Legge di (in)Stabilità 2015 – “Italie mon amour”

italia

di Monica Bauletti

Oh, oh, ooops! Per dindirindina! Mi è semblato di vedele un gatto!

Ho esaurito le esclamazioni e ora mi prende il panico.
Sto leggendo le novità introdotte dalla legge di stabilità e nello specifico mi concentro sull’ IVA: tutte le misure della Legge di Stabilità 2015, un po’ mi perdo nel leggere:
Regime dei minimi (aliquote che aumentano e termini che crollano),
IVA al 4 sugli ebook (mezza fregatura per i self),
Reverse charge e split payment (grande fregatura per le imprese e caos generalizzato per mancanza dell’emissione del decreto attuativo),
Semplificazioni dichiarative (anticipo della presentazione della dichiarazione IVA a partire dal 2016 con l’obbligo di presentazione a febbraio anziché a settembre, ben 7 mesi prima)

Dopo tutto questo, con il fumo che comincia a uscirmi dalle orecchie per la confusione che mi riempie la testa e il fumo dal naso per la rabbia, mi imbatto nella Clausola di salvaguardia (la famosa ciliegina sulla torta?!)
Ecco cosa dice la Legge di Stabilità 2015 sulla “clausola di salvaguardia”… “in base alla quale nel caso in cui non si riesca ad assicurare il rispetto dei saldi di bilancio attraverso altre misure (risparmi di spesa o maggiori entrate), a partire dal 2016 scattano aumenti IVA: due punti in più dal 1 gennaio 2016, quindi con aliquote al 12% e al 24%, un altro punto nel 2017, con le aliquote quindi al 13 e al 25%, e un mezzo punto nel 2018 sulla sola aliquota massima, che arriverebbe così al 25,5%. Come detto, è una clausola di salvaguardia, che prevedibilmente si cercherà di evitare, non di una misura destinata ad entrare sicuramente in vigore.”
Un disagio mi prende lo stomaco, mi tremano le gambe e mi gira anche la testa.
Calo di zuccheri? No non ne soffro, piuttosto mi ricorda quel genere di “malstare” che prende dopo un prelievo di sangue.
Oh perbacco! Chissà mai perché mi viene in mente di paragonare un “dissanguamento” con l’aumento delle aliquote IVA.

Il governo si porta avanti e con il decreto di stabilità ci informa che l’aumento di due punti l’anno delle aliquote iva è ipotizzato a partire dal 2016 e servirà a realizzare un maggior gettito nelle casse dell’erario, maggior gettito destinato a coprire gli ammanchi di bilancio a sostegno della spesa pubblica.
Aspetta che forse ora ci arrivo, una lucina mi illumina la mente e credo di capire la causa del mio giramento di testa(?!): spesa pubblica… spesa pubblica… eurèka! Sì ho capito:

se il governo non riuscirà a ridurre le spese per il suo mantenimento e non aumenteranno le entrate in seguito a una maggiore produttività di reddito grazie alla tanto sperata ripresa economica, si è già pensato di compensare ciò che non sarà introitato attraverso le imposte dirette (trattenuta IRPEF IRPEG IRAP ecc. ecc) con l’aumento dell’imposta indiretta (IVA).

Come dire: “se non ti trombo ti inculo!”

Evviva ho capito l’origine del mio malore, ora sto meglio!

Vedi, vedi che tutto si risolve.

La dignità di Salvatore, venditore abusivo per caso.

Salvatore La  Fata

Salvatore La Fata

di Coralba Capuani

Questa è la storia di Salvatore, e non c’è nulla di ironico.

Salvatore è un uomo di mezz’età, vive a Catania, ha una famiglia, una moglie e dei figli, e lavora da anni nel campo dell’edilizia.

La sua vita procede tranquilla, tra i soliti alti e bassi che tutti noi attraversiamo. Poi arriva il 2008 che si porta dietro una nuova parola: crisi.

Per la prima volta dopo decenni di relativo benessere, il nostro paese è costretto a fare i conti con una pesante crisi economica che inizia a ingoiare fabbriche, soprattutto tessili, negozi, cantieri e posti di lavoro.

Anche il cantiere in cui Salvatore ha lavorato per più di trent’anni risente delle difficoltà del periodo, il lavoro inizia a calare, i guadagni sono scarsi e il suo datore di lavoro è costretto a licenziare il personale.

Salvatore finisce nella lunga schiera di disoccupati che si ingrossa anno dopo anno come un fiume in piena.

Salvatore ha cinquantasei anni.

Ma lui non è tipo da restare in casa a guardare la tv, è abituato a lavorare, lo ha fatto sin da bambino, allora inizia a inventarsi un modo per occupare il tempo. E la mente.

Non vuole pensare alla crisi che pare peggiorare di mese in mese, non vuole pensare alla sua età, non vuole credere che sia tutto finito, che resterà un disoccupato a vita. Così si procura qualche cassetta di frutta e verdura, poca roba: olive, cipolle, mele, fichi d’india.

Inizia a recarsi al mercato e, quando le cose vanno bene, racimola a malapena una ventina di euro.

Ma va bene, qualsiasi cosa è meglio di restare a casa a guardare la tv.

I giorni si susseguono e per Salvatore andare al mercato è diventata ormai routine; quasi un lavoro vero. Non può immaginare che un giorno qualsiasi verranno i vigili a multarlo perché è un abusivo e non può stare lì a vendere la sua roba.

Salvatore cerca di abbonire i vigili chiedendogli di non multarlo, né di sequestrargli quel poco di frutta e verdura, lui è disoccupato e se sta lì è solo per tenersi attivo, per non lasciarsi andare e cadere nel buco nero della depressione che si è portata via tanti come lui.

Ma ai vigili non interessa la sua storia, loro devono applicare la legge e la legge dice che se vuoi vendere frutta e verdura devi avere i permessi, quindi si apprestano a sequestrargli le cassette di ortaggi.

Salvatore si ribella e minaccia di darsi fuoco.

«Se ti vuoi dare fuoco fallo pure ma scansati», è quello che rispondono i vigili secondo alcuni testimoni.

È un attimo, Salvatore si getta la benzina addosso e accende un cerino. Qualcuno accorre, lo copre con una coperta, altri chiamano i soccorsi, accorre l’autoambulanza.

Salvatore sale sull’ambulanza con le proprie gambe. È vigile, sta in piedi, parla.

Per un momento quello che ha fatto sembra frutto della disperazione di un attimo, un gesto che poteva andare davvero male, e che invece, per fortuna, si è risolto bene.

È una nuova illusione; come quella di essere tornato a una vita normale mettendosi a vendere frutta e verdura al mercato.

Salvatore muore in ospedale qualche giorno dopo.

In tv qualcuno parla della sua storia – pochi – molti lo dimenticano in fretta.

Io non voglio dimenticarlo.