto

Lunedì 29 febbraio si consuma il giorno regalato da questo anno bisestile.
Un giorno in più per questo anno che all’apparenza non sembra molto diverso dai precedenti (Petaloso a parte).
Il detto è “anno bisesto anno funesto”.
Potrà davvero questo 2016 essere più funesto di un 2015 che ha visto migliaia di profughi approdare sulle spiagge italiane i loro corpi senza vita? (così per dirne una), questo esodo e le cause che lo originano non è già una tragedia immane?, e sottolineo immane.
Detto questo non serve continuare l’elenco degli eventi funesti avvenuti negli anni non bisesti e comunque sappiamo che il peggio non finirà mai, l’uomo è un animale che non sa vivere in pace, lo dimostra la sua storia. Ma torniamo a questi anni multipli di 4. Dalle mie parti si dice “anno bisesto anno senza sesto” e questa seconda definizione è più gradevole perché crea l’immagine di un anno pazzerello, un anno imprevedibile che esce dagli schemi e non ha un “sesto”; che poi, sempre dalle mie parti, si dice “sei matto come un sesto” che vorrà forse dire un’altra cosa, ma l’assonanza dei due termini mi porta ad associare l’anno bisestile alla “pazzerellia” (sempre per restare in tema di # e provocare la Crusca). E così accontento tutti i nati di anno bisestile che per questo si sentiranno un po’ privilegiati perché vestono la pazzia di un anno imprevedibile, originale e vivace.
Comunque a tutti viene regalato un giorno in più:
– in più per pagare i debiti, le scadenze di fine mese si spostano di un giorno;
– in più per vivere; invecchiamo di un giorno e la facciamo franca, mica ci appiccicano i decimali all’età, ad essere fiscale dovrei dire che compirò 52,13 anni;
– i più romantici penseranno di avere un giorno in più per amare, tutti gli altri un giorno in più per …, va be’ anche litigare è un po’ amare.
In fondo però c’è una piccola fregatura in tutto questo. Perché si deve lavorare il 29 febbraio?
È o non è un’eccezione? È sul calendario valido 4 anni su 5 la regola. Tutto è calcolato sui 365 giorni.
È o non è il 29 febbraio un giorno aggiunto per sistemare uno slittamento astronomico? (tecnicamente si dice così), un correttivo stagionale? Si aggiusta un calcolo imperfetto e per questo lo paghiamo con fatiche e lavoro?
Allora la mia proposta è: #29/02/m4festa e buon anno bisestile a tutti.

M.B.

La Fiera delle Parole contro Bitonci – atto unico

 

Antefatto
PADOVA. Nel documento di programmazione attività culturali allegato al bilancio di previsione 2016 manca la Fiera delle Parole, non è prevista, cancellata!, dimenticata? No, sostituita.

fiera delle parole

Sembra che nell’organizzare l’edizione del 2015 il/la Patron del Festival della parola scritta sig.ra Bruna Coscia non abbia accolto i suggerimenti del sindaco. Massimo Bitonci si è risentito decidendo di sopprimere l’evento per poterlo organizzare liberamente secondo le linee previste dalla sua giunta: “…, non vedo per quale motivo il sottoscritto, che non più tardi di un anno e mezzo fa è stato votato dalla maggioranza dei padovani insieme con un preciso programma elettorale pure in campo culturale, dovrebbe ora disattendere quel programma e replicare gli eventi culturali delle amministrazioni precedenti.” (Corriere del Veneto 20/01/2016)

La Fiera delle Parole che è arrivata alla sua 9° edizione, le prime 4 svoltesi a Rovigo e traslocata a Padova dal 2011, ha offerto negli anni incontri e spettacoli vantando la presenza di intellettuali, autori e artisti che hanno sempre dimostrato di apprezzare la nostra bella città e la sua iniziativa.
Il centro storico della città per una settimana si è animato di eventi organizzati nei palazzi simbolo della cultura e spettacolo patavino come il teatro Verdi; il meraviglioso palazzo della Ragione, il Palazzo Moroni, sede del municipio; le scuole e la storica Università, la seconda in Italia dopo Bologna che nella lista dei nomi illustri che hanno vi insegnato può vantare la presenza di Galileo. Il caffè Pedrocchi, detto caffè senza porte, antico ritrovo degli intellettuali; per non parlare delle librerie grandi e piccole che in occasione di avvenimenti come questo sono per ovvi motivi in prima linea. L’offerta fornita ha ottenuto risultati crescenti negli anni e l’ultima edizione, quella di ottobre 2015, ha attirato in città 70 mila persone in sei giorni.
Si conclude così la storia della Fiera delle Parole versione padovana. La 10° edizione dovrà trovare una nuova location. Padova chiude le porte alla kermesse di Bruna Coscia.
sgarbi e bitonciDichiara il sindaco Massimo Bitonci: “Ho proposto a Vittorio Sgarbi di fare il direttore artistico di un grande festival letterario che si terrà a Padova in ottobre. Un festival aperto davvero a tutti, senza alcuna ideologia di carattere politico. Un festival ad amplissimo raggio, con la presenza di autori italiani e internazionali. Un festival che avrà una formula e magari anche un nome diversi da quelli che ha avuto in passato”.
Diceva un noto cantautore: “Non cambiar la regola, se regola già c’è” e se poi la regola non era così male?, ma già ben collaudata?, un peccato cancellarla. Certo le imperfezioni ci sono, ma i collaudi a questo servono. Non sarebbe stato meglio partire da una piattaforma già strutturata per ingigantire l’evento?
La ragione della scelta drastica di eliminare la Fiera delle Parole per avviare un evento culturale tutto nuovo mi sembra la conseguenza di una totale mancanza di umiltà e dello smarrimento dell’obiettivo che rende sacro un evento culturale: la cultura.
Non riusciamo proprio a imparare niente dalla storia. Siamo davvero i figli sciocchi dell’Antica Grecia? Le guerre si fermavano durante i giochi Olimpici e noi non riusciamo a mettere da parte l’arrivismo e i giochi di potere per celebrare degnamente le doti letterarie di intellettuali e artistiche?
Tutti pronti a schierarsi ora da una parte e ora dall’altra. Sembra la fiera del galletto, il galletto padovano appunto, che impettito fronteggia l’avversario pronto a morire pur di difendere la posizione di supremazia. Le guerre iniziano sempre così e poi tutti perdono sempre qualcosa. Non imparerà mai l’essere umano che le sinergie aiutano a migliorare e a crescere?
Ed è così che la kermesse letteraria che poteva diventare un evento di risonanza internazionale e dare risalto alla nostra bella città, la città dei “Gran Dottori” ora cambierà volto.
Intanto la Fiera delle Parole inventata e organizzata da Bruna Coscia, è contesa dalle città e paesi limitrofi, la vuole Verona, la chiede Este, la reclama Rovigo. Questo evento sta prendendo un’identità itinerante.
apollo1Non ci resta che invocare la protezione di Apollo e sperare che non imbracci il suo arciere.
Alla fine, tra i due litiganti potrebbe risultare vantaggioso avere due eventi a cui assistere e, se vogliamo vedere il lato positivo, una maggiore offerta culturale: un festival di sinistra e uno di destra e, noi in mezzo; noi che poco ci curiamo delle beghe di palazzo; che leggiamo il libro e non incensiamo l’autore; che non chiediamo la razza, la religione, l’ideologia dell’autore quando acquistiamo un libro, ma leggiamo la sinossi e l’incipit per capire se ci può piacere la storia; noi che siamo critici e sappiamo leggere con attenzione cogliendo il buono e lasciando il cattivo, sposando il giusto e condannando gli errori.

Speriamo però che non si mettano in competizione per farsi i dispetti e che scelgano due periodi diversi per non trovarci nell’imbarazzo di dover scegliere a quale evento partecipare, perché a casa si fa zapping comodamente seduti sul divano quando le emittenti si fanno concorrenza con programmi interessanti, in casi particolari si registra una trasmissione mente se ne segue un’altra, ma per essere presenti agli interventi di due autori contemporaneamente ci vuole quel dono che ci è stato negato e che nemmeno la scienza è ancora stata in grado di produrre, chissà se Apollo ci verrà in aiuto lo chiederemo alla la sacerdotessa detta Pizia.

10363718_939424692772931_689260281877936841_n  M. B.

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Libro nuovo (2015) Non luogo a procedere di Claudio Magris

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Libro Vecchio (Prima pubblicazione 1815) EMMA di JaneAusten

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Libro Vecchio (Prima pubblicazione 1975) Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallacci

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Libro nuovo (2013) Reperto occasionale di Gianni Papa

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Libro Vecchio (Prima pubblicazione 1938) I quarantanove racconti di Ernest Hemingway
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Libro nuovo (2015) Favole del morire di Giulio Mozzi

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Libro Vecchio (Prima pubblicazione 1869) GUERRA E PACE  di Lev Tolstoj

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Libro Vecchio (1961)    DAI, MARZOLINA!  di BERTHE BERNAGE

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e Libro nuovo  (2012) Storia dell’Immondizia di Mirco Maselli

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Libro Vecchio (1960)   LA NOIA  di Alberto Moravia

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Libro Vecchio (1961)   UN CUORE ARIDO di Carlo Cassola

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e Libro nuovo  (2015) SIRENA di Barbara Garlaschelli

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Libro Vecchio (in prima pubblicazione nel 1956) Angelica di Anne e Serge Golon

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Libro Vecchio (in prima pubblicazione nel 1958) Il Gatto0pardo di Tomasi di Lampedusa

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Libro nuovo – 2015 Il cuore aspro del

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Libro Vecchio (in prima pubblicazione nel 1922) Siddharta di Hermann Hesse

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Libro nuovo – 2013 L’OCEANO NEL POZZO di Nino Famà

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Davide Bottiglieri – Le cronache di Teseo

Carissimi amici oggi la famiglia di Letterando si allarga e accoglie un nuovo autore che vado a presentarvi.

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Nome: Abraham Tiberius Wayne (alias Davide Bottiglieri)
data e luogo di nascita: 28 aprile del 1992. Salerno (Italia)
segno zodiacale: Toro
blog: Abram Tiberius Wayne
Nonostante la sua giovane età ha già una collezione di riconoscimenti di tutto rispetto:
– Premio Letteratura Italiana Contemporanea nel settembre 2014, indetto dalla Laura Capone Editore con la quale compie il suo esordio editoriale con la silloge Poeti Contemporanei.
– Nel 2014 viene inserito nella collana Riflessi della Pagine Editore.
– Nel maggio 2015 vince il XII Concorso di Poesia d’Amore ” Tra un fiore colto e l’altro donato” indetto dalla Aletti Editore.
– Nel luglio 2015 viene pubblicato nell’omonima silloge.
– Vince il concorso “Cronache dalle terre oscure”,con tre racconti brevi fantasy.
– Nell’agosto 2015 viene pubblicato nell’antologia Felicemente Horror vincendo la selezione proposta dal noto blog letterario Pegasus.
– Sempre nell’ottobre 2015 risulta finalista del concorso “E’ già autunno!” indetto dalla Montegrappa Edizione e viene inserito nella XVII raccolta antologica “Les cahiers du Troskij Cafè”.

Davide è nostro ospite perchè voglio presentarvi il suo libro:

Le cronache di Teseo

Racconti – Edizioni Les Flaneurs

Authore: Abraham Tiberius Wayne (Davide Bottiglieri)

€ 2.99

“Un libro che raccoglie sei racconti dedicati all’eroe greco Teseo. Un fantasy dall’anima ellenica”.

Un libro che raccoglie sei racconti dedicati all’eroe greco Teseo. Un fantasy dall’anima ellenica”.
È proprio così che si presenta questo libro che si legge veloce e con piacere. Davide ci racconta le prove che si trova a dover affrontare Teseo per dimostrare di meritare il trono in successione al padre.
È un viaggio fantastico che l’autore descrive poggiando sulle basi della mitologia classica arricchendo di particolari fantasiosi che ne alleggeriscono il peso e animano di avventura. Molti sono i nomi di dei, semidei, eroi, e altre figure, più o meno moti a tutti, che hanno popolato i racconti epici e che l’autore mette a intralciare il cammino dell’eroe, a volte per aiutarlo nelle sfide altre volte per mettere a prova la sua forza, la sua saggezza, la sua umanità e il suo valore di uomo e di guerriero al fine di forgiare la figura ideale di sovrano. È così che l’autore ci consegna l’immagine di un re esemplare: un sovrano ideale.
Le scene di lotta sono ben descritte e le atmosfere che ne emergono sono in perfetta sintonia con l’epoca riuscendo tuttavia ad evocare immagini fantastiche che scivolano in paesaggi degni della classica narrazione fantasy e quello che io definirei l’universo fantastico.

“La raccolta mira a interessare lettori adolescenti! La mitologia classica è bellissima, tuttavia non sempre la si fa apprezzare a dovere nei licei (io per primo l’ho amata tardi); inoltre c’è da aggiungere che non si tratta di una lettura semplice perché spesso appesantita dagli intervalli filosofici che ne rallentano un po’ il ritmo. Ho provato a riproporre degli episodi che ho trovato affascinanti, in una forma più appetibile all’adolescente di oggi (gli scontri e la violenza non sono mai mancati nell’epica classica), facendo attenzione a non alterare la storia e le caratteristiche del mito: in pratica, ho cercato di trovare una chiave di avvicinamento alla letteratura greca per chi non la digerisce ancora nella sua forma originale”.

.
Quindi un libro adatto a tutte le età, molto originale che noi di Letterando consigliamo e vi consigliamo anche di tenere d’occhio questo autore emergente che non mancherà di regalarci ancora sorprese e successi.

PARAFRASANDO PER SOMMI CAPI (by lettera di Renzi)

Oggi ho parlato ai miei figli:vacanza-in-auto-colorato
Tesori miei,
tra qualche giorno io e vostro padre partiremo in vacanza, da soli, per una breve pausa (5 giorni-4 notti, ma solo perché un last minute, ma solo perché costa pochissimo, ma solo perché con prima colazione e basta, ma solo perché ci si arriva in macchina).
Mi permetto di dire, sfidando le vostre proteste: vacanza molto meritata.    Sì, meritata. Perché se mi volto un attimo indietro e provo a ripercorrere il cammino di questa mia vita, resto stupita pensando alle cose che ho portato a casa.
Lo dico senza giri di parole: ho fatto un lavoro straordinario ed è giusto me ne prenda il merito. Sempre le mamme italiane, da che mondo è mondo, in anni e anni di storia, lavorano così tanto e così intensamente che nessuno mai immagina –da sole – così tante ore.
Provate per un istante, per un solo istante, a metterle in fila.
Approvata in via definitiva la prima gravidanza: il lavoro oltre l’ottavo mese (con la pancia che non entra più in macchina) per un po’ di tempo in più dopo, la corsa alla prenotazione del nido-e/o asilo e/o scuola primaria e/o scuola secondaria, la riforma della spesa e del bilancio famigliare con la riduzione delle spese superflui, con gli 80 euro ben amministrati copro le tasse il resto lo gestisco con l’abbattimento della vita sociale, il bonus bebè mi solleva dal costo dei pannolini e, noi mamme che siamo brave, con quel che avanza facciamo prevenzione, del divorzio breve ce ne freghiamo quello è cosa da ricchi. Il pacchetto assicurativo per la vostra tutela e la nostra serenità, la prima (e unica) casa (con mutuo ventennale) per l’ambiente sicuro, la cooperazione tra famiglie per la gestione dei vostri spostamenti in gruppo(nuoto, calcio, danza, partita, compleanno ecc. ecc), la responsabilità di una buona educazione, la continua riforma delle abitudini in funzione della vostra crescita, la gestione di ogni pratica in formato elettronico, i primi terrori sulle uscite serali, le corse urgenti per coprire il deficit dei mezzi, le quarantatré(mila) crisi esistenziali risolte, lo sblocco degli scarichi e delle fogne (a ogni temporale si intasa tutto), gli accordi con le banche per arrivare a fine mese, i prestiti, i parenti e Vaticano. I bonus della spesa, le raccolte punti la corsa all’offerta della settimana, i saldi di fine stagione.
É un elenco buttato giù a memoria e da subito voglio scusarmi con vostro padre che non ho incluso ma che è al mio fianco (per fortuna resiste) e che ha seguito altri impegni che non ho citato.
Inutile ribadire che avete sempre da ridire sull’inadeguatezza di ciò che faccio anche se supero con grande visione e senso del dovere il passaggio (molto difficile per i motivi che ben sapete) crudele della vostra adolescenza. Se questo è un esame di maturità, lo sto superando con la lode (fin che lucidità mentale me lo consente).
E’ in corso di valutazione la ristrutturazione della casa per nuovi spazi per voi, il terzo bagno, le scuole all’estero, la sicurezza in casa, l’estinzione del mutuo, la vostra vita sul dopo di noi. Elenco anche questo parziale.
Dopo che la famiglia si era allargata nel sogno della felicità, perché tutti sappiamo (anche quelli che fingono di essersene dimenticati) che se si è cambiato stile di vita è perché l’amore aveva colmato il cuore al punto tale da dover sfociare in altre vite. Quest’anno – visto che siete abbastanza grandi – faremo una pausa.
E vorrei essere chiara: non fateci pentire.
La nostra assenza non dovrà essere più un problema del vicinato ma contribuirà a farvi crescere: la vostra maturazione permette margini di manovra fino a un punto di indipendenza da mamma e papà.
Il costo della vita cresce soprattutto al nord, come dimostrano anche i dati di oggi. Gli investimenti non si possono fare, crolla il conto in banca e aumentano i debiti, segno che il bilancio famigliare non è in attivo. I consumi crescono, i posti di lavoro sono ancora incerti.
Detta in modo semplice: stiamo resistendo come un anno fa, e lo dobbiamo anche grazie al vostro sacrificio.
Io debbo e voglio dirvi grazie: anche se non sempre mi dimostrate la vostra fiducia (personale e famigliare) e se cerco di tenere sempre accesa la macchina della speranza è perché io continuo a crederci anche quando non è semplice farlo.
Ma non posso, non possiamo accontentarci. Se abbiamo fatto tutta questa strada in quasi vent’anni, vi immaginate dove potremo essere ad agosto 2016? E chi lo sa? Allora, lasciateci godere queste vacanze. Perché alla ripresa ci sarà da correre ancora più forte. Per la ripresa dell’anno scolastico e i libri e gli abbonamenti dei mezzi e i compiti e le assemblee ecc. ecc., concretizzare tutti i vostri sogni – che già stanno diventando realtà – è l’idea dominante. Ma soprattutto sbloccare le tante reticenze e diffidenze, le tante energie scoraggiate, i tanti talenti inespressi. Voi non vi rendete conto di quanto il mondo vi ami e si aspetti da voi il meglio. I milioni di nuovi amici del villaggio globale chiedono Made in Italy, prodotti di design, esperienze culturali e turistiche, le emozioni che la vostra generazione riesce a regalare. Abbiamo molto da fare, ma non ho intenzione di fermarmi finché avrò forza e coscienza. Poi toccherà a voi proseguire con determinazione verso il futuro che vi sta già aspettando.
Mamma.

10363718_939424692772931_689260281877936841_n  Monica Bauletti

Vi-Va la scuola!?

Mercoledì 10 giugno 2015, ore 12,55: driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!
E vai!!! La campanella. Finalmente.

       tocco      L A S C U O L A È F I N I T A     tocco

Era ieri. Oggi si respira.
Abbiamo trattenuto il fiato a ogni interrogazione. Incrociato le dita è assunto pose scaramantiche di ogni genere a ogni verifica –ai miei tempi si chiamavano compiti in classe-.
Abbiamo passato mesi e mesi a controllare il registro elettronico ogni “non santo” giorno –in quelli “comandati dai santi” i nostri figli restavano a casa e c’era un po’ di tregua-.

Tremendo!, ogni volta che compariva un quadretto rosso era un’agonia:
A=assente –mio Dio dove sarà?-,
RB=Ritardo breve –Come mai? Che cosa avrà fatto? Che gli è successo?-,
il (meno) anche davanti a un sei è insufficiente quindi rosso sgargiante. Ogni voto sotto il 4 diventava una tragedia.
Che scoramento!, che tristezza!, che fatica!
Ogni cosa succeda ai nostri figli diventa una tragedia.
Sembra sia colpa delle “mamme italiane”:

sono troppo apprensive; dicono;

sono troppo protettive; dicono;

sono troppo ambiziose; dicono.

Sono solo mamme; dico.

Fatto sta che quando inizia la scuola lo zaino più pesante lo indossiamo noi mamme, ogni tanto lo carichiamo sulle spalle dei papà, giusto quel che serve a riprendere fiato e poi via di nuovo a correre con la zavorra che pesa.
“Mamma ho dimenticato il libro di…, mi serve assolutamente, portamelo per favore” –Può capitare, per una volta si fa-. “Va bene , ma solo questa volta, la seconda no. Te la vedi col prof”.
“Mamma non ce la faccio a studiare, MI DEVI ASSOLUTAMENTE AIUTARE. Oggi resti a casa e studi con me” –come si fa a dire di no, se un figli chiede aiuto?, è una causa giusta
“Mamma quella prof ce l’ha con me. Ne sono sicura. NON MI PUO’ VEDERE a me fa le domande più difficili e i voti sono sempre più bassi. Ci devi parlare” – Ok, vediamo che si può fare-: “Cara prof., scusi tanto, a questa età i ragazzi sono un po’ arroganti, sono … Ecc. ecc.” Si discute, si ascolta, si chiede aiuto e si cerca il compromesso-. “Brava mamma, ma che cosa le hai detto? Adesso la prof. E cambiata”. –Fiiiuu, m’è andata bene, ce l’ho fatta-.

Alla fine le vacanze scolastiche diventano una vacanza condivisa da tutta la famiglia.
Si comincia subito col dormire qualche minuto di più e la giornata scorre col pensiero sereno di chi sa che a casa tutto tace e i figli dormono.

È un sollievo! Il respiro ritrova il flusso naturale. Il cuore si adagia nel mediastino come il pellegrino sprofonda sulla sdraio dopo un lungo cammino.
La scuola in Italia è difficile sotto tutti i punti di vista. Non c’è serenità. È scomoda, disorganizzata, costosa e sottodimensionata. Costruita intorno a chi? Non ai giovani che la vivono sempre peggio. Non agli inseganti che scalano i programmi come salire sull’Everest attraverso una bufera. Non per i genitori che tra le ansie dei figli, le frustrazioni degli insegnati e i costi di libri, abbonamenti del tram e varie imprevedibili, vengono esposti a un prolungato logorio psicologico.
Colpa della crisi? È vita.

Colpa del governo? È storia.

Colpa delle mamme italiane? È amore.
Va beh, un altro anno e passato e siamo sopravvissuti. Chi ne esce soddisfatto, vincitore, un po’ malconcio, deluso, triste e sconfitto, comunque tutti vivi ed è questo che conta.

Rigenerati di nuove energie o completamente scarichi che sia, ma con ancora tanta vita davanti e nuove opportunità.

Godetevi tutti le vacanze che si sa: “…Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”

vacanzeMonica Bauletti

XXVII Salone Internazionale del Libro di Torino – 2015

logo-salone-libro

Mi hanno chiesto se vado al Salone Internazionale del Libro di Torino, ho risposto no.
Quest’anno non andrò.
Non credo che sarebbe molto diverso dall’andare alla libreria Feltrinelli o alla Mondadori della mia città, anzi andare in librerie sarà certo più comodo. Potrei andare con il tram. La Feltrinelli di Padova (la mia città) si trova davanti a Palazzo Bo: la sede storica dell’Università degli Studi di Padova dal 1539, vanta un passato importante, ha coronato d’alloro la prima donna al mondo laureata in filosofia, Elena Lucrezia Cornaro e nella Sala dei Quaranta si trova ancora la cattedra che fu di Galileo.
Il tram attraversa la riviera che divide Palazzo Bo dalla libreria Feltrinelli, non ho nemmeno il problema del parcheggio e alla Feltrinelli non mi fanno pagare il biglietto per entrare così, i soldi risparmiati li investo in libri, ma non solo, fuori dalla libreria, oltrepassato il Palazzo Bo, sono già nella zona pedonale di Padova in pieno centro storico, mi lascio sulla destra il municipio e lo storico Caffè Pedrocchi noto anche come il “Caffè senza porte“, perché fino al 1916 era aperto giorno e notte e per oltre un secolo è stato il “ritrovo” di intellettuali, studenti, accademici e uomini politici. Attraverso un vicolo e sbuco in Piazza delle Erbe dominata dal Palazzo della Ragione, oltrepasso l’arco dal quale si accede a “Sotto al Salon”. Sotto il Salone è il più antico centro commerciale di Padova e arrivo in piazza della frutta oltre la quale posso accedere alla Piazza dei Signori. Mi piace molto Piazza dei Signori, sarà per la torre dell’orologio che vi domina e sembra voler ricordare che il tempo ha una misura e non si può accelerare, ma si deve solo assecondare, quindi dimentico la fretta e adagio sincronizzo il passo e continuo tra i vicoli fino ad arrivare alla libreria Mondadori. Nemmeno lì mi fanno pagare per entrare e posso stare in mezzo a tutti i libri senza che nessuno mi mandi via.
Ecco fatto! Mi sono costruita un bel viaggetto alternativo al Salone del libro, tra cultura, storia e letteratura. Niente male direi! Un pomeriggio ideale per chi ama leggere.
Lo so che al salone ci sono anche molti eventi e non ci sono solo i libri da acquistare, lo so, lo so!
Allora, vediamo che cosa mi perdo. Vado a curiosare nel programma per vedere quali autori parteciperanno agli eventi. Cerco tra i “Grandi Ospiti” e scorro l’elenco. Sono molti i nomi di autori più o meno noti, però non ho letto niente di nessuno di quelli in elenco, possibile mi sia persa tutti questi “Grandi Ospiti”? Degli Angela ho visto molte trasmissioni, prima o poi leggerò qualche loro opera. Anche di Augias non ho mai letto niente ma mi piacciono le sue trasmissioni, Anche Aldo Busi mi incuriosisce.
Oh bella!, ma è tutta gente famosa perché apparsa in TV! Sono tutti lì, al salone per fare pubblicità al loro libro!
E che cazzo! Ma che è? Scusate l’espressione poco elegante, ma mi è scappata. È vero che siamo al salone del libro e tutti i libri sono libri ma scusate, che ci azzecca la Parodi e la Clerici con gli autori? Ditemi se un libro di cucina ha bisogno di presentazione. E poi, scusate tanto, chi scrive ricette si può davvero considerare un autore? Io cucino da anni due pasti al giorno, mi invento ricette di continuo, ma mai avrei pensato di poter esprimere il mio X-factor in un minestrone. Mah, è proprio vero che tutto fa brodo.
Comunque sarebbe stato bello se al salone ci fosse stato… che ne so? Dario Fo?, sapete che colpo!, il premio Nobel per la letteratura. Lui sì che può permettersi di fare qualsiasi cosa, anche una frittata con la cipolla andava benissimo. Ve lo immaginate che lezione di scrittura creativa e non creativa?, (lo dico per chi non apprezza il termine “creativo”. Qualcuno afferma che la scrittura deve essere veritiera ed esprimere un concetto non creare un’atmosfera con musicalità e armonie. Io no, io amo troppo le parole e mi piace leggere le frasi belle, musicali e armoniose). Dario Fo con la sua gestualità sarebbe stato capace di farci credere che l’uovo ha parlato prima di diventare frittata, ma che dico?, ci avrebbe fatto credere che l’uovo si è rotto da solo e si è sbattuto per finire sulla cipolla mentre rosola sul fuoco e. tutto questo, senza avere nemmeno un uovo in mano e nessuna padella sul fuoco che non c’è, ovvio!
Forse non mi sono letta bene il programma e mi scuso se mi è sfuggito qualcosa di importante ma non ho avvertito la presenza di nessun simbolo forte nessun personaggio autorevole che ci parli delle meraviglie della lettura? È o non è maggio il mese dedicato al libro?
Tutto sto parlare di #ioleggoperchè e poi mi trovo una serie di Grandi Ospiti che sono famosi perché fanno audience alla tv di stato. E gli ospiti internazionali? Mi devono essere sfuggiti pure quelli, chiedo scusa ma non ho riconosciuto nessuno.
Certo è che se nemmeno Valerio Massimo Manfredi ci va, non possiamo certo pretendere di trovare un Ken Follet. Va bene così, tutto sommato, almeno non rischiamo di trovare Dan Brown! vista la tendenza…, hai visto mai?

Comunque va bene così. Buon divertimento a chi va e bun riposo a chi non andrà, ma riposatevi leggendo un buon libro, mi raccomando.

Monica Bauletti

#ioleggoperche

by Monica Bauletti

by Monica Bauletti

Oggi è la giornata mondiale del libro.
Ho provato a resistere alla tentazione di non cadere nel giochetto che tende a celebrare in un solo giorno, questo, il rito di consacrazione delle i-dee offrendo l’obolo e bruciando l’incenso sull’altare dell’amore per la lettura. Ahimé!, non ce l’ho fatta.
Comunque sarebbe stato scandaloso da parte di Letterando tacere in una giornata così tendenziosa.
Troppi hashtag, articoli, e mail mi ricordano continuamente che bisogna dire perché-io-leggo. Che poi, a chi interessa perché io leggo? A me non interessa poi molto farlo sapere. Insomma leggo da quando avevo sette anni e ho sempre letto moltissimo, le mie amiche hanno accettato da sempre questa cosa senza farmene mai una colpa, forse qualche volta mi hanno un po’ presa in giro, oppure si sono indispettite perché, distratta dalla lettura, non prestavo attenzione alle chiacchiere, ma sono sempre stata presente e in quanto a consigli ne ho sempre dati di buoni. Non a caso ho moltissimi amici e amiche che mi vogliono bene. Ohibò!, vuoi vedere che è proprio perché leggo tanto che so dare buoni consigli? E così gli amici si moltiplicano? Be’ questo potrebbe essere un motivo per cui io-leggo: sapere sempre che cosa fare anche nelle circostanze più imprevedibili.
Ecco che ci ricasco. No, non ho niente contro le celebrazioni. Dedicare giorni a *…* è un modo per rendere omaggio a qualcosa di buono e giusto, ma quello che non mi piace è che alla fine risulta tutto come un gioco commerciale e un modo per scrollarsi di dosso un dovere:
“Bene, ho dato! Ora posso pensare ad altro”.
“Ma per carità! Pensa da altro anche prima che tanto il mondo va avanti con il sapere e con l’ignoranza senza il contributo di nessuno”.
Oggi ogni blog ha il suo articoletto sul perché è bene leggere.
Gli uccellini cinguettano a tutto spiano sul perché si deve leggere.
Facebook fa la sua parte.
Sono certa che anche su whatsapp gireranno frasette dedicate alla lettura, ma non posso saperlo perché non ce l’ho. Adesso però non inorridite, è solo perché lo smartphone io lo uso quasi esclusivamente per leggere. Già io-leggo-perché posso farlo in ogni momento e così non mi annoio mai. L’altra sera ero al “giropizza” e aspettavo le mie pizze da portare a casa, per accorciare i tempi di attesa ho tirato fuori il cell. e ho ripreso la lettura del mio libro-e-book, quando mi hanno consegnato le pizze quasi quasi mi è dispiaciuto.
Chi legge lo fa per necessità plurime. Non credo ci sia un solo motivo per cui si legge: si legge per imparare cose nuove, per viaggiare con la fantasia, per passare il tempo, per fuggire dalla realtà nei momenti difficili. Si legge per vivere vite nuove, per sentir palar d’amore, per sfogare la sete di sangue, per liberare l’odio e i rancori. Si legge per trovare un pensiero felice. Si legge per cercare il peggio che consola. Si legge per ridere o per piangere.
Tra le tante motivazioni penso però ci sia un denominatore comune che è il bisogno di provare emozioni. Una storia raccontata trasmette sempre un’emozione e come si può vivere senza emozionarsi? Sarebbe davvero triste e arida la nostra vita se si appiattisse nell’apatica indifferenza. Chi legge è un drogato di emozioni e non ne può fare a meno. Una vita sola non basta a saziarne la sete e si cercano nelle vite descritte nei romanzi, nelle storie reali e inventate per farle proprie. Diventa quindi curioso capire perché non si legge, come faranno a soddisfare il bisogno di emozioni tutte quelle persone che non leggono? Così, è legittima la domanda che ha rivolto la mia amica Antonia chiedendosi: “perché non si legge?” è questa la domanda giusta. Perché tu-non-leggi? Meditate gente, meditate.

Blocco o non blocco…♫ ♪

by Monica Bauletti

by Monica Bauletti

“Sarà capitato anche a voi ♫

di avere una musica in testa, ♫ ♪

sentire una specie di orchestra ♫ ♪

suonare suonare suonare suonare, zum zum zum zum zum zum zum zum zum”♫♫♫

Cantava così Mina nel lontano 1967. Caspita!, ero “piccola, piccola, piccola così…”. Va be’, questa è un’altra canzone, non divaghiamo.

Quello che mi frulla per la testa non è una musica e non c’è un’orchestra che suona.

Non so se “sarà capitato anche a voi” di avere un’idea che ribolle dentro e che deve uscire. Deve in qualche modo liberarsi, ma è come se non trovasse la via, è come se ci fosse un ingorgo e la gola soffoca, la mascella si inchioda e una pressione spinge nelle orecchie perché qualcosa preme per uscire.

Viene da pensare che la viabilità interna sia mal organizzata. Potrebbe mancare la segnaletica, non c’è il divieto di accesso e la freccia direzionale.

Già!, le orecchie sono a senso unico, i suoni entrano non escono. Le orecchie sono il nostro ingresso audio. Le idee possono disporre di altre vie per uscire, attraverso la bocca, per esempio. Le mani sanno dare voce a idee immortali. Anche il corpo è espressione del mondo interiore, per non parlare degli occhi!, si dice o no che siano lo specchio dell’anima? Anche gli occhi sanno dire.

Va be’, però con tutte queste vie di uscita voler passare dall’unica impraticabile è tipico di chi deve fare le cose ‘contro’ a tutti i costi. O forse sono le idee che si ribellano?

Con tutte le banalità e ovvietà che si sentono in giro, i discorsi ‘piacioni’ recitati ad arte per incantare ora uno ora l’altro o, peggio, per abbindolare le platee di creduloni speranzosi è possibile che le idee cerchino una via d’uscita senza filtri e senza condizionamenti, allora sperimentano percorsi vergini e incontaminati.

Sì, questa ipotesi è plausibile, se non altro per l’originalità e l’inverosimiglianza.

Allora se un’idea che fa “, zum zum zum zum zum zum zum zum zum”♫♫♫ è così audace, ribelle e irrispettosa della regole, quanto potrà mai essere concepibile?

Al momento sembra più che altro irrealizzabile tant’è che mi trovo inguaiata ed è qui che arriva il blocco dello scrittore perché ho tre personaggi che mi guardano speranzosi e aspettano di esprimersi. Mi seguono insistenti e io non so come aiutarli:

– C’è una donna non più giovane che sta vivendo momento difficile della vita e vuole potersi sfogare.

– C’è un ragazzo/giovane-uomo che fa un lavoro pericoloso e si trova a dover gestire un dolore atroce. Il lavoro che gli piace moltissimo gli ha prima permesso di incontrare la donna della sua vita e poi gliel’ha tolta.

– C’è un ragazzino adolescente traumatizzato da una tragedia famigliare.

Che cosa avranno in comune questi tre personaggi Dio solo lo sa! Sono lì che mi guardano supplichevoli con i loro volti tristi e speranzosi che si ergono su un corpo invisibile come ectoplasma.

Questi “tre personaggi in cerca di autore” mi aleggiano intorno come palloncini un po’ sgonfi che l’atmosfera preme giù e l’elio non ha abbastanza forza per opporre resistenza e farli volar via, insomma sono un po’ sgonfi. Loro?

No, non sono loro a essere sgonfi. Quando ciò accade è l’autore a essere sgonfio.

Tanti sono i consigli per superare il “blocco”, tutti buoni e validi allo stesso modo. Proviamoli e troveremo prima o poi quello che funziona. Di una cosa però sono certa, la creatività non si doma. Si può usare la frusta e tirare le redini quanto si vuole, ma a incanalarla per esercitare il controllo e guidare, il risultato sarà pessimo.

La creatività ha bisogno di libertà, deve poter volare otre e lontano da tutto, il minimo attrito può compromettere il risultato, contaminare l’effetto e il prodotto rischia di diventare tossico.

TESORI, TESORETTI, TESORETTO.

By Monica Bauletti

By Monica Bauletti

Ho perso il mio senso ironico. L’ho smarrito strada facendo. Di certo è inciampato tra una delusione e l’altra. Oppure mi è stato sottratto in un momento di distrazione, di debolezza. Fatto sta che ora non riesco a trovare il ridicolo negli eventi della vita quotidiana. Non mi viene più da ridere. Che peccato!, e dire che ce ne sono tante cose su cui ridere, pensate al “tesoretto”. Se avessi il mio senso ironico mi sbellicherei dalle risate, ma ditemi voi è mai possibile che geni della finanza, ministri e segretari strapagati per tenere in ordine i conti dello stato si siano persi 1,6 miliardi di euro?, che miracolosamente diventano disponibili durante una seduta in camera di consiglio per l‘approvazione di un decreto? Subito si ipotizzano “misure a sostegno dei più poveri”. Così tutti a vantare il diritto di precedenza come se in questa strana Italia ci fossero categorie povere in grado di essere ascoltate.Il povero sussurra, si lamenta piano, ha una dignità da difendere, unica ricchezza rimastagli che resiste oltre le privazioni e la fame.

Beh, stiamo a vedere che fine farà questa pioggia di soldi arrivata per incanto a bagnare l’aridità di una crisi senza fine. No, l’allegoria non va bene. Non consideriamola una pioggia altrimenti chi ne accumulerà di più sarà come sempre chi ha i mezzi per trovare il contenitore più grande. Il poveraccio oltre a mettere le mani a coppa che cosa potrà fare?

Va be’ sarà quel che sarà. Che poi chissà se c’è davvero questo tesoretto, non è che perché uno lo dice durante una conferenza stampa, poi si materializzi per davvero. Se fosse un altro errore di conteggio? Se piuttosto che avere il segno più ci fosse stato un errore di trascrizione e avesse il segno meno? L’algebra è insidiosa se non si sta attenti. Chi si è distratto una volta potrebbe distrarsi ancora. Possiamo fidarci di chi dichiara di essersi trovato in saccoccia 1,6 miliardi così, per caso?: “Ohibò! Ma guarda un po’ che mi trovo in tasca oggi, quasi due miliardi, ma che bella sorpresa!”

“Ma che presa per il culo!” oserei dire. Insomma stiamo tirando la cinghia da anni. Ci hanno appena aumentato tasse, l’aliquota IVA e oneri vari. Vado a prenotare una visita alla clinica convenzionata USL e la segretaria mi dice che se mi avvalgo del ticket pago quasi il doppio rispetto la visita privata. Mi dicono che “forse” potrò andare in pensione a 66 anni ed 1 mese e mi viene sempre più spesso da chiedermi perché verso i contributi che ogni anno aumentano? Come se non bastasse adesso arriva spavaldo e sorridente il “mio” presidente del consiglio a dirmi che ha trovato un “tesoretto” e decideranno come spenderlo.

Ma che cazzo! Scusatemi, la perdita dell’ironia mi stimola la parolaccia. Lo so che non si piange sul latte versato, però c’è gente che forse avrebbe sofferto di meno se i conti fossero stati fatti meglio al momento giusto, se avesse potuto evitare di pagare alcune tasse che poi, diciamocelo, non è che i servizi offerti siano adeguati ai costi imposti.

Andando alla ricerca della mia ironia perduta, sono di nuovo inciampata e che ti trovo? Un articolo di qualche giorno fa sul sito della UIL Romalazio dove il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica in un’intervista rilasciata a Teleroma 56 va elencando le percentuali di aumenti gravanti sul popolo della capitale. E ci consegna un’analisi statistica poco confortevole:

“Sono soprattutto le tasse e i beni di prima necessità ad aumentare durante il mese di marzo 2015. La fornitura d’acqua in testa, con un 32,9% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e un più 9% rispetto al mese precedente. Segue la raccolta delle acque di scarico (+20,8 rispetto a marzo 2014 e +8,8% rispetto a febbraio 2015) e i vegetali che registrano su base annua un più 8,5%. Più 2,6% anche per caffè e te, più 3% per le bevande alcoliche e più 1,4% per pesce e prodotti ittici. Questi alcuni dati sull’inflazione nella Capitale nel mese di marzo 2015 elaborati dalla UIL di Roma e del Lazio”.

Sarà anche un’indagine statistica riferita a Roma, ma credo che nel resto dell’Italia le medie di aumenti non diano un risultato molto diverso, come si dice : “Tutto il mondo è paese” e quando si parla di tasse l’equità è d’obbligo, o forse no? Porca vacca! (Scusatemi la parolaccia ma non ho ancora trovato la mia ironia.) Certo che no! Sarà equa la distribuzione oggettiva, ma non certo quella soggettiva. Sappiamo tutti che si paga in base a ciò che si dichiara, no? E allora come si deve fare per pagare meno? Basta non dichiarare nulla!, e chi sono i maestri in questo settore? Non ne parliamo che è meglio! Intanto sappiamo tutti che sono sempre gli onesti che pagano, chi ha la casetta, chi ha il reddito fisso, e anche chi l’ha perso, e ciò nonostante fa le acrobazie per continuare a pagare la rata del mutuo, la tassa comunale, il canone RAI, magari rinunciando alla visita medica o spostandola di un mese, lasciando la macchina ferma in garage perché l’assicurazione è scaduta e il serbatoio è vuoto e così via.

Certo i miei sono discorsi da persona ignorante che sa a malapena fare 2 + 2, ma che almeno è certa del risultato! A gente come me non è concesso di sbagliare i conti, Equitalia è in agguato punisce all’istante chiunque non sia puntuale e preciso.

Però mi farebbe comodo un tesoretto anche più piccolo, va comunque bene con qualche zero in meno. Quasi quasi mi metto in lista e faccio pure io la mia proposta per come investire i 1,6 miliardi. Sono davvero tanti, non riesco nemmeno a quantificarli. Io a malapena riesco a ragionare fino a 4 zeri, già i 5 son un’eccezione.

Mia suocera, che di economia domestica è maestra e riesce a vivere pagando bollette, spese condominiali, tasse, visite mediche e medicine con la sola pensione di mio suocero direbbe che un tesoretto di tali dimensioni è un insulto alla miseria. Già!, vantare con tanta leggerezza e spavalderia che, dopo avere spremuto i più poveri, si dispone di una cifra così ingente e non è immediata la decisione, ma si dovrà valutare con attenzione come utilizzarla, è davvero un insulto.

Voce del verbo leggere

by Monica Bauletti

by Monica Bauletti

Cari amici di letterando buongiorno!
Riemergo da uno dei miei momenti bui ed eccomi qua. Ho letto, letto, letto. Leggerò, leggerò e leggerò ancora, si sa. Chi legge da tutta la vita non può di certo smettere, almeno finché non si perderà tra le strade senza fine della demenza.

Comunque leggo.

Bene, ora che avete capito che so coniugare il verbo posso continuare il mio pensiero. Parlando dunque di letture posso dire che c’è un sacco di bella roba in giro, davvero molto bella, peccato che non mi basterà la vita che mi resta per leggere tutto quello che mi manca.
Ma perché leggo? In questi giorni mi sono spesso imbattuta in decaloghi, pentagoni, e altri innumerevoli elenchi che motivano perché è bene leggere, perché è importante leggere, che cosa è giusto leggere, quali sono i libri che si devono assolutamente leggere e sapete che cosa ho capito? Che se è vero che leggere rende liberi e ci fa vivere più vite allora posso anche permettermi di scegliere senza sentirmi sbagliata se leggo un romanzo o una poesia o un classico o un giallo o un fantasy un saggio che non è nelle liste o nel gradimento dei più. Alla fine quello che conta è la soddisfazione di aver vissuto leggendo o letto vivendo. Che siano classici, narrativa, fantasy, gialli, belli o brutti, scritti bene o scritti male, a me poco importa. No, aspettate, non mi fraintendete, non è che mi piaccia leggere libri scritti male, ma se ciò accade non ne faccio un dramma, ci stanno anche le ciofeche ogni tanto, anche solo per stimolare il senso critico, per tornare nel mondo terreno. Non so voi, ma io quando leggo un capolavoro vado in estasi e comincio a viaggiare oltre le nuvole tanto da perdere il contatto col mondo reale, quindi certe cadute, anche se brusche, mi riportano nel mondo mortale. Sbucciarsi le ginocchia serve a capire quanto dura è la strada. Prendere coscienza delle proprie fragilità aiuta a sviluppare una maggiore tolleranza per i difetti altrui. Ogni libro che ho letto, ogni pagina e ogni frase ha domato la mia indole prima, lievitato i miei pensieri dopo, nutrendo lo spirito e purificando l’anima.
Io non vi dico che cosa dovete leggere, quanto o quando, ma posso affermare che dopo quarant’anni di letture di ogni genere, a partire dalle favole dei miei sette anni al romanzo favoloso che sto leggendo ora, leggere mi ha dotata di una rete di salvataggio che si è tessuta e irrobustita lettura dopo lettura. Ora, ogni volta che cado la mia rete mi accoglie, mi avvolge e si stringe intorno a me come un abbraccio affettuoso e morbido, mi dà il primo conforto, mi consola e mi guarda con materna benevolenza, sorride rassicurante e poi si apre, la rete si distende e scarica su di me tutta la sua forza per darmi la spinta necessaria a ripartire. Cadrò ancora, la vita mi farà ancora soffrire ma non può certo farmi paura. La consapevolezza di avere la forza e le capacità di perdonare e perdonarmi gli errori che commetterò o i soprusi che subirò mi permette di trovare sempre il coraggio di rischiare e di continuare la mia strada qualsiasi direzione decida di prendere.
Leggere aiuta a ottenenre tutto questo. Ogni lettura è valida.
Qualsiasi cosa venga scritta nelle liste che spiegano i benefici effetti della letteratura, o tutto ciò che viene detto nelle discussioni, nelle tavole rotonde e nelle trasmissioni che parlano di letture è cosa buona e giusta, ma quel che conta è il risultato. Leggere è un’azione che si fa da soli. Le parole scritte ci costringono a relazionarci con il nostro mondo interiore rovistando, scompigliando e mettendo in discussione ogni preconcetto infuso da una società che ama la tendenza, che conia parole come glamour, trend, fashion e che mette tutti in fila davanti a una mela perché è di moda. Le autostrade sono assai comode e l’ordine è indispensabile, le regole si rispettano sempre ma bisogna anche sapere dove si va e perché l’ordine pubblico va rispettato, bisogna saper accettare la giustizia imparando a obbiettare e a lottare per cambiare ciò che non va più. Ecco, leggere aiuta a sviluppare il terzo occhio, quello indipendente che guarda nella direzione opposta e che ruota a trecentosessantagradi.

Fine del sermone.

E buone libere letture a tutti.

Che la consapevolezza sia con voi.

Amen

OTTO MARZO, PARI OPPORTUNITA’, QUOTE ROSA

MIMOSA

By Monica Bauletti

Si avvicina il giorno della festa della donna e nell’aria si respira profumo di mimosa.
Per un giorno intero si ricorderanno i nomi e i fatti che hanno visto protagoniste le donne.
È un bell’omaggio a chi lotta giorno dopo giorno per amore e solo per amore.
Sì, cari signori uomini e care signore donne, anche se un giorno di celebrazione sembra poco rapportato ai restanti trecentosessanta e spiccioli durante i quali le signore corrono, corrono e arriva subito sera ed è già natale, l’otto marzo rimane un giorno gradito.
E ci saranno le solite polemiche, qualcuno disprezzerà la strumentalizzazione del consumismo che invita agli omaggi floreali, altri giustificheranno la mancanza di sensibilità con una “questione di principio”.
In politica verranno sventolate le bandiere delle riforme, delle quote rosa, delle pari opportunità. Manifestazioni di solidarietà o di protesta si sprecheranno per le piazze di un paese dove ci vogliono ancora oggi leggi a regolare l’uguaglianza e i diritti delle donne.

Anche se non mi sento di dire: “va bene così“, so  che a tutte le donne farà comunque piacere ricevere attenzioni per un giorno e sentirsi amate incondizionatamente dello stesso amore che offrono e dispensano sempre.

Le donne Imparano ad amare da piccole e arrivano fino alla vecchiaia senza risparmiarsi mai. Perché è un istinto biologico. Le donne portano il nido nella pancia. Non ci sono ceste di paglia dove sedersi un po’ per poi lasciare il posto a un’altra appena stanche o annoiate o dove deporre le uova dandole in custodia a chi ha più tempo per covare.
Le donne tessono grovigli di cordoni realizzando coperte calde e confortevoli dove la famiglia trova sempre un posto riservato. Non c’è sacrificio che vale un po’ d’amore. Non c’è rinuncia che pesi difronte a un sorriso.
Allora, care signore, godetevi la festa, e per un giorno restate sorde ai pensieri contro, anche se per ventiquatt’ore dimenticherete di lottare non succederà nessuna catastrofe.

L’otto marzo per una donna è il giorno da leone per i rimanenti giorni da leonessa.

Letterando augura a tutte le donne di avere un un buon otto marzo per tutto l’anno.

LA PASTA DELLO SCRITTORE

Pasta dello scrittore by Monica Bauletti

Pasta dello scrittore
by Monica Bauletti

Carissimi amici di Letterando oggi mi sono inventata la pasta dello scrittore.
Come impone la regola iniziamo dagli ingredienti:
Dosi per due persone:
(mai più di due, non riesco a immaginare un gruppo di tre scrittori o più. Già trovare due menti affini è difficile, figuriamoci tre! Ne risulterebbe una pasta all’arsenico. Meglio di no. Inoltre la dose per due può andare bene anche per uno, chi di noi rinuncia al bis? Davanti a un buon piatto di pasta fumante e saporita si cede sempre).
Spaghetti di grano integrale = 2hg (Il grano integrale è un grande stimolatore del cervello perché contiene un’alta percentuale di folati.)
Noci, nocciole, mandorle = una generosa manciata (aiutano a “snebbiare” il cervello e a “lucidare” i pensieri, favoriscono il buon umore perché generano neurotrasmettitori quali: dopamina, adrenalina e noradrenalina. Le funzioni cerebrali migliorano grazie a una maggiore concentrazione di ossigeno nel samgue. Le mandorle aiutano ad aumentare la memoria perché ricche di riboflavina.)
Mirtilli = almeno una tazza. (sembra che i mirtilli aumentino la potenza dei segnali dei neuroni – beh, io questa cosa qui mica l’ho capita -, però proteggono anche il cervello dallo stress ossidativo e lo mantiene giovane riducendo gli effetti dell’invecchiamento. In aggiunta, contengono anche acido ellagico, che previene i danni alla cellula.)
Yogurt naturale = una tazza (contiene un aminoacido chiamato tirosina, che è responsabile della produzione di neurotrasmettitori noradrenalina e dopamina. Insomma, lo yogurt aiuta a migliorare l’attenzione e la memoria.)
Il cioccolato fondente = una spolverata. (Ha potenti proprietà antiossidanti naturali, e contiene diversi stimolanti, che aumentano la produzione di endorfine, pur potenziando attenzione e concentrazione. Gli stimolanti trovati nel cioccolato fondente migliorano anche l’umore. Possiede un alto contenuto di flavonoidi che facilitano l’apporto di sangue al cervello e migliorano le capacità cognitive. – Il cioccolato al latte non serve, lasciate perdere, migliora la memoria visiva e verbale, ma chi scrive vede con la fantasia e non parla, digita!)
Ora che avete tutti gli ingredienti possiamo passare alla preparazione.
Mettete a cuocere gli spaghetti in poca acqua bollente leggermente salata, fate cuocere senza coperchio a fuoco lento mescolando spesso e controllando che non si asciughino troppo.
Ne frattempo frantumate e riducete in graniglia le mandorle, le noci e le nocciole. salsanoci4                 Quando saranno bel polverizzate aggiungete lo yogurt e mescolate fino ad ottenere una crema.
Controllate gli spaghetti, dovrebbero essere cotti e anche piuttosto asciutti, se troppo asciutti aggiungete un po’ di acqua calda. A cottura ultimata spegnete il fuoco. Nel fondo della pentola dovrebbe essere rimasto appena un dito d’acqua di cottura. A questo punto aggiungete lo yogurt con le noci e mescolate bene. Se vi sembra che i residui d’acqua di cottura siano eccessivi accendete il fuoco e fate evaporare.
Servite in un piatto da portata e decorate con i mirtilli provvedendo a grattare una generosa quantità di cioccolato fondente.
Potete accompagnare questo piatto con una birra artigianale bionda o rossa (non ha nessun effetto benefico, ma piace a me)
Buon appetito.
(trattasi di una ricetta di pura invenzione, Letterando declina ogni responsabilità sul risultato finale, ma rivendica i diritti nel caso generasse testi geniali)

Dalla coltura alla cultura. L’autore di oggi è ENRICO GROSSI

grossiCari amici di Letterando oggi vi presentiamo Enrico Grossi di Luzzara in provincia di Reggio Emilia che ora vive a Suzzara in provincia di Mantova.
Il nostro amico Enrico è un operatore agrario e, scusate la battuta ma non posso resistere, nel suo caso devo proprio dire: dalla coltura alla cultura! Ok, battuta scontata, ma pur sempre veritiera.
Enrico si occupa di giardinaggio, che è la sua qualifica, ma anche di molto altro infatti l’ospite di oggi è un personaggio dai mille talenti, nella sua biografia Enrico elenca tutto ciò:

Enrico: Scrittura come Hobby. Scrivo racconti dall’età di 15 anni. Mi sono cimentato anche nell’horror e Giallo. Svolgo l’attività di giornalista Free Lance con alcuni siti di cronaca locale, scrivo articoli di cronaca della zona di Suzzara MN, sport avvenimenti culturali e altro. Sono in possesso inoltre vari attestati di corsi di uso di computer e sono un autodidatta dell’assemblaggio di scripts in html e costruzione di siti web.

Tra tutte queste attività Enrico predilige la scrittura ed è a quella che aspira, ma si sa bisogna pur vivere e siccome al giorno d’oggi chi “scrive non mangia” il lavoro che sostiene è sempre un altro, vero Enrico?

Endico: Guadagni sulle attività sopracitate nulla infatti, lavoro come giardiniere con tosa erba taglia legna e altro, tra sterpaglie e segatura volante mi vengono della idee che poi metto nei file, un po’ come un ragazzo americano degli anni 70-80 che abitava a Caslte rock, posto non certo entusiasmante penso, come la bassa padana dove abito. Come diceva Guareschi, in riva al Po è un mondo a parte in estate ci sono 30 gradi e umidità al 120% frotte di Zanzare che sembrano aviogetti e oggi anche nutrie a volontà che rosicchiano gli argini, in inverno una nebbia tanto fitta che ci appoggi la bicicletta contro e resta in piedi.
Qua nessuno viene in vacanza anzi se si può si fugge. Per scrivere però di soggetti ce ne sono parecchi.

Bene, ed è di quello che ha bisogno uno scrittore, no? Che se ne fa di un’isola tropicale, mare limpido, sole splendente, e turisti che non fanno niente dalla mattina alla sera se non pensare a divertirsi? Scherzi a parte, chi scrive sta bene ovunque perché non è mai fermo da nessuna parte, la sua mente è sempre in viaggio. Quindi Enrico tu scrivi per evadere dalla realtà oppure perché la realtà in cui vivi ti offre sempre stimoli nuovi?

racconti grossiEnrico: Perché scrivo? Dirlo e piuttosto complicato. Non so se scrivo per altri che mi leggono o per me, eterno dubbio di chi scrive. In ogni modo non riesco a stare lontano dal testo scritto da quando avevo dodici anni.
Scrivevo piccoli racconti di fantascienza e gialli sui quaderni. Inizialmente erano ispirati ai telefilm come UFO o dai Gialli, uno su tutti: “Lungo il Fiume Sull’ Acqua”, “l’America di Nero Wolfe di Buazzelli” Poi dalle infinite letture in biblioteca pubblica, la mia seconda casa. Sono passato dalla scrittura a mano alle Olivetti e poi al Computer.
Un altro incentivo è stato lo sport. Da quando mi occupo di hockey pista, da dirigente, scrivo gli articoli sulle partite per i giornali on line. Scrivo articoli anche sulle partite di calcio per la cronaca locale, questo ha tenuto accesa in me la fiamma pilota della scrittura. Le idee mi circondano, non le cerco, arrivano da sole. Un paesaggio, una persona che compie un gesto, un fatto di cronaca, un mix che riempie il foglio bianco di word. Oggi sono nella parte discendente della vita però scrivere mi allontana l’ossessione del tempo che corre. Ogni giorno, mi alzo bevo un latte caldo accendo il personal computer e scrivo, lo faccio e basta. Oltre che per il magazine web, scrivo dei racconti. Ho scritto un romanzo, spero che qualcuno lo legga.

Te lo auguriamo anche noi caro Enrico, la scrittura è un vizio sano che non si deve perdere ma si deve coltivare e come tutti i vizi per prima cosa deve produrre soddisfazione sennò che vizio è?, se poi rende ricchi e famosi tanto meglio!

Con questa storia di vita da scrittore, cari amici di Letterando, noi vi diamo appuntamento al prossimo mercoledì, Alto scrittore, altra avventura. Buona settimana a tutti

Grazie Enrico per averci parlato di te e davvero tanti auguri per tutto.

GIUSEPPE DI BATTISTA, autore di: L’ALBA DI UN GIORNO NUOVO.

Giuseppe Di Battista

Giuseppe Di Battista

Carissimi amici di Letterando oggi ho il piacere di presentarvi Giuseppe Di Battista, un autore davvero simpatico. Leggendo le sue note non ho potuto che sorridere e mi sono sorpresa ad annuire spesso trovandomi d’accordo con le sue considerazioni. Il percorso che intraprende un autore emergente è formato da numerose tappe alle quali si arriva rimbalzando da una delusione all’altra sperando di infilare prima o poi la buca giusta pur senza crederci troppo. A fare gli autori, di questi tempi, si finisce col diventare filosofi, mi viene da dire. Bene, allora ecco cosa ci racconta di se Giuseppe (nome d’arte Joe Diba) in questa “autointervista” che simpaticamente ci regala

L'alba di un giorno nuovo

L’alba di un giorno nuovo

L’INTERVISTA ALL’AUTORE DELL’ALBA DI UN GIORNO NUOVO.

“MI E’ VENUTA L’IDEA DI UN’ INTERVISTA IMMAGINARIA TRA LE DUE ANIME DI ME STESSO.

GIUSEPPE DI BATTISTA INTERVISTA JOE DIBA SCRITTORE ALTER EGO AUTORE DEL ROMANZO.

COSI’, MI SONO DIVERTITO A FARE QUESTO GIOCO DELLE PARTI. “

GDB: Parlami della tua ultima opera L’alba di un giorno nuovo.

JOE DIBA: E’ un romanzo che ha avuto una lenta incubazione, Per spiegare il percorso che ha visto l’idea, la creazione e la finalizzazione di questo romanzo devo raccontare alcune cose di me.

GDB: Sono qui per questo, ti ascolto.

JOE DIBA: La mia attività di scrittore è cominciata nel 1993, dopo che due episodi mi hanno segnato la vita, uno negativo e l’altro positivo: la morte di mio padre in seguito ad una malattia, e la lettura de ” LA PROFEZIA DI CELESTINO” di James Redfield. Ho scritto un noir dal titolo IL SAPORE DELLA NOTTE. Ho partecipato a diversi concorsi e li ho fatti valutare da innumerevoli case editrici, ma non è andata bene. Sappiamo tutti come è difficile riuscire a farsi pubblicare. Per anni ho mollato un po’ la presa, poi ho deciso di proseguire a scrivere per il piacere di farlo e di autopubblicarmi, così recentemente ho partecipato al TORNEO LETTERARIO DI “IO SCRITTORE”, in cui mi sono divertito e ho ritrovato la voglia di scrivere, ed è in quel momento che è nata l’idea che ha ispirato L’ALBA DI UN GIORNO NUOVO…

GDB: E quale sarebbe questa idea?

JOE DIBA: Volevo unire il piacere di scrivere al mio percorso interiore, e di approfondire la conoscenza di alcuni temi esistenziali e dei misteri universali condividendoli con gli altri. Il romanzo così ha cominciato a prendere consistenza.

GDB: Beh, un po’ tutti gli autori scrivono per questo e amano farsi leggere.

JOE DIBA: Si è vero.

GDB: E allora dov’è la novità?

JOE DIBA: Il mio scopo è un po’ più profondo. Credo di avere raggiunto LA CONSAPEVOLEZZA e ciò mi ha aiutato a capire molte cose della vita e in parte anche il suo senso e voglio condividerlo con gli altri, non facendoli passare come verità assoluta ma confrontandomi con le esperienze degli altri. Anche perché ognuno di noi ha il suo OLEOGRAMMA DI VITA tutte le esperienze sono uniche e soggettive.

GDB: Credo di aver capito ma non voglio rovinare la sorpresa a chi leggerà il romanzo.

JOE DIBA: Ti ringrazio per questo. Poiché il romanzo è una specie di trhiller e molte rivelazioni vengono svelate capitolo dopo capitolo. Non voglio essere irriverente con il paragone, né essere presuntuoso ma L’ALBA DI UN GIORNO NUOVO è una via di mezzo tra la PROFEZIA DI CELESTINO ed il CODICE DA VINCI.

GDB: Wow, se le aspettative vengono rispettate è un romanzo da divorare.

JOE DIBA: Chi è interessato a leggerlo, lo potrà trovare in versione cartacea sul sito “IL MIO LIBRO” e presto può ordinarlo in qualsiasi libreria Feltrinelli, ed in versione e-book sul sito “LULU”. Per chi vuole approfondire i temi inerenti al romanzo, visiti il mio blog su libero ” IL VIANDANTE: VIAGGI NELLA FANTASIA.

GDB: Grazie per le informazioni e buona fortuna.

Grazie davvero Giuseppe/Joe. Ora che hai seminato una sana curiosità in noi che leggiamo di te, di te vogliamo sapere di più:

BIOGRAFIA. Giuseppe Di Battista (Joe Diba-pseudonimo) nasce il 24 gennaio del 1965 a Gonesse (S. et O.) in Francia da genitori italiani emigrati per lavoro. Trasferitosi a Torino, dove vive tuttora, frequenta le scuole dell’obbligo e poi frequenta l’istituto per geometra. Dopo il servizio militare entra alla Fiat e ci resta per quasi sei anni con diverse mansioni, da operaio generico a conduttore d’impianti di linea e infine collaudatore di vetture su strada, pista e rulli. Dopo la morte di suo padre a causa di un male incurabile Giuseppe entra in crisi e lascia la Fiat per andare a lavorare in un magazzino di ricambi. La tragedia della morte del padre lo porta a percorrere un percorso spirituale, comincia così la ricerca alle domande esistenziali. Si avvicina alla New Age, rimanendo fulminato dalle letture de “La profezia di Celestino” e “L’alchimista”. Sempre in questo periodo comincia la sua attività di scrittore e nasce così il suo primo romanzo “il sapore della notte” un noir che ha molti spunti autobiografici, seguito da “specchietto per le allodole” un thriller alla Die Hard, e Arma Letale. Un’operazione ambiziosa anche perché lo costringe a fare diverse ricerche e studi, poiché Giuseppe non è mai stato a New York, dove è ambientato il romanzo (Salgari insegna che si può scrivere con successo e attendibilità anche di luoghi mai visitati). Partecipa con questi due romanzi al premio letterario L’AUTORE con entrambe le opere, non vince ma gli viene proposta una pubblicazione con partecipazione. Giuseppe non accetta per motivi finanziari ma anche di principio, poiché se qualcuno offre un servizio, in questo caso, una storia da fare leggere, deve essere pagato e non pagare. Ecco che così negli ultimi tempi Giuseppe Di Battista decide di auto pubblicarsi, e nasce la nuova opera letteraria “l’alba di un giorno nuovo”. Ormai quarantanovenne sposato, con un bambino di sei anni e con un lavoro abbastanza sicuro come magazziniere da più di quindici anni, Giuseppe se non viene pubblicato se ne fa una ragione e scrive solamente per il piacere di farsi leggere. Attività recenti:

partecipa alle preselezioni per il talent sulla scrittura Masterpiece in onda su Rai tre, ma senza fortuna.

Ha partecipato a “Io Racconto”, a Pesaro e ad altri concorsi letterari per romanzi e racconti, alcuni ancora in corso, tra i quali questo di Casa Sanremo writer. http://blog.booksprintedizioni.it/news/item/678-thriller-a-casa-sanremo-writers L’alba di un giorno nuovo è stato auto pubblicato su Il mio libro e con codice ISBN su La Feltrinelli. Ha scritto due raccolte di racconti: Veli nella realtà e Joe Diba, il Narratore. Specchietto per le allodole fu scritto e terminato più di 20 anni fa, inviato a varie case editrici, ha avuto una buona valutazione da parte di una casa editrice prestigiosa, che però ha consigliato alcuni miglioramenti, e una variazione nel finale. Ripreso negli ultimi tempi da Giuseppe che ha fatto tesoro dei consigli ricevuti, questo thriller ha avuto una seconda vita. L’autore ha variato anche il titolo in Blackout-tutto ebbe inizio quella notte…, che gli ha portato fortuna, poiché fa parte dei 19 finalisti di Casa Sanremo Writer 2014.

Un percorso di tutto rispetto, mi inchino alla perseveranza, alla tenacia e alla capacità che dimostri nel saper distillare gli insegnamenti positivi da ogni esperienza quindi, ora ci regali una perla della tua saggezza?

Ragazzi i giudizi sono soggettivi e lasciano il tempo che trovano. Non bisogna abbattersi per un brutto giudizio, né esaltarsi per uno positivo. Si cerca di isolare il proprio ego e fare tesoro dei consigli del giudicante. Non importa che sia un addetto ai lavori o un lettore qualsiasi, in fondo chi pubblica un romanzo non fa la radiografia ai lettori, ma contano i numeri di vendita, la posizione in classifica e il denaro guadagnato. I concorsi servono per farsi conoscere e in caso di piazzamento per fare curriculum, quindi si prende tutto in modo disincantato. Ho fatto parecchia esperienza in vari concorsi più o meno prestigiosi e la polemica non è mai mancata. A Io scrittore giudicavano gli scrittori in gara basandosi solamente sull’incipit, e vi garantisco erano spietati. A Masterpiece avevamo fondato un gruppo e i commenti erano come qui, acidi, pieni di livore e invidia, ci chiamavano i Rosiconi. Chi vince va sempre sulla graticola. Per concludere a CasaSanremo Writers io sono arrivato tra i 19 finalisti su più di 400 autori, ho fatto un’intervista al Palafiori e mi sentivo quasi un divo. Il mio romanzo era inedito…e tale è restato. Dalle mie parti si dice, finita la festa, finito il brio. Buona serata a tutti.

Buona serata e buona vita a te Giuseppe e un sincero augurio di un futuro carico di soddisfazioni.

Il recensore da censura, ossia la stellina che stronca.

di Monica Bauletti
di Monica Bauletti

Carissimi amici di letterando, scrittori e lettori è a voi che mi rivolgo con questo articoletto da “una stellina”. Oggi la curiosità mi ha spinta a navigare tra i vari book stor di vendite on line che propongono, per l’appunto, romanzi e ho seguito la via delle stelline. Mi sentivo un po’ “commodora” e volevo tracciare la rotta seguendo le “stelline”, ossia facendomi guidare dal gradimento dei recensori che lasciano il commento e illuminano le stelle sul romanzo dopo averlo letto. Ahimè mi sono subito persa, Se è vero che le stelle non mentono e il bagliore della stella polare è visibile oltre ogni possibile abbaglio non è altrettanto vero che la media delle stelline assegnate dai recensori sia veritiera e inconfutabile. Uno strano disagio mi è preso vedendo comparire giudizi tremendi assieme a commenti favolosi ed è diventato difficile capire a chi credere. Se poi si passa da 1 stella a 5 stelle senza passare dal 2, 3, peggio del peggio! Come si fa? Quando ho iniziato a leggere i commenti cattivi accompagnati dalle pallide stelle solitarie il mio disagio è aumentato. Sì, perché i commenti a volte sono poco precisi, alcuni si potrebbero adattare a qualsiasi testo, storia e genere letterario. Ma insomma, perché questo disagio? In fondo è normale che ci siano opinioni diverse e divergenti, mica tutti i libri possono piacere a tutti. No aspettate, il mio pensiero in quel momento andava oltre, quelle recensioni sembravano dissonanti col vero gradimento, non sembravano scritte per il bisogno di esprimere un giudizio e per consigliare o meno la lettura del libro a chi ama leggere qualcosa di buono. Dovevo capire come mai un divario così grande tra buoni e cattivi giudizi, possibile che non ci fosse nessuna mezza misura, sì, perchè quello che mi balzava agli occhi era la serie di 5 e 4 stelline seguite dalla solitaria stellina che illuminanva il commento: “Ne sconsiglio l’acquisto” Ho subito sentito il bisogno di scoprire chi fosse l’autore della recensione stonata e mi è capitato di notare che si tratta di un recensore occasionale, il cui nome è sempre uno pseudonimo e che recensisce un solo libro per poi sparire. Ma va? Quel genio letterario, critico d’eccezione si è preso il disturbo di registrarsi sul sito di vendita book per postare la recensione a un unico romanzo?, ma quale onore, oserei dire. Sì, è un vero onore. Non per essere maliziosa o maligna ma mi puzza di marcio questa cosa. Non so voi, ma a me non quadra molto. Va beh, lascio a voi decidere se credere o no a quanto si legge sulle recensioni, Amazon è ammiraglia in queste acque dove si naviga seguendo le stelle a suon di stroncature, ma vi invito a verificare lo spessore culturale del recensore severo prima di prendere per buono il suo consiglio, controllate nel suo profilo quanti a quali libri ha recensito e così potrete farvi un’idea sul perché di tanto sdegno. Fate questa verifica soprattutto quando la stellina solitaria è sola e lontana dal firmamento luminoso delle stelline di gruppo. Se poi vi fidate di più dell’istinto che dell’opinione altrui tanto meglio, non leggetele proprio le recensioni, io per evitare condizionamenti le leggo dopo, le leggo per curiosità e per confrontami con le opinioni altrui. Però, che amarezza dover constatare che anche nel mondo letterario dove i pensieri dovrebbero volare liberi e lontani da gole arse da brame illegittime serpeggiano meschinità che nulla hanno da spartire col sapere. Ok, prendiamone atto e se proprio vogliamo andare sul sicuro affidiamoci ai buoni consigli di amici che quando ci parlano di un libro lo fanno senza secondi fini e sicuri di farci piacere. Buone letture, sane e “luminose”

27 gennaio Giorno della Memoria

PRIMO LEVI – Se questo è un uomo, lettura della poesia a cura di letterando.

http://youtu.be/jgwTQh5kvHg

PRIMO LEVI – SE QUESTO E’ UN UOMO – PER NON DIMENTICARE

Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti

tag – non dimenticare:
UOMO, DONNA, BAMBINO, BAMBINA,
PADRE, MADRE, FIGLIO, FIGLIA, NONNO, NONNA, ZIO, ZIA,
FAME, FREDDO, DOLORE, FERITA, SANGUE,
MALE, MALE, MALE, MALE, MALE, MALE, MALE, MALE,
CAMERA A GAS, FORNO CREMATORIO, OLOCAUSTO, GENOCIDIO,
PAURA, PAURA, PAURA, PAURA, PAURA, PAURA, PAURA, PAURA,
SOLITUDINE, AFFETTI, RICORDI, SOFFERENZA, ABBANDONO, PERDITA
RICORDA, RICORDA, RICORDA, RICORDA, RICORDA, RICORDA RICORDA

NUMERI.
Nome – Stato – Tipo Operatività – Prigionieri – Vittime
Arbeitsdorf
Germania Campo di lavoro 8 aprile 1942 11 ottobre 1942 – min. 600
Auschwitz[2]
Polonia Campo di concentramento, sterminio e lavoro 20 maggio 1940
27 gennaio 1945 – 400.000[3] -1.100.000[3]

Bardufoss
Norvegia Campo di concentramento marzo 1944 – 800 – 250
Bełżec
Polonia Campo di sterminio marzo 1942 giugno 1943 – 434.508 – 600.000

Berg
Norvegia Campo di transito ottobre 1942 – 842
Bergen-Belsen
Germania Campo di raggruppamento aprile 1943 15 aprile 1945 –  63.000

Bolzano
Italia Campo di transito luglio 1944 aprile 1945 – 11.116 – 60

Bredtvet
Norvegia Campo di concentramento
Breendonk
Belgio Campo di prigionia e di lavoro 20 settembre 1940 settembre 1944
min. 3.532 min. 391
Breitenau
Germania Campo di lavoro giugno 1933 marzo 1934 e 1940 1945 – 470-8.500
Buchenwald
Germania Campo di lavoro luglio 1937 aprile 1945 – 238.980 – 250.000 -34.375 – 60.000

Chełmno
Polonia Campo di sterminio dicembre 1941 aprile 1943 poi aprile 1944 gennaio 1945
184.300 – 350.000

Dachau
Germania Campo di lavoro marzo 1933 aprile 1945 – 206.206 – 31.951

Falstad
Norvegia Campo di prigionia dicembre 1941 maggio 1945 min. 200

Flossenbürg
Germania Campo di lavoro maggio 1938 aprile 1945 – 96.000 – 30.000  – 74.000

Fossoli
Italia Campo di transito gennaio 1944 agosto 1944 -5.000 -67

Fullen
Germania Campo di prigionia 23 settembre 1943 29 giugno 1945 – 872

Grini
Norvegia Campo di prigionia dicembre 1941 maggio 1945 – 20.000
Gross-Rosen
Polonia Campo di lavoro agosto 1940 febbraio 1945 – 125.000 40.000
Herzogenbusch
Paesi Bassi Campo di prigionia e di transito 1943 – estate 1944

Hinzert
Germania Campo di raggruppamento luglio 1940 marzo 1945 – 14.000 min. 302
Jasenovac
Croazia Campo di sterminio agosto 1941 aprile 1945 – 700.000
Kaufering/Landsberg

Germania Campo di lavoro giugno 1943 aprile 1945 – 30.000 min.14.500
Kaunas (Kauen)
Lituania Ghetto e campo di internamento
Klooga
Estonia sottocampo del campo di concentramento di Vaivara estate 1943 28 settembre 1944 ca. 2.400
Langenstein-Zwieberge
Germania sottocampo del campo di concentramento di Buchenwald aprile 1944 aprile 1945 5.000 2.000
Le Vernet
Francia Campo di internamento 1939 – 1944

Leopoli (L’viv)
Ucraina Campo di lavoro e di sterminio settembre 1941 novembre 1943

Majdanek (KZ Lublin)
Polonia Campo di sterminio luglio 1941 luglio 1944 – min. 200.000
Malchow
Germania inverno 1943 8 maggio 1945

Maly Trostenets
Bielorussia Campo di sterminio luglio 1941 giugno 1944 – 200.000-500.000
Mauthausen-Gusen
Austria Campo di lavoro e di sterminio agosto 1938 maggio 1945 195.000 min. 95.000
Mittelbau-Dora
Germania Campo di lavoro settembre 1943 aprile – 1945 60.000 min. 20.000
Natzweiler-Struthof
Francia Campo di lavoro maggio 1941 settembre 1944 -40.000 25.000
Neuengamme
Germania Campo di lavoro 13 dicembre 1938 4 maggio 1945 -106.000 55.000
Niederhagen
Germania Campo di prigionia e di lavoro settembre 1941 inizio 1943 – 3.900 1.285
Oranienburg (vedi Sachsenhausen)
Germania Campo di raggruppamento marzo 1933 luglio 1934 – 3.000 min. 16
Osthofen
Germania Campo di raggruppamento marzo 1933 luglio 1934

Plaszów
Polonia Campo di lavoro dicembre 1942 gennaio 1945 min. 150.000 min. 9.000
Ravensbrück
Germania Campo di lavoro maggio 1939 aprile 1945 -150.000 min. 90.000
Riga-Kaiserwald

(Mežaparks) Lettonia Campo di lavoro 1942 – 6 agosto 1944 – 20.000
Risiera di San Sabba (Trieste)
Italia Campo di detenzione settembre 1943 29 aprile 1945 – 25.000 5.000
Sachsenhausen
Germania Campo di lavoro luglio 1936 aprile 1945 min. 200.000 100.000
Sobibór
Polonia Campo di sterminio maggio 1942 ottobre 1943 – 250.000
Stutthof
Polonia Campo di lavoro (1939-1942); campo di concentramento (1942-1945) settembre 1939
maggio 1945 – 110.000 65.000
Lager Sylt (Alderney)
Isole del Canale Campo di lavoro marzo 1943 giugno 1944 -1.000- 460
Theresienstadt
Repubblica Ceca Ghetto e campo di transito novembre 1941 maggio 1945 – 140.000 35.000
Treblinka
Polonia Campo di sterminio luglio 1942 novembre 1943 –  min. 800.000
Vaivara
Estonia 15 settembre 1943 29 febbraio 1944
Varsavia
Polonia Campo di lavoro e di sterminio 1942 – 1944 – 40.000 – 200.000
Westerbork
Paesi Bassi Campo di raggruppamento ottobre 1939 aprile 1945 – 102.000

(nota: le cifre riportate si riferiscono a stime; lo stato indicato è quello attuale; per dettagli vedi riferimenti bibliografici)

#UnLibroèdiPiù

di Monica Bauletti

“Non arrabbiatevi per un nonnulla”, esortava Ernesto Calindri dal tubo catodico degli anni 60, proponendoci una sua personale ricetta per combattere il “logorio della vita moderna”.
Un’immagine più moderna che mai la sua! Lui, seduto in mezzo ad un traffico frenetico che placido si gode un momento di relax.
Mi riporta a qualche anno fa, per la verità un bel po’ di anni fa, purtroppo.

Io, giovane ragazza in carriera: sveglia alle 7:45, capello corto, doccia e – grazie madre natura – niente trucco. Un vestitino a caso – ogni straccio fa un figurone quando si è giovani -, colazione al volo. Sulla mia peugeot 205 roland garros via al lavoro. 8:15! Ero sempre la prima in ufficio.

Poi di colpo la vita si ribalta. Trovo l’amore e in capo a due anni: sveglia alle 6:00, doccia, caffe, magari un po’ di trucco servirebbe ora, ma va che tempo non c’è! In tre sul lavandino con l’ochetta gialla come portasapone e lo spazzolino da denti che è un eroe perché distrugge il mostro dal mone: carie. Il dentifricio è quello di paperino che sa di caucciù.

In macchina -adesso è una station wagon- in mezzo a un traffico deciso a divorarmi viva assieme ai miei figli. Sto lì in questa scatola metallica con ruote e tutto il mio mondo dentro. E allora che si fa?
Mamma canta!” urla il più grande dei due e mamma canta, tutto il tempo canta e i mie figli, dallo specchietto retrovisore, fanno il coro. A un tratto mi accorgo che la canzone di Angelo Branduardi: “Alla fiera dell’est” è troppo corta.
Già! La vita moderna logora. Lo stress, la fretta, l’ansia travolge tutto. La vita scappa. Perdi il presente lanciata a fionda sul dopo e il prima è passato troppo in fretta per poterlo ricordare.
Ci vuole una ricetta signor Calindri, una nuova ricetta che insegni a tenere stretto il presente per non dimenticare.

Allora che fai?  Scrivi, fotografi, riprendi. Ma non basta, il tempo non frena signor Calindri.

Bisogna cambiare abitudini. Fermarsi a guardare negli occhi la gente. Parlare pensando alle parole dette. Imparare a leggere tra le righe, negli sgurdi,nelle incertezze e tra le frasi lasciate a metà.
Dobbiamo imparare a leggere. Tutto diventa traccia da decifrare, da interpretare. Il problema è che non sappiamo più leggere. Passiamo in superficie. Va di moda la lettura veloce. Non sappiamo scoprire il significato profondo che si nasconde dietro una frase. L’assonanza melodica delle parole ben accostate. Trangugiamo qualsiasi scritto senza apprezzarne i pregi e passando sopra a tante assurdità prendendo ogni bufala per grande verità.
Un buon esercizio signor Calindri sarebbe soffiare. Sì, soffiare sopra la schiuma fatta di bollicine vuote e andare a prendere il buono che c’è sotto.

Senza alcun dubbio la schiumetta è bella da vedere, ma se parliamo di gusto, allora a riempirci la bocca di schiuma non ne resta molto. Va beh.
Adesso non canto più “Alla fiera dell’est” da parecchi anni e se mi guardo indietro vedo una scia di immagini a tratti veloci che poi rallentano. Ma sono nitidi i carateri delle didascalie, le cose scritte non si dimenticano e se si dimenticano basta rileggerle,così ho un cassetto pieno di carte: i disegnini prima, ipensierini poi. I temi e le lettere. I bigliettini carichi di promesse con i buoni propositi a Natale. I diari e i quaderni.

Le parole scritte non sbiadiscono e non perdono intensità. Basta uno momento per ricordare l’emozione provata alla prima lettura.

Una frase stampata è di più

Un libro è di più.

Legge di (in)Stabilità 2015 – “Italie mon amour”

italia

di Monica Bauletti

Oh, oh, ooops! Per dindirindina! Mi è semblato di vedele un gatto!

Ho esaurito le esclamazioni e ora mi prende il panico.
Sto leggendo le novità introdotte dalla legge di stabilità e nello specifico mi concentro sull’ IVA: tutte le misure della Legge di Stabilità 2015, un po’ mi perdo nel leggere:
Regime dei minimi (aliquote che aumentano e termini che crollano),
IVA al 4 sugli ebook (mezza fregatura per i self),
Reverse charge e split payment (grande fregatura per le imprese e caos generalizzato per mancanza dell’emissione del decreto attuativo),
Semplificazioni dichiarative (anticipo della presentazione della dichiarazione IVA a partire dal 2016 con l’obbligo di presentazione a febbraio anziché a settembre, ben 7 mesi prima)

Dopo tutto questo, con il fumo che comincia a uscirmi dalle orecchie per la confusione che mi riempie la testa e il fumo dal naso per la rabbia, mi imbatto nella Clausola di salvaguardia (la famosa ciliegina sulla torta?!)
Ecco cosa dice la Legge di Stabilità 2015 sulla “clausola di salvaguardia”… “in base alla quale nel caso in cui non si riesca ad assicurare il rispetto dei saldi di bilancio attraverso altre misure (risparmi di spesa o maggiori entrate), a partire dal 2016 scattano aumenti IVA: due punti in più dal 1 gennaio 2016, quindi con aliquote al 12% e al 24%, un altro punto nel 2017, con le aliquote quindi al 13 e al 25%, e un mezzo punto nel 2018 sulla sola aliquota massima, che arriverebbe così al 25,5%. Come detto, è una clausola di salvaguardia, che prevedibilmente si cercherà di evitare, non di una misura destinata ad entrare sicuramente in vigore.”
Un disagio mi prende lo stomaco, mi tremano le gambe e mi gira anche la testa.
Calo di zuccheri? No non ne soffro, piuttosto mi ricorda quel genere di “malstare” che prende dopo un prelievo di sangue.
Oh perbacco! Chissà mai perché mi viene in mente di paragonare un “dissanguamento” con l’aumento delle aliquote IVA.

Il governo si porta avanti e con il decreto di stabilità ci informa che l’aumento di due punti l’anno delle aliquote iva è ipotizzato a partire dal 2016 e servirà a realizzare un maggior gettito nelle casse dell’erario, maggior gettito destinato a coprire gli ammanchi di bilancio a sostegno della spesa pubblica.
Aspetta che forse ora ci arrivo, una lucina mi illumina la mente e credo di capire la causa del mio giramento di testa(?!): spesa pubblica… spesa pubblica… eurèka! Sì ho capito:

se il governo non riuscirà a ridurre le spese per il suo mantenimento e non aumenteranno le entrate in seguito a una maggiore produttività di reddito grazie alla tanto sperata ripresa economica, si è già pensato di compensare ciò che non sarà introitato attraverso le imposte dirette (trattenuta IRPEF IRPEG IRAP ecc. ecc) con l’aumento dell’imposta indiretta (IVA).

Come dire: “se non ti trombo ti inculo!”

Evviva ho capito l’origine del mio malore, ora sto meglio!

Vedi, vedi che tutto si risolve.

Il cecchino inconcludente

Il cecchino inconcludente

Il cecchino inconcludente

di Monica Bauletti

Dopo una lunga pausa, ritorna la rubrica Che fastidio! Ma che fastidio! Che fastidio che mi fa!  …/∞, mi scuso del silenzio che è stato prontamente colmato da altre rubriche, interviste, e non interviste, e riprendo da dove ho lasciato.

Dopo il  “Cacciatore di mi piace“, come anticipato, l’argomento che segue è il “Cecchino inconcludente”.
Non so se è capitato anche a voi di scrivere un commento al post di qualche amico e di vedervi taggare subito da sconosciuti amici dell’amico, obbiettando a volte con ferocia, senza motivare l’obbiezione.

La frase che ho trovato spesso è la seguente: “Non credo…”.  proprio così con i puntini di sospensione, ma sospensione di che? Ok, va bene. È legittimo dissentire, ci mancherebbe!, ma allora dimmi che cosa credi per favore. Se obbietti, almeno chiarisci perché. Insomma mi lasci lì in sospeso con un dissenso e metti i tuoi bei puntini: … NO. Non si fa! Questo atteggiamento è tipico del cecchino inconcludente.

I suoi interventi sono spesso brevi e assolutamente contrari.

Non motiva la sua contrarietà, non porta argomenti atti a confutare il dissenso. No, sarebbe troppo facile. Al cecchino piace avvolgersi nella fumosa nube del mistero dalla quale emergere illuminandosi alla debole luce della fiaccola di un sapere che spesso non ha.

Il cecchino vuole essere ammirato per il coraggio di avervi contraddetto ma, a parte il riflettore che si punta addosso, non vi darà alcun lume sul perché obbietta le vostre affermazioni.

Se poi insistete e chiedete spiegazioni guai!, insomma è una buona regola e indice di intelligenza voler conoscere gli errori così da non commetterne altri, no! Rassegnatevi, il cecchino inconcludente non vi soddisferà.

Lui è un contrario, lui disfa non fa.

Potrà pure rispondere, ma più di un mucchiodi parole che non portano a nessun chiarimento e a nessuna spiegazione esauriente, non riuscirete ad ottenere altro. Se poi continuare a chiedere finirà con diventare arrogante, cattivo e in certi casi offensivo perché il cecchino inconcludente è fondamentalmente un ignorante che per sentirsi colto cerca di sminuire gli altri, è un povero di spirito che per elevarsi deve demolire il prossimo.
Quindi, amici cari, quando obbiettate alle affermazioni che leggete dite perché o tacete per sempre. Se ve ne scordate e vi si chiedono spiegazioni, datele nel modo più chiaro possibile.

Nessuno pretenda di far cambiare idea a nessuno ma tutti hanno il diritto di sapere, se sbagliano, il perché.
Fine della seconda parte del nostro social infinito.

Se non vado nuovamente in letargo presto parleremo delle “frasi celebri”, poi delle “parole ricorrenti” e poi si vedrà, aspetto suggerimenti.