LE PARALLELE TRASVERSALI

tricolore

di Monica Bauletti

L’Italia dei tanti metri per un’unica misura! E rieccoci a parlare delle tante diseguaglianze che ci toccano e ci uccidono ogni giorno. Ci sono state delle notizie passate un po’ così, come dire, inosservate? “Insentite?” Ignorate? O, più semplicemente, assuefatte a una sensibilità domata che tutto accetta rassegnata all’inverosimile diventato verosimile con la consuetudine e per l’impotenza di vittime innocenti povere di potere e di denari. Ma Letterando che è vergine alla consuetudine e prende tutto alla lettera (LETTERAndo per l’appunto) non può non tirare dei paralleli sui fatti di un’Italia dove tutto sta diventando trasversale.

Veniamo dunque ai fatti:

I^ fatto: i boss casalesi e i loro avvocati nel 2008 minacciarono in aula durante il processo Spartacus lo scrittore Roberto Saviano. Da allora l’autore di Gomorra vive accompagnato dalla scorta. Una vita, la sua, fatta di paura e di limitazioni. Tutto il nostro rispetto per questo giovane ragazzo, bravo scrittore, che si trova suo malgrado a dover sopportare una violenza morale per aver voluto scrivere la verità e averla voluta esprimere attraverso un romanzo che, ahimè, per sua (s)fortuna è piaciuto tanto e ha fatto il giro del mondo. Roberto Saviano è stato giustamente protetto ed è potuto sopravvivere alle minacce fino ad arrivare ad assistere alla sentenza del processo emessa qualche giorno fa. Una sentenza amara, che non ha condannato i suoi aguzzini, assolti per non aver commesso il fatto (e per fortuna che non l’hanno commesso) solo perché Saviano era protetto da una scorta assegnatagli in forza di un pericolo reale e dichiarato. In compenso però è stato condannato l’avvocato che si è prestato come portavoce di chi ha minacciato di morte il povero autore. Ma, dico io, e la regola dell’”ambasciator non porta pena” che fine ha fatto? Comunque tutto è bene quel che finisce bene, in questo caso non si è aspettato che vittima fosse diventata vittima ma sono stati addottati mezzi preventivi per proteggere il nostro amato autore e alla fine una sentenza è stata emessa e a qualcuno la colpa è stata data. Be’, Roberto Saviano può ritenersi anche fortunato, poiché in Italia il rischio di veder ribaltare le parti è sempre più frequente, a volte capita che la vittima diventi colpevole e condannata, questa volta Saviano se l’è cavata, ma io sono ignorane e ci capisco poco di giustizia quindi mi è difficile cogliere il senso dei meccanismi complessi della giurisprudenza, perdonatemi.

Uno dei commenti di Saviano: «Questa sentenza, cioè che le parole hanno fatto paura al punto di minacciare morte… Il pm antimafia Sirignano oggi ha detto che indicare il nome di uno scrittore significa condannarlo a morte. Per me ha significato un brivido lungo la schiena, ma ha anche significato che sono vivo, continuo a scrivere contro quella alleanza fatta di zona grigia, di avvocati, imprenditori e giornalisti conniventi. Contro tutto questo mi batterò».

II^ fatto:Inizio modulo

Monella condannato in via definitiva a 6 anni e 2 mesi di reclusione per aver ucciso a colpi di fucile Ervis Hoxha, albanese di 19 anni che gli era entrato in casa per rubare con dei complici.”

L’altra faccia della giustizia mi viene da dire, e sempre perché son ignorane e che non capisco i meccanismi legali, faccio molta fatica a capire come possa succedere che io, trovando in casa mia degli estranei che mi vogliono portare via le mie cose, non possa fare niente per cacciarli via! Ebbene sì, perché se faccio loro del male sbaglio e commetto un reato, la legge non lo permette. È meglio che loro facciano del male a me e alla mia famiglia allora ho ragione io, morta o ridotta in fin di vita ma a ragione!  Ora di certo sbaglierò ne dire questo, ma io che sono mamma e che soffro del primordiale istinto di conservazione del nido se sento minacciata la mia prole divento leonessa e sbrano facendo a brandelli chi viola il mio spazio senza invito. Già, ma io non conosco la legge e nemmeno le buone maniere, perciò preferisco marcire in prigione piuttosto che sopravvivere a un sopruso col rimorso di non avere mosso un dito mentre la mia famiglia veniva violata e violentata.

Viva L’Italia, sempre viva?!

Scrittori che ce l’hanno fatta. Parte prima: il fortunello.

gastone

di Coralba Capuani

Dopo aver dedicato alcune lezioni al ripasso della lingua italiana – lezioni che riprenderemo al più presto – vediamo di parlare anche del ruolo che le case editrici hanno nei confronti dello scribacchiante di turno. Premettendo che al momento la sottoscritta ce l’ha un po’ su con le case editrici, parliamo di chi ce l’ha fatta. Di chi ha trovato qualcuno che crede nel suo lavoro al punto da pubblicarlo. Ma non di gente normale che, inviando carrettate di manoscritti, alla fine, tra rifiuti, proposte di pubblicazione a pagamento e silenzi assoluti ricevono finalmente la tanto sospirata proposta. In questo articolo invece vogliamo parlare dei Gastone, di quelli che alla loro prima intervista da debuttanti dichiarano che, dopo aver inviato il loro manoscritto, l’editor della casa editrice si è innamorato a tal punto del loro romanzo da essere contattati immediatamente. E tutto in un paio di mesi! Oppure che un pezzo grosso di una prestigiosa casa editrice, non avendo nulla di meglio da fare che passare in rassegna la sterminata galassia dei blog, su chi va a imbattersi? Eh sì, esatto, proprio nel fortunatissimo scribacchino. Ma che casualità! Ma che fortuita coincidenza!

Sapete, io me lo immagino proprio il tizio che racconta ai microfoni della stampa le sue mirabolanti avventure. E più o meno la scena me la vedo così:

«Ma, guardi, io me ne stavo tranquillamente a casa con il mio panino con la mortadella che sento squillare il telefono. Siccome risponde sempre mia madre o mio fratello, non mi sono neanche alzata finché quell’imbecille brufoloso di Giorgio – mio fratello appunto – si è messo a strillare: “scendi cretina che c’è uno con la voce da maniaco che ti vuole”. E tutto questo senza neanche coprire con la mano la cornetta! Comunque, appena mi sono ripresa un po’, dopo aver mandato giù il pistacchio della mortadella che mi era andato di traverso, insomma, dopo, ho risposto cercando di fare la gnorri. Guardi, signor giornalista del quotidiano La Spubblica, non sa che emozione ho provato quando ho scoperto che quello là, il maniaco, cioè, la persona che mi cercava, era nientemeno che il signor Primo Libro, l’editor della famosissima Cani e Porci editore».

E lei che ha fatto? – incalzerà a questo punto il curioso giornalista rivolgendosi alla debuttante che se ne sta ieratica come la statua di una dea.

«A parte che a momenti mi veniva un colpo», risponde la smaliziata esordiente non abituata al clamore mediatico. «All’inizio non ci credevo neppure, poi quando lui, il Primo Libro, si è messo a dire che lui neppure li guarda i manoscritti degli esordienti. Perché lui, il Primo, ha ben altre cose più importanti da fare. Come per esempio rompere le scatole ai pesci grossi – gli scrittori affermati della sua casa editrice – affinché si diano una mossa con il prossimo libro perché non possono mica aspettare i loro porci comodi – si perdoni il gioco di parole. E che ora che sono famosi non vuol dire che possono fare come piace a loro, che i diecimila euro di anticipo la casa editrice li ha versati da parecchio ormai e, insomma, tutti questi affari delicati».

E quindi come è arrivato il signor Primo al suo manoscritto? – chiede il giornalista che un po’ inizia a scocciarsi di queste pause alla Celentano.

«Ma è proprio questo il bello! Primo Libro mi ha contattato dopo essersi imbattuto nel mio blog Parole a vanvera. Sa, signor giornalista, lì scrivo tutto quello che mi capita durante il giorno, ma proprio tutto tutto. Perché penso sia importante condividere ogni più piccola esperienza con il mio pubblico di lettori che così sono sempre aggiornati sugli spostamenti in treno o in autobus, sui viaggi a Fregene, su quello che mangio (fotografo i piatti in tempo reale), sul fatto che il mio cane Pongo abbia fatto pupù (sa, è un po’ stitico) e, insomma, su tutte queste cose».

Ah, sì? – chiede il giornalista in mezzo a uno sbadiglio.

«Lì ovviamente fornisco informazioni anche sui miei libri che puntualmente pubblico su Amargon. Perché non è mica una vergogna auto-pubblicarsi, anzi, sa quanti bei libri ci trova lì dentro?», prosegue imperterrita la petulante scribacchina elencando titoli e sinossi complete dei trecentoquindici libri auto-pubblicati.

«Ed è proprio lì che Primo Libro si è imbattuto nel mio romanzo rosa-porno-erotico Pelando cipolle senza lacrimare, quello che attualmente considero il capolavoro assoluto tra i trecentoquindici».

Vi risparmio il resto dello sproloquio che durerebbe almeno una mezz’ora tra l’elenco delle doti insite sin da bambina (era destino!), la fortuna di aver incontrato la persona giusta al momento giusto (il colpo di…), e l’essere tenace (sapevo da sempre che ce l’avrei fatta). E tante altre autocelebrazioni perché, non so voi, ma io mi sono stancata di ascoltare le bufale     che ci propinano le case editrici intente a costruire la favola del cenerentolscrittore. Di quel fortunello, cioè, che dopo l’incontro con la fatina buona viene introdotto nel palazzo della Letteratura, dove incontrerà il lettore-principe che si innamorerà al primo sguardo e dove, infine, verrà incoronato Re delle vendite.

Com’io divenni scrittor: incontro con messer GiamPiero Brenci

Di GiamPiero Brenci.

Da un gradito contatto con Letterando giunge la proposta ch’io “Pasticciatore d’Istorie” ho sempre temuto e temo: un’intervista. Cosa poss’io risponder alle domande imprescindibili: «Perché Lei scrive? E di cosa scrive?». Meglio ch’io ritorni all’inizio lasciando ad altri, ben più colti di me, di trarne lumi e considerazioni se ne avranno voglia e diletto.

A tarda sera mi capitò di percorrere Via dei Calzaiuoli in Firenze verso Piazza della Signoria. S’era al trentuno di ottobre ed una fitta nebbia saliva dall’Arno verso la Cattedrale. Pochi i passanti distratti e frettolosi, dalle figure distorte per tener i cellulari all’orecchio All’angolo con via Orsanmichele, mentre guardavo le nicchie con le loro statue, fui avvolto da una voluta di fumo che odorava di legno e, fors’anche, di castagne arrostite. Urtai un tipo ammantellato, con un basco floscio, che proveniva da via Calimala. Supposi dovesse trattarsi di un burlone mascherato per la notte di Halloween ch’era già iniziata. Chiesi scusa per la distrazione e quello, volgendosi ai due che lo seguivano, anch’essi con mantellette e stivaletti alla caviglia, esclamò con forte accento toscano: «Ed ecco, miei amici, un forestiero. Fors’egli potrà, se lo vorrà, redimer la nostra tenzone». Non v’ho da dir oltre lettore quanto io rimasi interdetto. Doveva esser un “figurante” o un guitto che si prendeva gioco dei passanti e mi guardai attorno per vedere la telecamera di una qualche televisione per uno di quegli spettacoli a sorpresa che tanto andavano di moda.
Ma se v’era doveva esser ben nascosta.

basilisco«Avete voi mai sentito parlar del mitico e perigliosissimo Basilisco?», chiese il secondo passandosi la mano sul mento.

Ed io vidi che aveva le dita macchiate di vernice.

«Ne scrisse Plinio il Vecchio», affermò il terzo togliendosi il cappello a tesa larga e mostrando un gran naso sotto i capelli lunghi e divisi alla sommità del capo.

«Se per questo ne ho scritto anch’io, ma non è questo il contender», precisò il primo che esibiva una fluente barba ben curata e gli occhi scintillanti di una forte curiosità.

E prendemmo a camminare verso l’Arno, ove le volute di nebbia s’andavano infittendo. Parevamo quattro amici che disquisissero per scegliere il miglior ristorante in zona.

«Io ha creder che il Basilisco sia rappresentato dal Donatello mentre combatte con San Giorgio sotto la nicchia in Orsanmichele», osservò l’uomo dal naso prominente.

«Agnolo, non siam qui a disquisir se quel drago sia o non sia il Basilisco».

«Ha ragione il Leo. Anche secondo me il Basilisco non sarebbe solamente un drago capace d’uccider con lo sguardo, o con il morso o con l’artiglio».
«In effetti, caro Botti, con tal nome ci fu uno degli ultimi Imperatori dell’Impero Romano d’oriente», osservò quello chiamato Agnolo.
E ci ritrovammo sul Lungarno ove solo i lampioni emergevano sopra il frusciare dell’acqua.
Mi guardai attorno nella coltre grigia opalescente smossa pigramente dall’aria trascinata dall’Arno: non c’era più nessuno. Con una certa qual fretta tornai indietro che rischiavo di perdere il treno e passai per il Piazzale degli Uffizi. All’eco dei miei passi frettolosi sollevai lo sguardo verso le nicchie che contengono le statue dei geni fiorentini e vi trovai le fattezze di quello che fu pochi minuti prima era stato chiamato “Leo!” Sotto la sua statua era il nome di Leonardo da Vinci. Affrettai di più il passo, ne avevo bastante di un Basilisco, di un Leo, di un Agnolo e di un Botti,
ma la miccia della curiosità era stata accesa. Salendo sul treno m’annotai che l’Agnolo potesse essere Angelo Ambrogini detto il Poliziano e che il Botti, avendo le dita macchiate di vernice potesse esser un pittore. Magari l’Alessandro di Vanni Filipepi meglio noto con il suo soprannome: Botticelli. Giorni dopo tra polverosi libri dell’Archiginnasio inciampai su tal Mastro Zefirano e sulle sue ipotesi sull’identità del Basilisco e da lì iniziarono le Istorie ch’io riportai fedelmente nel mio libro Istorie di un Basilisco (Maglio Editore).

Insomma si potrebbe affermar che non son io che scrivo, ma che son i personaggi che si declamano e raccontano di cosa accadde nella Firenze e, poi, nella Bologna del 1478.

Ma tutto ciò si può dichiarare in un’intervista senza esserne richiusi? Ne dubito ed è per tal motivo ch’io rifuggo dal Basilisco e dalle interviste…..

Gli incauti che volessero seguire la Combriccola del Basilisco possono frequentare ( a loro rischio e pericolo ) il sito http://www.basiliscohistory.it dove attualmente vengono pubblicate delle Videonovelle sulla Saga delle ostarie nella Bologna del 1478, ma queste son altre Istorie…

Una chiacchierata con Paola Pulvirenti

foto paola pulvirenti

Ciao Paola, benvenuta sul blog di Letterando. Prima di iniziare l’intervista ufficiale toglici una curiosità: come ci hai conosciuto?

 

Vi ho conosciuto tramite Facebook. Nel famoso social conosco molti scrittori e ho notato il vostro blog in una bacheca. Sono andata a vederlo, vi ho trovato interessanti e ho deciso di contattarvi. La cosa che mi ha colpito di più è stata la sensazione che ho avuto leggendovi, quella cioè di qualcuno che ha voglia di dare realmente un’opportunità agli scrittori e non di qualcuno che vuole solamente specularci sopra.

 

 

Parlaci un po’ di te, chi sei, cosa fai?

 

Sono Paola, ho 27 anni e scrivo essenzialmente per me stessa. Non saprei dire esattamente perché, per me scrivere è come respirare, qualcosa che ho sempre fatto. Attraverso la scrittura riesco a esternare le mie emozioni dato che, essendo una persona molto timida, ho difficoltà a comunicare i miei sentimenti a voce. Un’altra passione che coltivo da sempre è il nuoto, ma per quello devo ringraziare la mia famiglia e il mio istruttore che mi faceva lezioni private dato che mi rifiutavo anche di entrare in acqua! Amo il teatro e il cinema, mi diletto a scrivere anche sceneggiature, testi per canzoni e, di tanto in tanto, a recitare. Purtroppo attualmente non ho un lavoro stabile, faccio diversi mestieri, una specie di jolly insomma, sempre con la speranza che in Italia venga finalmente eletta al governo la parola Meritocrazia e cada invece la Raccomandazione!

Parliamo del tuo libro, “Il calore dell’amore”, è la tua prima pubblicazione e di cosa parla?

 

È il mio primo racconto breve. La storia parla del piccolo Luca, un bambino che si trova ad affrontare un viaggio durante il quale incontra diverse “realtà” e vari personaggi che lo accompagneranno e lo guideranno spiegandogli l’importanza dell’amore, dell’affetto e dell’amicizia.

 

Qual è il messaggio che vuoi dare attraverso il racconto?

Nel racconto vengono sfiorate tematiche sociali come la violenza sulle donne, l’aborto, la discriminazione ecc. Aspetti visti attraverso gli occhi di un bambino che non capendo prova a ipotizzare risposte alle sue domande ingenue. È un libro che dà molta importanza alle scelte, giuste o sbagliate che siano, e che ricorda che per ogni scelta c’è sempre una conseguenza. Con questo non voglio imporre il mio punto di vista lasciando al lettore la facoltà di scegliere, anche perché un racconto, così come l’ascolto di una canzone, è qualcosa di molto soggettivo e ognuno di noi interpreta i fatti secondo il proprio stato d’animo e le esigenze di quel momento.

Lo stile che utilizzi nel racconto è molto semplice e lineare, ci spieghi i motivi di questa scelta?

Ho voluto utilizzare uno stile molto semplice e comprensibile per due motivi: il primo perché le vicende sono raccontate attraverso gli occhi di Luca che, appunto, è un bambino. Il secondo perché volevo far avvicinare tutti alla lettura. Leggere apre la mente e rende liberi e tutti devono aver la possibilità di farlo senza alcuna distinzione. Motivo per il quale anche il
prezzo del libro è irrisorio: solo 5 euro.

Perché hai scelto il tema del Natale, cosa vuoi rappresentare attraverso la scelta di quest’ambientazione particolare?

Il Natale qui è inteso un po’ come una magia, un Natale che rappresenta la nascita.

Quanto c’è di te in ciò che racconti?

 

Nei miei racconti, anche in quelli apparentemente più lontani dalla realtà, come quelli di fantascienza ad esempio, c’è sempre un po’ di me e della mia vita. Anzi, potrei affermare che è attraverso i miei racconti che mi presento a chi non mi conosce. Curiosando dentro i miei libri, infatti, il lettore potrà ritrovare alcune sfaccettature del
mio carattere all’interno dei personaggi.

 

libro Pulvirenti

La copertina è molto particolare, te ne sei occupata tu?

 

Le immagini e la copertina sono interamente disegnati a mano e sono state realizzate dagli illustratori Corrado e Antonino Sambito. L’immagine è dedicata e ispirata a una ragazza che mi ha sempre invogliata a pubblicare i miei lavori. Lo scopo dell’immagine è soprattutto quella di mostrare attraverso lo sguardo “un cuore veramente buono”, perché è questo che lei rappresenta per me, oltre a moltissime altre qualità illustrate nel libro. Qualità che, a mio parere, se ognuno di noi possedesse anche in piccola parte, il mondo sarebbe decisamente migliore!

Da quanto ho potuto capire dietro questo progetto c’è un gruppo molto giovane.

 

Sì, è vero, il curatore editoriale, Federica Cucinotta, l’editore, Paolo Lombardo e la sottoscritta (Paola Pulvirenti ndr) siamo tutti giovani e abbiamo creduto in questo progetto, l’abbiamo realizzato in amicizia perché è solo lavorando insieme che si ottiene qualcosa.

Dove seguire Paola:

https://www.facebook.com/paoletta.polly.75

Amorecriminale

scarpe rosse

di Monica Bauletti

Pino Strabioli legge gli atti giudiziari: «Sabrina Blotti, donna di 45 anni residente a Cesena uccisa a colpi di pistola il 31 maggio del 2012 da Gaetano Delle Foglie detto Nino, padre della sua migliore amica Cinzia, che non accettava di essere rifiutato. Gli atteggiamenti morbosi del padre di Cinzia fanno sì che Sabrina si allontani da Nino per un breve periodo. Dopo aver capito che l’amica della figlia non vuole saperne di lui, Nino smette di corteggiare Sabrina e passa alle maniere forti, arrivando a minacciarla anche davanti ai suoi figli ed esternando la volontà di uccidere la donna anche al proprio medico curante, che avverte Cinzia, Sabrina e i carabinieri. A questo punto, Sabrina si vede costretta a sporgere denuncia contro Nino che intanto, a Bari, fa presente anche al figlio il suo folle piano: l’uomo arriva al punto di cacciare di casa suo padre, dopo che questo ha aggredito lui e sua moglie e li ha persino minacciati con un coltello. Lucidamente deciso a portare a termine ciò che già da tempo ha progettato, Nino prende la sua auto e guida per tutta la notte da Bari a Cesena, arrivando sotto l’abitazione di sua figlia Cinzia: qui trova Sabrina, che è stata proprio dalla sua amica a prendere un caffè dopo aver accompagnato i suoi due bambini, Christian e Diletta, a scuola. Sabrina respinge Nino ancora una volta comunicandogli anche di averlo denunciato, ma ciò non riesce ad arrestare la furia omicida dell’uomo, che ridurrà la donna in fin di vita con tre colpi di pistola. L’impegno dei medici e degli infermieri non riescono a salvare la vita di Sabrina, una donna descritta da tutti come gioviale, piena di vita e di interessi, sempre disponibile a dare una mano a chi ne aveva bisogno. Nino si dirige invece verso Cervia e si asserraglia dentro una chiesa, manifestando i primi segni di cedimento soltanto dopo quattro ore di trattative. L’arrivo di un esperto negoziatore da Bologna non riesce a evitare che l’uomo ponga fine alla sua esistenza sparandosi un colpo al cuore. Si conclude dunque nella maniera più tragica una vicenda che, però, non ha ancora avuto fine per la Procura di Cesena, che è stata citata in giudizio dalla famiglia di Sabrina Blotti per non essere stata in grado di assicurare la giusta protezione ad una donna che è andata incontro a una morte annunciata.

Nessuna protezione per Sabrina Borlotti, nessuna scorta a una madre di due bambini che ora cresceranno soli sapendo che la mamma è stata assassinata da chi ne aveva annunciata la morte e che è stato lasciato libero di agire. Nonostante le ripetute denunce arrivate da più parti e da voci autorevoli, la giustizia non ha agito in difesa di una donna minacciata da un aggressore malato e pericoloso. Il caso consueto di morte annunciata. La mia domanda, ormai inutile lo so: la legge sullo stalking che fine ha fatto e che cosa prevede? Qualcuno lo sa?

Il Decreto Legge nr.11/2009, convertito nella Legge nr.38/2009, ha introdotto il reato di atti persecutori (altresì definibile con il termine anglosassone “stalking”), inserendo l’articolo 612 bis nel Codice Penale italiano“

Scusate ma nessun commento vale quanto la descrizione dei fatti. Nulla da aggiungere, purtroppo.

Aderisci alla nostra campagna per dire no alla violenza sulle donne. Prendi un rossetto rosso e fatti un segno sul viso, poi posta la tua foto sui social network e scrivi #Letterando #noallaviolenzacontroledonne

No alla violenza contro le donne

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In viaggio con Laura Virgini

laura virgini

Carissimi seguaci, oggi Letterando vi presenta Laura Virgini, scrittrice esordiente.

Laura Virgini è l’autrice di IL VIAGGIO, editore Booksprint, pubblicato il 9 dicembre 2012. copertina flessibile: 106 pagine (ISBN-10: 8867426494   ISBN-13: 978-8867426492)

Cara Laura io inizierei la nostra chiacchierata parlando del tuo libro e di ciò che racconta.

Se ho ben capito, si tratta di un libro autobiografico, quindi prenderemo i classici “due piccioni ecc. ecc.” parliamo del libro e conosciamo te, tutto in uno. IL VIAGGIO racconta, appunto, di un viaggio ed io mi fermo qui, mi scuso con te perché non ho ancora letto il libro, questa volta lascio il compito all’autore di incuriosire me e tutti voi che ci seguite.

Detto questo, la prima domanda è ovvia: che tipo di viaggio hai fatto con questo romanzo?

 

Un viaggio verso una spiaggia chiamata “maternità”. Il viaggio più bello, più entusiasmante, più difficile che una donna possa fare.
Purtroppo non sempre i viaggi portano dove vogliamo, ma che importa, non è meraviglioso godersi il panorama?
Tu parli di ‘viaggio verso la maternità’, a un lettore disattento potrebbe sembrare una cosa normale, due persone si amano decidono di unire le loro vite e di avere dei figli. Il percorso è semplice, ma spiegaci bene, dove sta la difficoltà di cui parli e dacci qualche anticipazione sulla storia che racconti nel tuo libro, insomma com’è il panorama di cui parli?

 

 

Inizialmente io e mio marito decidiamo di avere un bimbo. Resto incinta. Alla prima ecografia mi viene detto che potrebbe essere una gravidanza non evolutiva. A circa dieci settimane lo perdo. Aborto spontaneo. Ci riproviamo. Resto incinta per la seconda volta. Altro aborto spontaneo. E così anche per la terza gravidanza. In seguito ad esami clinici fatti ho scoperto di avere un rarissimo problema cromosomico (forse unico al mondo!), per cui se lo trasmetto al feto lo perdo. Solamente nel caso di un feto femminile riuscirei a portare avanti la gravidanza. A questo punto decidiamo di sottoporci a una fecondazione assistita con diagnosi pre-impianto (per selezionare un feto femminile). Non in Italia, perché non si può. Purtroppo fallisce, e mi dicono che produco solamente ovuli malati. Non sarò mai mamma. Non mi arrendo. Provo con una fecondazione eterologa. Fallisce anche questa. E con lei finiscono i nostri soldi e la possibilità di tentare di nuovo. Eppure, non smetto di crederci. Infatti (ma questo si racconta nel prossimo libro) dopo soli tre mesi resto incinta per la quarta volta, solo che… dopo nove mesi arriva Gaia!

Bene! La tua è una storia a conclusione felice e ne descrivi una parte sul romanzo IL VIAGGIO. Ci anticipi che ne seguirà un secondo, l’hai già scritto? Hai anche il titolo? L’hai già pubblicato o sai quando uscirà?

Sì, il secondo è pronto per essere edito, si intitola semplicemente “Gaia”, il nome del mio miracolo.

Perché hai sentito la necessità di scrivere un romanzo raccontando di questa difficile esperienza? Qual era il tuo obiettivo e l’hai raggiunto?

 

Sinceramente tutto iniziò per caso. Scrivevo su un forum quello che stavo vivendo emozioni, rabbia, tutto! Ogni volta che scrivevo qualche lettrice, al di là dello schermo, mi diceva: “Perché non pubblichi la tua vicenda? È ciò che proviamo tutte, se la condividi, non potrà che far bene a chi vive le stesse cose”.
E così l’ho fatto. La cosa più bella è stata leggere le tante recensioni che mi sono arrivate su facebook in privato: donne che mi ringraziavano per aver parlato di un argomento così delicato.

Sì, direi che l’argomento non è dei più leggeri, ma ora che hai finito anche il secondo libro, immagino non ti fermerai e allora che cosa ti piacerebbe scrivere? Su quale genere ti piacerebbe mettere alla prova il tuo talento?

 

Ehm… ho quasi pronto un libro semi – serio, in cui parlo degli “esemplari” di maschi italiani con cui ho avuto modo di imbattermi nella ricerca del principe azzurro. Un elenco divertente e ironico, un libro diviso in capitoli, in cui ogni capitolo rappresenta la categoria di uomo (es. “Il sillogista”: ho capito di amarti, non voglio soffrire, per cui… ti lascio! )

 

Molto bene cara Laura, ora convinci tutte le persone che non hanno ancora letto il tuo libro e stimola la nostra curiosità in un tweet o poco più.

 

Semplicemente, se avete voglia di emozioni forti, vere, se avete voglia di far vibrare per un attimo la vostra anima, leggete questo viaggio. Vi garantisco che non avrete il tempo di annoiarvi!

 

Allora buon VIAGGIO a tutti!

Noi ringraziamo Laura Virgini per essere stata ospite di Letterando e aver condiviso con tutti noi un po’ di se.

Buone letture a tutti.

 

 

http://www.booksprintedizioni.it/libro/romanzo/il–viaggio

Pesto alla genovese sulla luna?

luna

di Coralba Capuani 

Ieri sera, intenta a spalmare la crescenza sulla fetta di pane integrale, ho ascoltato una notizia a dir poco curiosa. Una cotonata inviata di Striscia la notizia intervistava un’astrobiologa presso il Laboratorio della Nasa Ames in California. Una pimpante Rosalba Bonaccorsi, questo il nome della ricercatrice italiana, illustrava il progetto denominato Luna Plant Growth che prevede l’invio di alcuni semi sulla luna. Sì, avete capito bene, i ricercatori della Nasa vogliono inviare sul nostro satellite alcune piante entro il 2015, sicuri della presenza umana sul pianeta entro il 2030.

Il progetto vuole verificare, attraverso l’uso di speciali serre, se sia possibile la crescita e lo sviluppo di questi semini, se, in breve, osservando il pallido astro durante le sere di plenilunio, potremo intravedere macchioline di verde; sintomo che i semini di senape, basilico e pomodoro – queste le piante che verranno inviate – avranno attecchito. Sfruttando poi l’anidride carbonica, spiegava l’astrobiologa, si spera di creare le condizioni per la produzione di ossigeno, favorendo così una vita più semplice per i futuri colonizzatori terrestri.

Ora, a parte la dieta miserrima a cui saranno costretti i tapini, io mi chiedo ma perché mai dovremmo andare a vivere sulla luna? Ci stanno forse nascondendo qualcosa? Che so, prevedono entro il 2030 la distruzione del nostro pianeta? Verranno gli alieni? Arriveranno i quattro cavalieri dell’Apocalisse? La disoccupazione arriverà a un punto tale che saremo costretti a spostare il nord sempre più a nord tanto da passare dall’emigrazione all’allunaggio?

E poi, sapendo che fine farà il Sole, non sarebbe meglio cercare un’altra galassia? Volete mettere togliersi il pensiero una volta per tutte senza dover affrontare il problema successivamente?  Ma no, questi vogliono andare proprio sulla luna, anche perché il progetto non è poi mica tanto costoso, al massimo oscillerà tra uno e tre milioni di dollari!

Ma, dico io, con questi soldi non si potrebbe dare una mano alla nostra povera Terra martoriata? Che so, eliminare un po’ d’inquinamento, aggiustare siti archeologici che cadono a pezzi, creare e incentivare l’uso di forme di energia pulita?

Non potevano inviare questi semini nelle terre desertificate dell’Africa, dove milioni di esseri umani muoiono ancora oggi di fame? Non potevano inventarsi un sistema per trasportare o creare l’acqua dove non c’è?

Sì, lo so che la ricerca è importante, che, da sempre, la molla della curiosità umana ci spinge a superare il limite di ciò che conosciamo, e che, proprio questa spinta, ci ha fatto evolvere trasformandoci da semplici homo erectus a homo technologicus. Ma resta il fatto che molta gente vive ancora in condizioni non troppo dissimili da quelle delle prime tribù. Si può quindi definire progresso un processo che coinvolge solo una piccola parte della popolazione?

E poi, parliamoci chiaro, il progetto è stato ideato da ricercatori italiani, italiani ho detto, e ve la immaginate la conquista della luna da parte di un popolo le cui strade ricordano il groviera e dove un’autostrada aspetta di essere terminata dal 1964?

Jenny Rizzo alla conquista di un posto al sole su Amazon

Jenny Rizzo foto

Da piccola volevo fare la poliziotta, volevo catturare i cattivi e proteggere i buoni. Ho indirizzato la mia vita perché potesse andare così, peccato non aver fatto i conti con madre natura: ben 6 cm in altezza in meno e 9 diottrie mancanti in totale. I criteri di selezione all’ingresso per i corpi armati sono peggio dei locali di Corso Como a Milano… se manca la cravatta, o il tacco, sei out!

Allora che fai? Cerchi di imbroccare la stessa strada percorrendo le vie alternative, le strade laterali, sconosciute insomma, cerchi il piede di qualcuno che possa gentilmente accompagnarti sulla soglia, verso l’interno. O meglio, cerchi di adattarti alla situazione e al mood e cerchi di comportarti come tutti. Ma tu non sei tutti. Tu sei Jenny e non conosci nessuno, e non sei nemmeno capace di fare quello che gli altri fanno perché altrimenti l’uniforme sarebbe già parte di te.

Facendo tesoro di tutte queste avventure, disavventure, messe nero su bianco in una raccolta di pensieri nascosta in fondo al cassetto della tua cameretta, cambi strada totalmente. È a questo punto che inizio a pensare che la scrittura forse è il mio futuro. Il mio volontariato, che poi è diventato lavoro, pur sempre volontario o sottopagato, in ambito penitenziario mi ha mostrato cose che voi umani non potete immaginare. Storie, emozioni, sentimenti, persone, personaggi e ricordi. Ho deciso che tutto quello che vivevo doveva essere portato alla luce del sole, fuori dal grigio carcere e lontano dalle gelide sbarre di ferro. Così, per non rischiare di dovermici impiccare ad una di quelle sbarre di ferro per la disperazione di non avere un lavoro pagato, me lo sono inventata quel lavoro di scrittrice. Ho scartabellato quei mille fogli di pensieri di cui sopra finiti dal cassetto alla scatola dei ricordi, tirandone fuori il meglio da unire a racconti dal carcere. Il libro era pronto in 48 ore. Mi sono fatta aiutare da una persona cara a realizzare la copertina: i colori li ho scelti io perché lui li percepisce in maniera aliena. Giunti al momento fatidico dico: “e ora come lo pubblico?”. Semplice, con Amazon! È la nuova spiaggia su cui milioni e milioni di aspiranti scrittori sbarcano alla ricerca del tesoro perduto: la fama. Pare funzioni questo nuovo modo di fare carriera.

Sì, certo, se hai un sacco di tempo libero da dedicare al marketing e alla comunicazione del tuo libro e di te stesso, allora forse sì che la fama arriva, altrimenti le 30 copie vendute saranno quelle comprate da cugini, zii e vicini di casa. Se sei fortunato come me e hai origini meridionali, con una famiglia molto vasta, allora puoi anche arrivare alle 45 copie vendute; 15 utilizzate per accalappiare nuovi contatti utili; di queste 15, probabilmente 10 saranno finite sul fondo delle librerie dietro trattati internazionali di diritto penale. Ma non mi importa. Il risultato ottenuto, per il momento, è quello che desideravo: creare curiosità attorno ad un argomento ostile per natura, difficile da approcciare e spesso additato come di poca importanza. I complimenti arrivati, le (poche) recensioni ottenute, i camei in radio e su riviste a tema de “Oltre il pensiero delle sbarre” sono nutrimento per il mio ego e per i miei pensieri che stanno mettendosi al lavoro per produrre la mia seconda opera. Probabilmente anche questa finirà sulla stessa spiaggia Amazon, dove mi aspettano già il mio telo mare e il mio cocktail di benvenuto, perché le poche case editrici disposte a pubblicare libri sul tema carcere mi chiedono dei soldi per farlo, ma io non cedo a compromessi, prima o poi sarò una scrittrice come le altre, una che non deve pagare per essere pubblicata.

di Jenny Rizzo

Dove seguire Jenny

https://www.facebook.com/pages/Jenny-Rizzo-criminologa-e-scrittrice/247705702067278

http://www.jennyrizzo.wordpress.com/

Il gnocco e altre oscenità.

gnocchi

di Coralba Capuani

E no, cari voi del nord, è inutile che vi nascondiate perché siete proprio voi a usare l’articolo sbagliato con la nostra bella pasta: lo gnocco. Che se poi volete fare un complimento a un ragazzo e gli dite “hey, lo sai che sei proprio un gnocco”, quello vi prende per ignorante e se ne scappa senza manco salutarvi.

E dopo è inutile che fingiate superiorità chiamandolo “il gnomo” per quanto è basso, sempre ignoranti restate. E pure single!

E no, e no, cari miei, un iettatore lo dite a vostra sorella, se voi non sapete usare l’articolo e che è colpa mia? Perché non cercate un bravo psicologo come vi ho suggerito, piuttosto? E non inventate sempre scuse! Ecco, mò avreste pure bucato lo pneumatico: ignurant!

Come dite? Che pneumatico vuole proprio l’articolo “lo” pure se non si può sentire?  Sapete che mi sa che stavolta avete ragione voi? Però rimane il fatto che ora che la smettiate e basta.

Come con cosa?

Ma con la brutta abitudine di chiamare la gente la Coralba, la Monica, perché, ve lo continuiamo a ripetere da anni ma voi proprio non lo capite, (che il Bossi con “ce l’ho duro” intendesse dire il comprendonio???) con i nomi di persona l’articolo non ci va!

“Perché scrivo ” di Stefania Fiorin

foto Stefania F.
Perché scrivo? Era scritto: questione di karma.
Lo spiego meglio: sono nata in una famiglia dove tutti i componenti hanno gli occhi scuri, tranne due, con il colore del cielo: Isolina, classe 1895, scrittrice, e me.
Decine di volte mi sono sentita ripetere che ho ereditato i suoi occhi ed è vero, posseggo una sua foto d’epoca dove, anche in bianco e nero, emerge lo sguardo trasparente che conosco.
Un segno?
Sono una sognatrice, sogno molto di notte, e anche di giorno purtroppo!, e sono, da sempre, una curiosa lettrice.
Negli anni ho scritto diari, lettere speciali, poesie e racconti che ho letto solo io e ho abbandonato in un cassetto.
Una notte  mi è apparso in sogno un amico che vive lontano ma a cui sono legata da profondo affetto e che diceva convinto: – Scrivi, scrivi – indicandomi una scrivania.
-Sì, va bene, scriverò, ma cosa?
Non ha terminato il messaggio, nessuna indicazione.
Ci ho pensato un bel po’ a quel sogno.
Mesi dopo, al bar dove di solito inizio la giornata con caffè e una fragrante brioche, ho incontrato una conoscente, scrittrice affermata.
Parlando del suo ultimo libro mi ha informata che stava per iniziare un corso di scrittura tenuto da lei, poteva interessarmi? Certo! Mi sono iscritta e ho partecipato, con grande interesse.
Grazie alla sua scuola, alla sua capacità di riconoscere in me un talento anche se ancora in erba, alla sua amicizia, alla sua costanza nel riprendermi negli errori e correggermi con sensibilità e rispetto, la passione per la scrittura “seria” mi ha conquistata. Ho imparato molto, sotto il suo costante incoraggiamento e non sono mancati scambi di pareri non condivisi ma utili. Se fosse stata un’insegnante meno sensibile sono certa non sarei diventata quello che sono.
Ho potuto terminare il mio primo racconto iniziato e mai completato, l’ho inviato a un concorso letterario senza aspettative e ha vinto il primo premio per la narrativa.
Incoraggiata dagli eventi ho continuato a partecipare a corsi di scrittura e a scrivere, ho ottenuto premi, pubblicazioni, menzioni d’onore; per me una gioia infinita, indescrivibile.
Nel 2012 ho ricevuto una prima proposta da un editore locale, non mi sentivo pronta e, a fatica, l’ho rifiutata.
Ho continuato a lavorare, a cercare una scrittura più accurata e nel 2013 ho dato vita a un mio progetto realizzando un piccolo libro da cui è stata tratta una pièce teatrale contro la violenza sulle donne, nel titolo c’è la parola “ karma”, un altro segno ?
Grazie alla Delos, il 21 ottobre è uscito un ebook con un mio nuovo racconto breve, “Sveva”, che ha raggiunto il secondo posto nella classifica dei TOP 100 , i più venduti su Amazon, e la mia felicità è salita alla stelle.
Vivo momenti magici, non ci sto con la testa e continuo a chiedere se tutto questo è davvero per me.

Per leggere il romanzo di Stefania cliccate qui  http://www.amazon.it/Sveva-Passioni-Romantiche-Stefania-Fiorin-ebook/dp/B00OMG7R6S

Quel che resta del Premio Marcelli.

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di Coralba Capuani

Chissà a quanti lettori sarà capitato di partecipare a un concorso letterario, di arrivare perfino tra i finalisti, di sperarci e invece sbam! Portone sbattuto in faccia per l’ennesima volta.

E allora a questo punto che si fa? Ci si può abbattere e iniziare a cospargersi il capo di cenere: mea culpa mea maxima culpa, che tradotto sarebbe: “vuoi vedere che il problema sono io e che non sono proprio capace?”. Oppure ci si può ribellare al giudizio della “giuria caprona e corrotta”, che tanto quelli chi sono e chi li ha visti mai e che caspita ci capiscono di Letteratura con la elle maiuscola e che, comunque, pure i grandi geni sono stati bocciati e quindi figurati se vanno a capire il messaggio intrinseco ed estrinseco del plot dell’intreccio che poi il flusso di coscienza unito al realismo magico alla Màrquez e che non l’avete riconosciuto?

E poi ci sono quelli che la prendono con la filosofia “viacolventesca” del domani è un altro giorno. Ma ci sono altri, pochi, che da veri scrittori come ti ribaltano la situazione? Facile, scrivendo un racconto, no? E magari tra le righe e un po’ velata – mica tanto – ci mettono pure la loro dolce vendetta. Questo è proprio quello che accaduto ad Antonio, un ragazzo che ho conosciuto tramite le pagine di Facebook perché abbiamo partecipato entrambi al Premio Letterario Nazionale Cinquantesimo Marcelli. In realtà eravamo entrambi presenti alla premiazione ma non ci siamo incontrati, ma questa è un’altra storia…

Credo di poter affermare che il racconto di Antonio sia nato come scherzo innocente, una piccola burla che prende in giro la seriosità dei vari concorsoni letterari. E così vorrei che la leggeste anche voi, che nessuno se la prenda, insomma, per quello che troverà scritto perché, vi avverto, avere a che fare con  uno scrittore è come vivere con un registratore sempre acceso, non sapete mai quando il nastro verrà usato contro di voi!

Il Cinquantesimo Marcelli

di Antonio Milicia (2014)

Il primo segno sbagliato fu la stretta di mano del Marcelli.

Non era quella stretta salda e vigorosa che ti saresti aspettato da un uomo che si presentava all’apparenza così vitale.

Eppure tutti o quasi ebbero quella stessa vuota sensazione.

Era una stretta davvero poco stretta, subdola.

Sfuggente.

La sua mano era fredda e scivolava via subito, come un pesce furbo che non voleva farsi afferrare.

Quello fu il primo segno.

Anton però non lo colse. Perché a lui la mano il Marcelli la dette come si deve. La piantò ferma nella sua e lo guardò dritto negli occhi, aprendo il sorriso come una cerniera.

Non fu un caso però.

Anton si guardò intorno, e la sala lo circondò con la normalità del suo carico di speranze e aspirazioni, piantate su gambe così così.

Per la premiazione del concorso indetto per il suo Cinquantesimo il Marcelli aveva pensato in grande.

La location era a posto, gli ospiti e tutto quanto il resto.

Adesso Anton cercava di riconoscere qualche viso tra quelli visti su Facebook, ma non era facile. Molto meglio andarsi a sedere ed aspettare che qualcuno riconoscesse lui.

Vide Caterina, o la forse Caterina, tagliare la sala affiancata da un’altra donna, e la arpionò con un saluto accennato.

Era lei, e il suo fu il secondo sorriso del pomeriggio.

Il Marcelli aveva una pistola carica in tasca, duecento colpi nella sacca appesantita che aveva lasciato vicino al tavolo dell’accoglienza ed un piano folle in testa.

Detto così chissà cosa sembrava.

Ma era anche un uomo disperato.

Appena riconobbe Anton si rianimò di un pelo. Aveva fatto e detto di tutto per convincerlo a venire, ed era riuscito a solleticare la sua vanità giocando sul narcisismo che qualunque scrittore possiede.

Perché Anton era uno scrittore che sapeva come far scendere il lettore nel pozzo buio delle proprie angosce. Ne aveva avuto la dolorosa prova leggendo il suo Contrada, che come uno scalpello ben manovrato gli aveva graffiato le poche notti che aveva dedicato a quel manoscritto.

Anton era quello giusto, lo aveva capito subito.

Gli altri invece: già, gli altri. Era tutto scritto ormai. Chi vince, chi perde, le musiche, i canti, i balli. Le belle parole.

La cena.

La cena arrivò che la fame già bussava maleducatamente.

Nei tavoli del buffet si confusero presto la gioia dei vincitori e la delusione dei perdenti.

Anton aveva perso. Alla grande.

Caterina era andata via e lui non era riuscito neanche a salutarla. Per fortuna era riuscito a incontrare Lily.

Era stato difficile riconoscerla però. Solo le donne riescono ad essere così diverse pur restando uguali. Specialmente quelle belle come lei.

Si sedettero allo stesso tavolo, per appuntare un’amicizia dai contorni incerti, subito cementata dalla comune antipatia per il pesce.

Franca invece lo intercettò di ritorno dal primo giro di buffet, foderata in un abito da dea greca che ne esaltava la femminilità tutta calabrese.

Per un attimo riuscì anche a tirare Trapanese per la giacca e borbottargli qualche complimento, strappandogli un sorriso nella cornice della sua simpatica barba.

Seduti di fronte a loro, nello stesso tavolo, Andrea e Francesca. Lei, dolcissima, con gli occhi da sognatrice, raccontò loro del suo romanzo “particolare”, mentre il Marcelli faceva il giro dei tavoli, felice e tronfio per il successo della serata. Sarà stata una sensazione, ma più di una volta Anton ebbe l’impressione di avere i suoi occhi addosso.

Poi le cose cominciarono a cambiare.

Forse era la chimica nell’aria, ormai già satura di tossine, forse.

Francesca si sporse verso Andrea. Per baciarlo pensò Anton.

Ma era un bacio di morte. Gli portò via con un morso appassionato un largo brandello di carne dal collo. Nel varco rosso che si aprì una arteria recisa cominciò a gorgogliare.

Francesca non si fermò. E come lei tanti altri.

La sala si divise subito in cacciatori insaziabili e prede urlanti. Non si capiva bene quale fosse la regola che li distingueva. Anzi, forse ce n’era una: quella scivolosa del sangue che alla fine copriva ogni cosa.

Molti tentarono di scappare via. Ma era come in un film horror di serie B ormai, e qualcuno aveva sbarrato le porte.

Si capì presto quale fosse la nuova specialità della casa che più di ogni altra cosa piaceva gustare ai cacciatori.

Bloccavano in gruppi le prede per terra e con le mani nude strappavano loro la morbida carne del ventre per estrarre gli intestini e divorarli avidamente.

Presto la sala perse ogni traccia di umanità.

Anton e Lily si trovarono entrambi nel ruolo delle prede. Lui reagì subito però: a furia di ingerire orrore ne aveva assimilato gli schemi, e presa per mano Lily corse verso l’uscita, ma non fu una sorpresa trovarla sbarrata.

Si rifugiarono nei bagni vicino all’ingresso, e dalla sala sentivano provenire degli schiocchi, confusi in mezzo alle urla, che però si facevano via via sempre più vicini, mentre le urla piano piano diminuivano di intensità.

Lily piangeva invocando i propri figli, ma Anton non aveva modo di poterla tranquillizzare. Le disse però che soltanto evitando di fare rumore potevano salvarsi, come aveva imparato dai numerosi film sui morti viventi.

Perché di quello si trattava. Morti viventi.

Poi a poco a poco calò un silenzio innaturale. Ma non si illusero.

Sentirono aprirsi violentemente la porta dei bagni. Qualcuno entrò.

Appena la videro capirono subito che la sorte si presentava ancora una volta con la sua estrema ironia.

La vincitrice del concorso, trasformata in una affamata ed ansante maschera di sangue, emise un ringhio selvaggio nel vederli e si lanciò contro di loro con le mani ad artiglio.

La sua fu una parabola fatale, interrotta da uno schiocco secco che le fece esplodere il cervello.

Loro due non capirono. Poi entrò anche lui, con la pistola rovente in mano e la sacca nera a tracolla.

Siamo salvi. Si dissero. Ma era vero a metà.

L’uomo alzò la mano con la pistola e sparò in piena fronte a Lily. La sua bellezza si trasformò presto in un fiore rosso.

Anton pensò che il prossimo colpo sarebbe stato per lui.

Vuoto nella testa. Non lasciò nessun pensiero da colpire dietro la sua fronte.

Il Marcelli abbassò l’arma.

«Come ti senti Anton?»

«»

«Tra poco arriveranno i soccorsi, ma avrò bisogno di te, adesso, ed anche poi…»

«Sei pazzo.»

«Assolutamente si, ma non pazzo. Disperato e tu mi devi aiutare.»

«Io?»

«Tu. Hai visto quello che è successo… lo hai vissuto anzi. Adesso lo puoi scrivere in un libro.»

«Io? Che significa tutto questo?»

«Nel pesce c’era diluita una droga micidiale, che trasforma per qualche ora una persona in un cannibale senza freni. È assolutamente proibita, ma non era serata da farsi scrupoli…  tu me lo avevi scritto su Facebook che non mangi pesce, ero sicuro che saresti rimasto lucido.»

«Ma cosa vuoi da me?»

«Semplicemente che tu scriva un libro su tutto quello che è successo, a modo tuo, tu sei l’unico sopravvissuto, oltre me ovviamente. Ti rendi conto che sarà un best seller mondiale?»

Anton tremava ma cominciava a capire.

«Vedi… le cose stanno andando male ormai da qualche anno, la mia casa Editrice è ormai destinata al fallimento, non ci sono speranze per la piccola editoria, a meno che… non si faccia il salto di qualità, e tu rappresenti questo salto per me. Ho impegnato tutte le mie risorse personali ormai, e i miei ultimi sforzi li ho dedicati a questo concorso. »

«Ma non capisco… e la vincitrice del concorso?»

La risata stridula del Marcelli risuonò in mezzo ai lavabi con una nota quasi isterica. Faticò a riprendersi.

«Anton… Anton… ma tu davvero credi che con un romanzetto storico io possa salvare la baracca? La gente vuole tre cose ormai: sesso, sangue o soldi. Tu il sangue lo sai dare, eccome, e me l’hai dimostrato con il manoscritto che mi hai mandato. E adesso scriverai questa storia col sangue: il resoconto di una strage che la gente farà a pugni per acquistare. Tu diventerai famoso, e io mi rimetto in piedi, che ne dici? Lo facciamo l’accordo? Hai poco tempo per decidere, tra poco loro arriveranno, e la storia che gli racconterò funzionerà solo se tu dichiarerai quello che tra poco ti dirò, altrimenti, beh, mi dispiace, ma non  potrò permettermi di lasciarti vivo.»

La mano ammonitrice del Marcelli cominciò a sollevarsi, e la pistola restò a mezz’aria, sospesa nell’incredibile, congelata nell’attimo fuggente che Anton impiegò per decidere.

 

Fine

#unlibroèunlibro POLLICE VERSO PER UN’ITALIA PIU’ EQUA.

pollice verso

di Monica Bauletti

E daje ce risemo!

Italia, Italia e Italia mia!

Italia dei controsensi, dei tanti metri per una sola misura, delle discriminazioni, delle assurdità.

Viva l’Italia diceva Francesco de Gregori nel lontano 1979

“l’Italia derubata e colpita al cuore…l’Italia che non muore…Viva l’Italia presa a tradimento… l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento…l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura… Italia

l’Italia che non ha paura…l’Italia metà giardino e metà galera…l’Italia tutta intera… l’Italia che lavora…l’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora…l’Italia metà dovere e metà fortuna… l’Italia con le bandiere…l’Italia nuda come sempre…l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste… l’Italia che resiste”

Lo diceva nel 1979.

No! Non è possibile, dai che mi sbaglio. Al massimo l’avrà detto qualche giorno fa. Va be’ facciamo pure qualche anno fa, ma di certo non decenni, come sarebbe possibile? Stiamo addirittura parlando del secolo scorso! Vorrebbe dire che in 35 anni non è mai cambiato nulla?

Ahimè! Non mi sto sbagliando. È tutto vero, ma è solo perché noi siamo attaccati alle tradizioni e non vogliamo che le belle abitudini si perdano. Già, dobbiamo mantenere sempre vivi i vizi e stravizi che ci caratterizzano. Oggi sul web, Twitter in particolare impazza, si parla di ILLOGICA, di CONTROSENSO, di CONTRADDIZIONE e la domanda è:

Per quale motivo sui libri si applica l’IVA in base al formato di divulgazione?

La legge impone IVA al 22% sul formato digitale: eBook e invece IVA al 4% sul cartaceo.

Perché?

E chi ce lo spiega? Nessuna logica può dare una risposta soddisfacente. Un romanzo, una storia, un libro non cambia se il supporto è diverso. La genesi è sempre la stessa, il contenuto rimane identico. Eppure la legge, difronte alla quale siamo tutti uguali, non riconosce l’uguaglianza di un’idea se diffusa in modo diverso. È come se il latte che è tassato al 4% dovesse scontare l’IVA  al 22% se lo andate a prendere in macchina piuttosto che a piedi!

Oh mio Dio! E chi lo dice a Gianni Morandi?

No, per carità, mandate le vostre figlie a prendere il latte sempre a piedi altrimenti se il fisco lo viene a sapere va a finire che aumenta l’aliquota?

Oggi è in discussione l’argomento e tutte le case editrici si sono unite per sensibilizzare l’opinione pubblica invitando tutti a postare un autoscatto con il pollice verso in segno di protesta.

Se volete potete aderire #unlibroèunlibro twittate e postate la vostra foto va bene anche su Facebook.

Bene, forse ce la faremo anche noi a dire VIVA L’ITALIA

Lascia o raddoppia?

lascia

di Coralba Capuani

Si dice parmigiano o parmiggiano? Sì, secondo il dizionario sicuramente la prima definizione è quella corretta, ma vaglielo un po’ a spiegare a uno del sud che sulla sua bella pasta unticcia ci vuole il parmigiano con una gi?

Cheeee?, ti dirà, ma mica posso mettere quella parola scipita sui miei bucatini?

E che possiamo dargli torto? Non sentite quanto è più “goduriosa” la parola con due ggi?

Ma se l’italiano è di parte quando si tratta di magna’, certo non possiamo dargli per buono altri errori non dettati dalla “panza”, come ad esempio sopratutto, soprattuto o, peggio, sopratuto! Qui sì che ci vuole coraggio e bisogna raddoppiare.

Poi ci sono anche gli esterofili, quelli cioè che amano a tal punto gli stranieri da imitarne adiritura gli erori, tipo quelli che ho apena fato.

Ma ci sono anche gli ignoranti duri e puri, quelli che sono sempre nel dubio e non ci azecano proppio mai.

Eh, la fatte faccile voi istruitti, ma se io non sono studiatto mica è collppa mia?

Sì, vabbè caro, non sarà forse colpa tua ma datti una regolata con gli errori perché i verbi non sono argomento di questa lezione, ok?

Interviste marzulliane ad Antonia Serranò.

foto antonia

di Monica Bauletti

Carissimi tutti, oggi vi presento una scrittrice che ha esordito con un fantasy, “L’Undicesimo maestro”, edito da Libro/mania, il suo nome è Antonia Serranò.

Antonia Serranò  vive a Melito Porto Salvo in provincia di Reggio Calabria,  col marito e due figlie che lei definisce diavoletti. Di professione fa l’insegnate di lettere.

Giovane donna, moglie, madre, insegnante dunque. Ma dico io: per dare sfogo all’istinto materno insito in ogni donna aveva proprio bisogno di un carico del genere? Un marito, due figlie e un’intera classe di alunni? Va be’. Andiamo a veder come compensa lo stress da madre a 360° e 365 giorni all’anno.

La nostra scrittrice ha pubblicato un romanzo che ho letto e che mi è piaciuto moltissimo L’Undicesimo maestro appunto, come ho detto sopra.

http://www.amazon.it/LUndicesimo-Maestro-Antonia-Serran%C3%B2-ebook/dp/B00JALCQGQ/

E daje, direte voi, ma questa ce l’ha per vizio. No, no, aspettate, non fatevi ingannare dal titolo non si parla né di scuola né di alunni, qua si parla di un eroe di un uomo con la U maiuscola un certo Yanagar, uno figo per davvero con un fascino che a trovarlo si salvi chi può! Ma parliamo con l’autrice e chiediamole come è nato questo personaggio.

 

Antonia: Ho inventato Yanagar perché avevo già in mente i cattivi (mi piace far le cose al contrario!). Mi serviva l’eroe forte e valoroso. Già che c’ero, ho voluto esagerare e l’ho ideato “bello e impossibile”!

Già, è davvero bello e impossibile, lo definirei uno scorpione per le affinità caratteriali.

Continuiamo a parlare di questo personaggio. Fisicamente è molto bello, giovane e dinamico, ma ha una forza interiore che nasconde un segreto. Nel primo romanzo della saga si parla di un dramma che ha costretto il personaggio a crescere in fretta e a misurarsi con forze sconosciute usando l’astuzia più che la forza fisica, ma sembra che ci sia altro e che l’evento scatenante mascheri qualche dramma più profondo. Cara Antonia, ci svelerai nei prossimi episodi il dramma profondo che Yanagar porta nel cuore? Oppure da bravo scorpione il nostro eroe terrà nascosto il suo dolore lasciando tutte noi, languide, in una insaziabile curiosità?

Antonia: Cara Monica, visto che a Niquam non ci sono i nostri segni zodiacali, credo proprio che scoprirete molto su Yanagar nei prossimi volumi della saga!

Dai! dacci qualche anticipazione.

Antonia: Nei primi capitoli del secondo libro ci saranno delle novità sulla relazione tra Yanagar e Maila.

Bene! Prevedo faville, fuochi e fiamme. Maila mi ricorda molto una Gemellina, Zodiacalmente parlando. Invece restando in tema, Dedris (Altro personaggio femminile molto affascinante) la vedo Vergine con ascendente Leone. Va be, lasciamo ai nostri lettori la soddisfazione di scoprire gli intrighi in solitaria lettura e passiamo oltre. Ora dicci perchè non hai letto il romanzo ai tuoi alunni.

Antonia: Perchè all’inizio doveva essere un racconto strutturato per insegnare meglio determinati argomenti, poi quello che scrivevo ha preso un’altra strada e, una volta pubblicato, non ho ritenuto eticamente corretto proporlo loro.

Complimenti! La tua rettitudine morale ti fa onore ed emerge forte e chiara, assieme al tuo senso etico, dalle pagine del romanzo. Allora adesso devo chiederti qualcosa che ti renda ‘umana’ ai nostri occhi, parlaci di quali sono le trasgressioni che ti concedi o, nel tuo intimo che cosa sogni di fare in futuro, insomma un pensiero che tieni nel cassetto tra i tanti manoscritti che ancora non hai pubblicato.

Antonia: Monica, se per trasgressioni intendi dormire una mattinata intera posso anche risponderti, per il resto la mia vita è piatta come una sogliola sfilettata. Vita sociale attualmente pari a zero. Potrei parlare di vita asociale! Conto di riprendermi appena le bambine saranno cresciute.

Così vai a sfatare in modo molto brusco l’immagine fantastica sulla mondanità che spesso è attribuita agli scrittori. Già care lettrici e cari lettori, perché l’editoria moderna è fatta di persone comuni che per vivere devono lavorare e lavorare tanto, ma la passione per la scrittura, quella vera, sacrifica tutto ma non la fantasia e quando la spinta creativa prende non c’è ostacolo che tenga o trattenga. Allora Antonia dicci come sfocia in te la spinta creativa, parlaci un po’ delle tue personali emozioni e di ciò che fai quando la smania di scrivere ti prende?

Antonia: Da sfegatata fan della tecnologia qual sono, ho ancora un cellulare a tasti sul cui blocco note cerco di riprodurre con le parole le immagini che creo nella mente. Alle volte arrivano improvvise e son capace di scrivere 40000 battute in un giorno, altre volte fanno fatica a emergere.

Ora per rispettare il cliché del buon Marzullo devo chiederti: Fatti una domanda e datti una risposta.

Antonia: Hai mai pensato di scrivere altro oltre al fantasy?  Idee e qualche tentativo ci sono, ma ti farò sapere se ci sarà qualcosa di nuovo.

Ebbene aspetteremo con ansia tue nuove edizioni. Tanto sappiamo che chi è ammalato di scrittura non guarisce mai e presto troveremo altri romanzi da leggere e da gustare. Grazie Antonia per la disponibilità e grazie ai lettori che ci seguono.

Buone letture a tutti voi.

Dove seguire Antonia: http://libromania.net/it/l-undicesimo-maestro-antonia-serrano

IL CACCIATORE DI “MI PIACE”.

mi piace

di Monica Bauletti

In questo mondo di comunicazione globale tutti dicono tutto su tutto e spesso a sproposito.

Il sapere e la conoscenza davvero non hanno più alcun valore? Quello che conta è solo far sentire la propria voce? Il mondo deve sapere a tutti i costi che ci siamo!

Esistere vuol dire: ho il mio nome sul tuo post!

Scusate la franchezza, ma chi se ne frega!

No, non è vero, siamo tutti contenti di sentire le opinioni di tutti ed è giusto così. Dite, scrivete, discutete, confrontatevi. Tutto serve per crescere e per crescere bene, ma allora se proprio vogliamo migliorare e trarre vantaggio da tutto questo comunicare dobbiamo farlo bene. Non buttiamo commenti a vanvera solo per avere consensi, per collezionare i “mi piace”. I mi piace fanno sempre piacere ma se sono spontanei non se sono estorti, quindi, amici cari, correggiamo certi piccoli vizi e sforziamoci di uscire dai luoghi comuni, diventiamo creativi e scriviamo quello che pensiamo veramente in modo chiaro e inequivocabile.

Insomma evitiamo di cadere vittime del cacciatore di ‘mi piace’, malato fobico di notorietà digitale. Lui è spesso mutante, cambia forma e i metodi subdoli e ambigui rischiano di danneggiare l’armonia globale diffondendo malcontento e cattiverie gratuite.

Questa nuova malattia si manifesta in vari modi, i sintomi e gli effetti sono vari anche se riconducibili allo stesso ceppo virale. E sì cari amici perché purtroppo trattasi spesso di malattia contagiosa e non c’è difesa immunitaria che tenga, come ho già detto il virus è mutante e, almeno una volta, si rischia di restar contagiati, poi c’è chi guarisce e diventa immune, ma ci sono altri che non guariscono più e i sintomi diventano cronici.

Ora, con questa nuova rubrica vorremmo invitarvi a scovare gli infetti e i portatori sani. Facciamo dunque un’opera sociale di sanità mettendo in evidenza i sintomi in modo da circoscrivere il contagio e aiutare gli ammalti a curarsi.  Cercheremo di scoprire come riconoscere il soggetto infetto e di trovare il modo per annullare gli effetti della malattia nonché aiutare il posseduto a liberarsi del mutante.

Seguendo le conversazioni sui social, all’interno dei gruppi, sui post che pubblicate, in quelli di amici o altre pagine vi sarà capitato chissà quante volte di assistere a battibecchi con vere e proprie aggressioni verbali. Sfoghi di una cattiveria incomprensibile che ricordano episodi assatanati di Emily Rose posseduta da Pazuzu. Tutti si aspettano che i toni si smorzino e tutto finisca in una risata collettiva invece si inaspriscono sempre più. A nulla serve cercare di sdrammatizzare o cambiare discorso, ormai l’invasato deve completare lo sfogo. In queste circostanze consigliamo di abbandonare la conversazione, non sarà possibile far rinsavire l’infetto per riportarlo alla ragione, non ammetterà mai di aver sbagliato e continuerà all’infinito.

Quindi state alla larga, nessun esorcismo è efficace in questi casi l’importante è non lasciarsi coinvolgere, se lo ignorate prima o poi il posseduto si smonta e voi non subirete danni permanenti.

Bene la prima lezione finisce qui, lasciamo spazio ai vostri commenti e alle vostre testimonianze se le vorrete condividere.

La prossima volta parleremo del “Cecchino inconcludente”.

Seguiranno “Le frasi celebri” – “le parole ricorrenti” e poi potremmo approfondire quello che vorrete segnalarci.

Buona caccia.

Le disavventure di una precaria-scrittrice: Cecile Bertod.

foto Cecilie

C’era una volta Biancaneve, no…

C’ero una volta io, circa un anno fa, con in mano un plico di quasi seicento pagine stampate, convinta di essere la prossima Terry Brooks della situazione solo perché ero riuscita a terminare quel dannato fantasy che mi portavo dietro più o meno dalle medie. Sostenevo con tutti di essere destinata a diventare una scrittrice famosa (nota bene: non una scrittrice, ma una scrittrice famosa!), perché nata a quattrocentoquarantaquattro anni da Shakespere, che come me è venuto al mondo il 23 aprile, quarto mese dell’anno quindi quattro volte quattro, porto due, fratto tempo impiegato per consumare un pacco di Ringo, tolto il biscottino bianco che non mi piace e… e questa non può assolutamente essere una coincidenza fortuita, no? Cioè, che razza di coincidenza del cavolo sarebbe?

Ecco, io e le mie pie illusioni!

Ero convinta, ma proprio convinta, poi faccio bene i conti e scopro di aver letto male le date, dimostrando non solo la mia ignoranza, ma anche la mia scarsa attenzione durante le lezioni di letteratura e a quel punto, direte voi, che succede? Succede che mi resta in mano il plico e la certezza di dover continuare gli studi per potermi trovare finalmente un lavoro serio, perché la cultura non paga, figuriamoci il fantasy e figuriamoci, tra i fantasy, un fantasy scritto da me! Il punto è che a trent’anni hai finito. Puoi mai riscriverti all’università per la terza volta? Che tipo non bastano due lauree per finire in un grande magazzino a fare la commessa?

Ehm… No, non bastano. Soprattutto se le due lauree sopra hanno scritto a caratteri cubitali “lettere”. E’ un po’ lo spauracchio dei datori di lavoro: cosa? Lettere? No, mi spiace, ho fatto la vaccinazione a giugno.

Beh, puoi sempre metterti in proprio. Aprire un ristorante, un bar per scambisti, ma ce li hai almeno cinquantamila euro per far partire la cosa? No, niente. E dunque questo, ricomincio a fare la restauratrice senza nulla da restaurare e attendo che dall’alto delle mille CE a cui ho spedito il manoscritto arrivi comunque una comunicazione, un messaggio, un qualcosa che giustifichi tante ore spese davanti ad un computer a battere e ribattere avverbi, aggettivi e imprecazioni. In realtà non sono stata poi così sfortunata. C’è gente che aspetta un anno, altri tutta la vita. A me è successo tutto con una velocità quasi allarmante. La prima, per dire, mi è arrivata subito, mi chiedevano mille euro. La seconda un po’ di più. La terza addirittura quattromila e allora mi sono gasata, perché dall’alto del mio ottimismo, più mi chiedevano per pubblicare, più doveva valere il mio lavoro, no? Non fa una piega. Solo che tutti quei soldi non li avevo, anche perché noi restauratori, per chi non lo sapesse, lavoriamo principalmente per la gloria. Sì. Quando chiedi all’impresa che ti ha assunta quanto intende pagarti, fanno stranissime facce. Ti squadrano dall’alto in basso come fossi il più strisciante dei vermi striscianti e ti chiedono come osi essere così veniale da poter chiedere una retribuzione per le dodici ore giornaliere che passi su un trabattello molto mobile, anzi direi instabile, sette giorni su sette in chissà quale paese sperduto d’Italia, spaccandoti i polmoni con gli effluvi tossici dei solventi chimici. No. Che cazzo, almeno tu! Cioè, ti rendi conto che quella è arte, patrimonio dell’umanità? Capisci che è un tuo preciso dovere civico intervenire gratis, anzi, se hai qualcosa di soldi per anticipare gli stipendi agli operai che scaricano il materiale… Perché quelli no, quelli li pagano. Figuriamoci! Tu oseresti mai non pagare uno di due metri con due braccia grosse quanto un tronco di pino, la barba incolta e la scritta sulla maglietta “mamma si a vita mia” che ti fissa con le sopracciglia aggrottate mentre mastica rumorosamente una gomma? No. Lui lo paghi. A me “è un tuo dovere civico, patrimonio dell’umanità”. E allora ti chiedi, ma st’umanità ci pensa lei a pagarmi le bollette? Bella domanda. Fin ora non si è fatto avanti nessuno, ma non smetto di sperare. Ma che stavamo dicendo? A, già, sì, il libro. Ecco, dopo molti insuccessi e tentativi di truffa a mano più o meno armata, alla fine scopro il fantastico mondo self (e sto volutamente tagliando sul discorso “concorsi letterari”, perché lì si dovrebbe aprire un capitolo a parte!). Dicevo, scopro il mondo self e scopro Amazon. Un giorno a caso, così, navigando su Internet, con mio padre in sottofondo che continuava a sghignazzare perché io osavo ancora credere a quella assurda storia. Beh, lo scopro e decido di piazzare il mio libro e ricordo ancora la sensazione provata appena inserito. Io ero stra-arciconvinta che ecco, finalmente mi si era rivelato il cammino. IO STAVO PER DIVENTARE IL PROSSIMO FENOMENO EDITORIALE ITALIANO. Non c’erano “se” e “ma”. Io sentivo di essere lei, la nuova cinquanta sfumature bianco-azzurre all’italiana e avrei avuto una carrettata di soldi e con tutti quei soldi sarei andata da tutti i miei ex donatori di lavoro ad elencargli tutte le parolacce che conosco in ordine alfabetico, raggruppate per entità del danno augurato. Sì, c’ero. Ero lì ed ero pronta. Stava per accadere… Era solo una questione di minuti, poi è diventata di ore, poi ho deciso di essere ragionevole e ho iniziato a ponderare per il mensile, bimestrale e “Ma forse sarà un successo postumo”. Niente. Non avevo venduto neanche un libro. Com’era possibile? Doveva esserci un perché. La risposta l’ho trovata quando becco la classifica rosa e lì ho la seconda illuminazione della mia carriera, molto poco carriera, nel mondo self: non c’era il carciofo! Ecco, era tutto lì. Non avevo messo carciofi (o qualsiasi altro nomignolo attribuiate all’appendice retrattile che di norma condiziona ampiamente il pensiero medio maschile) in bella mostra, ma neanche nascosti. Che stupida che ero stata: scrivere un libro senza carciofi, quando sono la prima a nascondere harmony un po’ dovunque nella libreria, dietro enciclopedie, trattati mai letti sul fascismo italiano… Tsè, fantasy. Quando io per prima staziono ore al reparto rosa, nascondendo gli erotici tra i libri di Camilleri sperando di non essere beccata da nessuno mentre mi avvicino alla cassa. Sembro una di quelle che chiede i preservativi in farmacia, ho anche il mio repertorio di smorfiette “aumm aumm” per la commessa. E rosa sia! E carciofo sia e via libera a labbra umettate, capezzoli turgidi e spasimi d’amore in grande stile. Decisa a riprovarci un’ultima volta cambio genere, modo di scrivere e… E ci azzecco! Per la prima volta in vita mia imbrocco la strada giusta. Non so come, non so dove e dire che sono anche antipatica, ma riesco a creare un piccolo libricino non proprio indegno e… e inizio anche a vendere. Tra l’altro molto più di quanto avessi mai immaginato e ne approfitto, anzi, per ringraziare tutte le persone che mi hanno letta, davvero. Non ci credevo io, non ci credeva mio padre, non ci credeva neanche il mio psicologo!

Sì, lo ammetto, è stata una grandissima soddisfazione e, quando meno me l’aspettavo, alla fine è arrivata anche la CE e non l’ho neanche dovuta supplicare e, questi sono numeri!, non l’ho pagata io! Pura fantascienza!

E allora vai, allora ci sei. Bred Pitt tieniti libero perché stai per conoscermi! Robe così… che uno si aspetta cose grandi, immense, trombe al vento, rulli di tamburi e… E no, niente, ritorna tutto come prima per l’ennesima volta. Tu davanti al monitor che scrivi cazzate, i tuoi datori di lavoro che continuano a pensare che tu campi d’aria, Pompei che crolla, tua nonna che brontola, e dove hai messo i miei calzini? E porca miseria possibile che ho già finito il detersivo per i panni, da domani ci vestiamo tutti di carta! E niente. Sempre e inesorabilmente e ancora niente. La parola chiave è proprio quella: NIENTE! Forse tra un anno, magari due, i miei libri saranno in qualche libreria. Forse un passante ne noterà uno su una mensola polverosa di chissà dove e dirà: ma fammi vedere un po’ qua che c’è scritto! E per qualche minuto condividerà con te tutte quelle notti passate sveglia a sognare il principe azzurro nella tua stanzetta in subaffitto che non potrai mai permetterti senza l’aiuto dei tuoi, continuando a credere che un giorno sì, un giorno ci sarai anche tu su Wikipedia!

Per ora io sono a questo punto qui. Non so e non voglio sapere cosa accadrà domani. Troppo disfattista, ma una cosa ci tengo a dirla, e seria stavolta: scrivere me l’ha cambiata la vita. Davvero. Perché adesso continua a fare tutto sempre discretamente schifo, ma almeno ho trovato un mondo tutto mio dove ho le tette grosse, sono francese, ho almeno duecento uomini in fila sotto casa che aspettano con ansia decida di uscire con loro e in quel mondo fantastico i panni non si sporcano mai, i piatti si lavano da soli e Britney Spears pesa duecentoventi chili!

Di Cecile Bertod

Potete continuare a seguire le disavventure di Cecile (questa volta come scrittrice) su:

http://www.cecilebertod.it/

https://www.facebook.com/mycecilebertod?ref=hl

Nozze arcaiche o new style?

fedi_nuziali_gioiellidi Coralba Capuani

Ho riflettuto a lungo se scrivere o meno questo articolo perché penso che nella nostra società ci sia una sorta di ipocrisia che spinge le persone a non contestare quello che si ritiene quasi un’ovvietà, se non un dogma vero e proprio.  So che mi attirerò parecchie critiche, anche feroci, ma visto che il nostro vuole essere uno spazio libero, uno sguardo disincantato e ironico sugli aspetti più disparati, anche quelli più seri, mi sono detta echissenefrega! Sì, proprio echissenefrega tutto attaccato. Io mi limito a esprimere la mia opinione o, meglio, le mie personalissime riflessioni, e che nessuno si senta offeso perché non è certo mia intenzione mancare di rispetto o ferire i sentimenti di chicchessia.

Parto da un argomento di cui si è molto discusso in questi giorni, vale a dire le unioni omosessuali.

Ora, dico io, con tutti i problemi che sta passando il nostro paese ma vi pare che uno possa star lì a preoccuparsi di regolarizzare i matrimoni gay celebrati all’estero o, addirittura, pensare di creare una legge ad hoc?

Ecco, già sento i fischi, le pernacchie e gli insulti tipo razzista, sessista, omofoba e chi più ne ha più ne metta. Ma no, io parlo di cose terra terra, di cose pragmatiche, che volete che me ne freghi se vi sposate o no (basta che non mi invitiate che non ho nulla da mettermi), io dico solo che ci sarebbero problemi un pochino, ma giusto un cincinino più gravi. Quali? Beh, tanto per cominciare la disoccupazione, e poi le fabbriche e i negozi decimati dalla crisi e così via.

E lo so, a questo punto potreste dire pure voi echissenefrega (e se lo dici tu, e pure tutto attaccato, e che noi no?). Eh, lo so che magari non vi frega tanto di ‘ste cose visto che per sposarvi (beati voi!) siete andati pure all’estero (guardate, io se volessi non potrei farlo manco qui visto la penuria di “euri”).

Che poi, dico io, mò come vi è venuto in mente di sposarvi? Con questa crisi? Non ci pensate ai poveri invitati che oltre agli inviti dei matrimoni classici avranno il patema quando si ritroveranno pure la vostra partecipazione nella cassetta delle lettere? E non è cattiveria questa?

Che poi io non posso parlare di matrimonio che per me ha un’unica accezione, quella classico-arcaica: uomo + donna + matrimonio in chiesa = 9 mesi e bebè.

Embè, e che vuoi che ce ne freghi a noi?, starete pensando. E che volete che me ne freghi a me, ripeto ancora.

Ma vabbè su, non litighiamo proprio adesso che sta finendo l’articolo e poi mi tocca continuare a scrivere e la gente si scoccia e molla la lettura a metà.

E allora che si fa?

Niente, direi io, tenetevi il/la vostro/a partner così com’è, senza dovervi per forza sposare. Se volete delle tutele ok, ci sto, quelle sono cose vostre, io che c’entro? Ma siccome nessuno di voi rischia la tortura, l’impiccagione, l’affogamento e robe simili per aver scelto una persona del vostro sesso, allora unitevi sì, tutelatevi sì, ma non chiamatelo matrimonio. Fatelo almeno per noi iene-femministe-classico-arcaiche che crediamo ancora nelle favole dove i principi azzurri si sposavano (solo) quelle come noi.

Mini (s)consigli lezione 2. Quando si dice che non capisci un’acca!

foto acca

L’acca, questa sconosciuta perfida e subdola che si nasconde all’udito, sembrando un inutile vezzo grafico. E invece no, cari i miei scribacchini, l’acca, non lacca, ma elle apostrofo acca, quel simboletto che indica la presenza di un ospedale, eh, proprio quello, non potete neanche immaginare quanto sia fondamentale nella nostra lingua. E poi, a dirla tutta, non è proprio vero che non si sente, provate a leggere anno e hanno, notato la differenza?

Premesso che alla vostra veneranda età di scribacchianti dovreste conoscerne l’uso, magari rifacendovi alla famosa filastrocca che a tutti i nati del Novecento e rotti è stata ripetuta fino allo sfinimento: «Con are, ere, ire la mutina va a dormire». Che poi chi ha mai capito davvero cosa cavolo volesse dire ‘sta filastrocca, mah…  In ogni caso però non potete dire che la filastrocca l’hanno propinata in un periodo dell’hanno in cui voi eravate assenti o, peggio, che le vostre maestre non anno avuto la pazienza di insegnarvela.  E poi è inutile fare quelle smorfie e tutti quei bhe e mha, non ti servirà fare l’indiano mio caro scribacchiante! Anche perché, se non ricordo male, si tratta di sanscrito, l’antica lingua sempre di quella zona (prof. di glottologia perdonami…)

A meno che non siate di Pizzo Calabro e lì, allora, un po’ di ragione ve la potrei anche concedere, che poi valli a capire come facciano ‘sti calabresi ad aspirare le consonanti. Vabbè, penso che ha questo punto habbiate capito il ruolo fondamentale che la piccola mutina esercita nella nostra lingua, ma se proprio non l’havete capito ho siete dei tonti oppure di questa storia dell’are, ere, ire non o capito nulla neanch’io.

Mini (s)consigli lez.1. L’accento

errori-grammaticali-bussare-il-citofono

Chi ci ha seguito sa che nel precedente (s)consiglio, Non commettere errori sgrammaticati, ci eravamo ripromessi di proseguire l’articolo data la mole di errori comuni. Da oggi, quindi, Letterando inaugura una mini rubrica di (s)consigli grammaticali.

Iniziamo a mettere l’accento su alcuni punti, perché, come si sa, alcuni non ci pensano proprio mentre altri sembrano non poterne fare a meno. I primi percio potranno obiettare che pero non e mica vero, mentre i secondi diranno ché , invece, è proprio così, mà sè non vogliono ammetterlò và bene stesso. Ma vaglielo a spiegare ai primi che se loro scrivono pero a quegli altri viene subito l’acquolina in bocca pensando ai succosi frutti. Se poi quelli li dovessero prendere a parole e dir loro: «ue tè, che vuoi chi ti conosce?», gli altri potranno pure pensare che stanno sempre lì pronti a riempirsi la bocca; e prima l’albero di frutta e poi l’orientale bevanda, manco fossero dei viceré! E se poi dovessero sentirsi male? Che si fa, gli si chiede di dire trentatré?

E vabbè, mal che vada gli si da un digestivo al di finché finalmente non diranno ché si, il mal di pancia è finalmente passato. E meno male perche non si voleva mica attirare l’attenzione su di se, ne finire la. Ma come la dove? Li, no? Laggiu insomma….

Visita a un museo non museo

Heming

di Monica Bauletti

Qualche settimana fa ho letto la notizia che a Bassano del Grappa c’è il museo di Hemingway e della grande guerra e io che abito a Padova, io che sono una lettrice incallita, io che amo la letteratura del secolo scorso, io che mi esalto tra libri e generi letterari originali, non lo sapevo!!! E ancor peggio, tutte le volte che sono andata a Bassano non ho mai avuto notizia di questo museo! Dovevo andare al più presto e quindi sacrifico una delle poche domeniche di sole di questa triste estate e vado. Vado a trovare il beniamino della letteratura internazionale. L’uomo che ha ottenuto la medaglia della stella di bronzo conferita per atti di eroismo, di merito e di servizio in zona di combattimento. Un uomo che ha vissuto con intensa partecipazione ogni evento del suo tempo. Presente dove il malcontento sfogava in conflitti e dove l’onore non chinava il capo alla prepotenza del potere illegittimo. Un uomo che ha sposato quattro donne innamorate. L’autore che, quando i premi avevano ancora il sapore di premio, ha vinto Il Pulitzer per la narrativa (1953 con “Il vecchio e il mare”) e (1954) il Nobel per la letteratura. Scusate, sto parlando di un premio Nobel per la letteratura!

Un museo a Bassano dedicato a questo grande letterato. Mica da tutti, no?

Premetto che sono contenta di essere andata, ma la delusione è stata grande. Il biglietto di ingresso di € 5,00 mi ha permesso di vedere un filmato ben descritto accompagnato da musiche gradevoli nel quale si racconta la vita di Hemingway, la stessa che trovo in qualsiasi enciclopedia, ma in questo caso c’era anche la colonna sonora e non ho dovuto faticare a leggere perché una voce mi diceva tutto quello che si sa dell’autore. Poi ho potuto visitare altre due stanze dove alle pareti c’erano dei poster che descrivevano alcuni passi delle guerre con riferimenti alla presenza del nostro amato autore, il tutto corredato da foto e da brani e articoli scritti dallo stesso. Gli unici reperti erano alcune prime edizioni dei libri pubblicati e altre raccolte. Ora, questa è la definizione di museo secondo la Treccani:

«Raccolta di opere d’arte, di oggetti, di reperti di valore e interesse storico-scientifico. I musei rientrano, insieme alle biblioteche, agli archivi, alle aree e parchi archeologici e ai complessi monumentali, tra gli istituti e luoghi di cultura. In particolare, l’ICOM (International committee for museology dell’International council of museums) ha definito il museo “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano testimonianze materiali dell’umanità e del suo ambiente: le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educativi e diletto”».

Chiamare museo questo luogo dedicato al famoso scrittore mi pare decisamente un’ambizione esagerata. Se almeno mi avessero permesso di visitare il resto della villa e il parco in modo da poter vedere dove ha soggiornato l’autore durante la permanenza a Bassano, forse la visita sarebbe stata più gradevole, invece l’accesso era consentito solo alle poche stanze del seminterrato, umide e spoglie. Va be’ prendiamolo come un omaggio che Bassano, città ospitante, ha voluto fare al grande autore, un gesto di gratitudine per i racconti e romanzi che ha dedicato all’Italia, pace all’anima sua e che non veda gli spazi angusti, umidicci e ridotti che gli hanno dedicato e soprattutto che non veda come viene sfruttata la sua immagine.

Grazie Hemingway per esserci stato, per avere amato la nostra piccola e scalcinata nazione, per averci lasciato opere favolose, per non aver mai smesso di scrivere dimostrandoci che quando si ha una dote non si può non sfruttarla, non si può reprimerla, non si può tenerla nascosta con egoismo, ma bisogna liberare i pensieri e donarli a tutti.

Ehi, attenzione, ho detto: “quando si ha una dote” non quando ci si mette in testa di averla a tutti i costi, in questo caso i pensieri è meglio tenerseli per sé.

Intervista semiseria con Donatella Perullo

Donatella foto

«Ciao Donatella, benvenuta sul nostro blog, vorresti  descriverci la tua vita da autrice dando anche consigli a chi volesse intraprendere questa strada?»

«Ciao Letterando, lo faccio con vero piacere. Descriverò la mia giornata dal mattino: mi alzo presto, in genere a svegliare me e mio marito è una delle cameriere che ci serve la colazione a letto. Spalanca le tende permettendo alla luce del sole di invadere la stanza e a me di godere della vista del magnifico giardino che circonda la villa. Dopo una lunga passeggiata tra gli alberi insieme ai miei levrieri afgani e una doccia rigeneratrice, consulto Agenore, che tiene sotto controllo le royalty che quotidianamente mi fruttano le vendite dei miei best seller e mi fa il punto sugli investimenti da fare. Alle nove sento l’agente e impartisco ordini alla cuoca per il pranzo, dopo di che mi reco nello studio progettato dallo stesso architetto che ha curato il design di quello del mio amico Stephen (per voi comuni mortali Stephen King ndr) e chiudo la fatidica porta che mi permette di isolarmi dal mondo e ottenere la concentrazione necessaria a “creare”. Dopo quattro o cinque ore di lavoro indefesso – tempo che varia in base all’ispirazione – lascio lo studio e mi reco in sala da pranzo dove incontro la mia famiglia, do una pacca amorevole a mia figlia, tornata per le vacanze dalla lussuosa università inglese, e un bacio fugace a mio marito, in procinto di recarsi di nuovo sui campi di golf, quindi mi affido alle cure dell’estetista e del curatore d’immagine.

I party di gala sono la parte più stressante dell’intera giornata, non parliamo poi dei viaggi in giro per il mondo a presentare i romanzi al pubblico estero.

Le ore prima del sonno, invece, sono dedicate alla lettura e come suggerisce il buon Stephen, (sempre King ndr) bisogna leggere anche libri brutti per capire quali errori non fare.

Se posso darvi un consiglio, aspiranti scrittori, non fate mai l’errore di cedere i diritti cinematografici. Sì, è vero, guadagnerete qualche soldo in più, ma lo stress del contribuire al casting, del seguire la sceneggiatura perché non travisino le vostre storie e del recarvi sul set provoca uno sfibramento considerevole.»

«Donatella?»

«Sì, Letterando, dimmi».

«Ma ‘sto film dove lo proiettano di preciso?»

«Perché, si capisce che sto esagerando un po’?»

«Solo un pochino? Non tirarla tanto per le lunghe e tira fuori la verità.»

«Va bene, però sognare fa bene alla salute.»

«Sì, ma ora devi dire la verità perché chi legge deve capire com’è la vita di un’autrice emergente.»

«Emergente? Io non so ancora cosa voglia dire emergere. Confesso, la mia giornata tipo non è esattamente come l’ho descritta. Scrivo da quando ero bambina. Avevo nove anni quando elaborai il mio primo racconto e sedici quando terminai il primo romanzo fantasy. Mio padre è sempre stato un mio sostenitore, mamma non proprio. Il rumore della macchina da scrivere la innervosiva.

A pensarci bene c’è sempre stato qualcosa che ha remato contro la mia voglia di scrivere, ma, si sa, gli amori contrastati sono da sempre i più forti e resistenti. Sono sempre riuscita a rubare un po’ di tempo per dedicarmi alla creazione delle mie storie. Dopo i compiti, quando ero studentessa, –  non ditelo a nessuno, ma qualche volta anche durante – e poi,  dopo il lavoro da adulta, e oggi da quando l’azienda per cui lavoravo è fallita, dopo tutte le esigenze della mia famiglia.

Parliamoci chiaro, finora ho pubblicato diversi racconti e decine di recensioni per la rivista on line I-Libri, ma non ho mai guadagnato un solo centesimo, anzi no, mi correggo, cinque anni fa mi classificai terza a un concorso letterario e vinsi cento euro. Quello è stato fino a oggi l’unico guadagno economico che mi ha elargito la passione per la scrittura.

Faccio distinzione tra guadagni economici e quelli morali perché se dovessi fare un unico cumulo tra la soddisfazione che mi da lo scrivere e quei cento euro, allora la mia vita sarebbe davvero da miliardaria. Neanche respirare però procaccia denaro e per me scrivere è quasi come respirare, non potrei vivere senza. Comunque alla fine di questo mese uscirà il mio romanzo fantasy Lacrime d’Ametista

«Ah, e lo dici così? Allora comincerai a guadagnare».

«Che fai Letterando, ora mi prendi anche in giro? La Butterfly Edizioni è una casa editrice piccola ma seria, non chiede alcun contributo – altrimenti non avrei mai firmato il contratto – e mi dà una percentuale dignitosa sulle vendite, ma con le spese che dovrò affrontare per le presentazioni, la promozione e tutto il resto, sarò fortunata se ci uscirò in pari.»

«Quindi non capisco, qual è il messaggio che vuoi lanciare a chi ci sta leggendo?»

«Il messaggio è duplice. Ai lettori puri, quelli che non si sono mai sognati di scrivere nulla se non il loro diario segreto o la nota della spesa, dico di non idealizzare la vita dei loro autori preferiti perché solo uno su duemila – anzi meno – vive di scrittura. Aggiungerei di non prendere sottogamba la pirateria. Ogni e-book scaricato abusivamente, soprattutto quando si parla di scrittori italiani emergenti, scava un fosso sotto i piedi del povero autore allontanandolo sempre più dalla agognata superficie.  A chi invece sogna di diventare scrittore dico di non smettere mai, ma solo se scrive per passione e non perché pensa di raggiungere il successo e la ricchezza. Scrivere non rende, non in Italia. Se volete diventare ricchi pensate a qualcos’altro.»

https://www.facebook.com/ilfatodeglidei

La dignità di Salvatore, venditore abusivo per caso.

Salvatore La  Fata

Salvatore La Fata

di Coralba Capuani

Questa è la storia di Salvatore, e non c’è nulla di ironico.

Salvatore è un uomo di mezz’età, vive a Catania, ha una famiglia, una moglie e dei figli, e lavora da anni nel campo dell’edilizia.

La sua vita procede tranquilla, tra i soliti alti e bassi che tutti noi attraversiamo. Poi arriva il 2008 che si porta dietro una nuova parola: crisi.

Per la prima volta dopo decenni di relativo benessere, il nostro paese è costretto a fare i conti con una pesante crisi economica che inizia a ingoiare fabbriche, soprattutto tessili, negozi, cantieri e posti di lavoro.

Anche il cantiere in cui Salvatore ha lavorato per più di trent’anni risente delle difficoltà del periodo, il lavoro inizia a calare, i guadagni sono scarsi e il suo datore di lavoro è costretto a licenziare il personale.

Salvatore finisce nella lunga schiera di disoccupati che si ingrossa anno dopo anno come un fiume in piena.

Salvatore ha cinquantasei anni.

Ma lui non è tipo da restare in casa a guardare la tv, è abituato a lavorare, lo ha fatto sin da bambino, allora inizia a inventarsi un modo per occupare il tempo. E la mente.

Non vuole pensare alla crisi che pare peggiorare di mese in mese, non vuole pensare alla sua età, non vuole credere che sia tutto finito, che resterà un disoccupato a vita. Così si procura qualche cassetta di frutta e verdura, poca roba: olive, cipolle, mele, fichi d’india.

Inizia a recarsi al mercato e, quando le cose vanno bene, racimola a malapena una ventina di euro.

Ma va bene, qualsiasi cosa è meglio di restare a casa a guardare la tv.

I giorni si susseguono e per Salvatore andare al mercato è diventata ormai routine; quasi un lavoro vero. Non può immaginare che un giorno qualsiasi verranno i vigili a multarlo perché è un abusivo e non può stare lì a vendere la sua roba.

Salvatore cerca di abbonire i vigili chiedendogli di non multarlo, né di sequestrargli quel poco di frutta e verdura, lui è disoccupato e se sta lì è solo per tenersi attivo, per non lasciarsi andare e cadere nel buco nero della depressione che si è portata via tanti come lui.

Ma ai vigili non interessa la sua storia, loro devono applicare la legge e la legge dice che se vuoi vendere frutta e verdura devi avere i permessi, quindi si apprestano a sequestrargli le cassette di ortaggi.

Salvatore si ribella e minaccia di darsi fuoco.

«Se ti vuoi dare fuoco fallo pure ma scansati», è quello che rispondono i vigili secondo alcuni testimoni.

È un attimo, Salvatore si getta la benzina addosso e accende un cerino. Qualcuno accorre, lo copre con una coperta, altri chiamano i soccorsi, accorre l’autoambulanza.

Salvatore sale sull’ambulanza con le proprie gambe. È vigile, sta in piedi, parla.

Per un momento quello che ha fatto sembra frutto della disperazione di un attimo, un gesto che poteva andare davvero male, e che invece, per fortuna, si è risolto bene.

È una nuova illusione; come quella di essere tornato a una vita normale mettendosi a vendere frutta e verdura al mercato.

Salvatore muore in ospedale qualche giorno dopo.

In tv qualcuno parla della sua storia – pochi – molti lo dimenticano in fretta.

Io non voglio dimenticarlo.

Paola Ferrero, scrittrice e lavoratrice multitasking.

Paola F.

Sono Paola Ferrero e amo scrivere. Ho al mio attivo una raccolta di poesie pubblicata nel 2009 con Liberodiscrivere dal bizzarro titolo di “Parole d’amore insano” e un romanzo uscito in versione digitale questa primavera, “Gli attimi in cui Dio è musica”, scelto da Lettere Animate Editore. Ho partecipato a vari concorsi con altri due romanzi e ho pronta una seconda raccolta di poesie, più svariati progetti in corso.

La mia giornata inizia alle 7 del mattino, con la radiosveglia che tenta di buttarmi giù dal letto. Dopo aver nutrito tre gatte e una cagnolona mi lavo, mi vesto e, sempre insieme al cane, vado a lavorare. Passo le successive nove ore in un seminterrato alla fredda luce dei neon a cucire lenzuola, tende, asciugamani e simili. Lo faccio da 25 anni e nonostante questo ci vedo ancora abbastanza bene.

Finito l’interramento, quando posso vedere il cielo, esco e faccio qualche commissione prima di tornare a casa. Qui nutro nuovamente le mie belve e preparo cena, svolgo le abituali mansioni della casalinga e, quando tutto tace in casa, posso finalmente accendere il pc.

Nelle ore successive, di solito almeno fino all’una di notte, posso finalmente scrivere. Per Gazzetta Torino, dove pubblicano un mio articolo ogni settimana; per il mio blog (http://lestoriediclara.blogspot.it ) ; e procedere con i miei progetti. Quando va bene scrivo oltre diecimila battute in una sera, se va male sì e no duemila. Non sempre le cose vanno come si desidera.

Con le percentuali dei miei libri ho fatto poco, farsi conoscere non è così facile in un mondo invaso da libri ed e-book di ogni tipo. Nomi, cognomi, titoli, generi … una vera giungla in cui se non sai promuoverti sei perduto. Per questo bisognerebbe sempre affidarsi a un editore capace non solo di non chiederti soldi ma anche di investire nella tua promozione per evitare dispersioni.

Le presentazioni non sono un gioco e spesso non si riesce a presentare un libro in formato digitale nelle librerie. Si viaggia come trottole senza la certezza di vendere nemmeno una copia o di vedere qualche persona interessata seduta ad ascoltare. A volte si fa flop, altre si conquista qualche lettore. E si torna a scrivere, a limare, correggere e rivedere. Si torna a inventare, a discutere con i personaggi che non vogliono seguire la trama, si torna a sognare…

Copertina

Lezione n. 3: non commettere atti sgrammaticati.

errore

di Coralba Capuani

Lo so, sembrerà banale, ma una delle prime regole da conoscere affinché ci si possa avvicinare alla scrittura è l’ottima conoscenza delle regole sintattiche, grammaticali e ortografiche della lingua che stiamo utilizzando.

Se vi state chiedendo il significato dei tre termini succitati posso già dirvi che partite male, molto male, ma fingiamo che la vostra dimenticanza sia momentanea, magari dovuta agli anni intercorsi tra il periodo degli studi e quello attuale, e vediamo di offrirvi una rinfrescata alla vostra stantia memoria.

La sintassi, come recita il dizionario Devoto Oli, è lo studio delle funzioni proprie della struttura della frase. Sorvoliamo sul fatto che essa si completi con la morfologia e la lessicologia e diciamo solo che in una frase del tipo: «I genitori sono affezionati ai figli», «I genitori» rappresentano il soggetto, «sono affezionati» il predicato nominale e «ai figli»  il sintagma della direzione.

E voi direte, e chissene… E no, cari miei, tutto ciò serve a conoscere il «materiale» con il quale avete a che fare e, quindi, a farne buon uso.

La grammatica, questa sconosciuta.

Forse starete pensando ma io ho studiato mica sono un’ignorante!

E qui casca l’asino invece. Soprattutto se l’ignorante in questione è di sesso maschile.

No, non c’entra nulla l’essere femminista o meno, ma si tratta di una semplice regoletta. L’articolo indeterminativo maschile  è un (troncamento di uno), perciò senza apostrofo, ben diverso invece se l’ignorante è una “ignorantessa”, lì sì che una, perdendo la vocale, vuole l’apostrofo.

Questo è solo uno degli errori più comuni che si commettono, ma c’è anche chi riesce a fare di peggio. A questa categoria appartengono sicuramente  i “verbicidi”: i serial killer dei verbi.

Anche se alcuni all’apparenza potrebbero fare un po’ tenerezza, spesso si ispirano (involontariamente) a Sbirulino o a Fantozzi, non bisogna mai prenderli sottogamba. Sempre gentili, con i loro vadi, venghi, dichi pure, non si vergogni, sarebbero capaci di stendevi con un se io avrei a tradimento quando meno ve lo aspettate.

Tra i simpatici affondatori della lingua italica, invece, annovererei gli «scambisti», quelli cioè che confondono ricciole per lucerne, quelli capaci di servire al proprio fidanzato una bella portata di mastice, quelli che si spaventano quando sentono passare un’ambulanza che fila a sirene spietate, quelli che fanno sempre le analisi del sangue per controllare il livello dei tricicli e così via.

E sapete che c’è? Siccome l’articolo si sta dilungando e le cose da dire sono ancora tante, per ora mi fermo qui, dandovi appuntamento alla prossima per il proseguo.

Lezione N. 2: chi ha paura dell’editoria?

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di Monica Bauletti

“Più mi addentro nel mondo dell’editoria e meno ne capisco” questo mi ha detto oggi la mia amica Antonia Serranò che, sfondata la porta dell’editoria, dopo aver pubblicato il suo romanzo “L’undicesimo maestro” con contratto editoriale regolare e non a pagamento, era convinta di essere ufficialmente entrata nel modo della letteratura, editata ed edita.

 

A me è venuta in mente un’altra citazione invece: “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”.

 

E questa è la lezione n. 2

 

Se chi di voi è convinto che la fatica più grande sia dare forma all’idea che si porta dentro, riuscire a raccontare la storia che tanto preme, resterà subito deluso. La strada è tutta in salita.

 

Un autore serio che tiene a far bella figura e vuole scrivere un testo di qualità, dopo aver messo la parola

F I N E  al suo romanzo deve cominciare a lavorare davvero. Le fasi sono le seguenti:

  • La revisione e correzione delle bozze. Bisogna leggere, rileggere e ancora leggere. Ma non per lodarsi e pensare “ma come sono brava! Ma come sono stata bravo! Ma sono stata/o proprio io a scrivere queste meravigliose righe?” No, bisogna tirare fuori tutta la cattiveria e diventare il nostro peggior lettore.
  • La caccia alla casa editrice. Allora ti attacchi a internet e trovi tutti gli indirizzi possibili, ascolti i discorsi di altri colleghi aspiranti scrittori ti confronti e poi cominci a mandare il file a tutti, stai tranquilla nessuno te lo ruberà. Rompi i cosi che non si dicono a tutti perché ti leggano e ti prepari ai rifiuti. Non tutti ti diranno che non sono interessati e nessuno ti dirà perché non va e non è interessato, per lo meno non ti dirà il motivo vero.
  • Anche con le agenzie si può provare, ma si evolve tutto e quelle agenziaEche leggevano e non chiedevano soldi hanno scoperto che si guadagna anche solo a leggere e ora cominciano a chiederti soldi anche per valutare se gli interessa o meno il tuo romanzo così ti trovi a spendere soldi per sentirti dire che non lo vogliono. Però! Ti mandano al quel paese e ti fanno anche pagare. L’Italia moderna è anche questo.
  • Un’altra cosa che si può e si deve fare è partecipare ai concorsi, concorsi e ancora concorsi.
  • L’insidia peggiore è la casa editrice a pagamento. Vi diranno: “il tale autore ha pagato per pubblicare il suo libro”, e i nomi ti faranno raggelare uno che ha impressionato me è il nome di Moravia, sì, Moravia si è auto-pubblicato. Altri tempi, altre epoche, altra mentalità cari miei. Voi penserete: be, se si è pubblicato lui chi sono io per pretendere che mi pubblichino senza pagare?” io vi chiedo: “Chi pensate di essere per forzare la selezione e imporre la vostra opera pagando una “tipografia” perché riversi centinaia di vostri libri sugli scaffali?”. L’EPA non è ben vista da nessuno, non piace ai critici letterari e non vi faranno mai nessuna recensione. Sarete visti da tutti gli addetti ai lavori come il tifo murino. Vi sentirete degli intrusi e degli abusivi in ogni ambiente. L’editoria a pagamento è sconsigliata, è controproducente.
  • Invece il selfpublishing è tollerato da tutti, anzi le CE spesso tengono d’occhio le classifiche perché potrebbero trovare proprio lì l’opera dell’anno il futuro premio bancarella.

 

Questi sono alcuni dei passi che uno scrittore esordiente deve fare.

Inutile dire che se siete già famosi, non so, magari per degli inchini fatti e che hanno causato disastri ambientali e altri drammi ben più gravi, i punti elencati non valgono, è ovvio! Siete già famosi e contesi, potete pubblicare il vostro libro saltando la fila e beccandovi subito una laurea a honorem e una cattedra all’università, ma questa è un’altra storia. Noi, restiamo sul consueto, sulle regole giuste o ingiuste, fate voi.

Con questa prima parte di lezione che ha la presunzione di volervi illuminare la via verso il successo editoriale, non abbiamo spiegato ancora le perplessità della nostra Amica Antonia, ma ci arriveremo presto, la strana per la consapevolezza è ancora lunga.

La seconda lezione finisce qua.

La prossima puntata parleremo d’altro.

Chi ha esperienze da condividere lasci un commento.

Ma quanto è buona l’Europa?

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di Coralba Capuani

È di qualche giorno fa la notizia che un detenuto verrà risarcito dallo stato per  detenzione in cella sovraffollata e «trattamento disumano e degradante». La decisione del giudice è il primo «rimedio compensativo» previsto nel dl 92 del 26 giugno 2014, che ha l’obiettivo di porre rimedio alla situazione del sovraffollamento delle carceri italiane, dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo riguardanti i casi Sulejmanovic, del 2009, e Torreggiani, del 2013.

L’Italia è stata multata dai giudici europei perché non rispetta i limiti minimi di spazio per detenuto all’interno della propria cella, misure che la Corte ha stabilito debbano essere di almeno 3 metri quadrati. Per rimediare a una situazione che nelle nostre carceri è molto diffusa, il decreto legge prevede uno sconto pari a un decimo della pena rimanente 8 euro al giorno per ogni giorno passato in «condizioni di detenzione disumane». Proprio per evitare altre sanzioni dell’unione europea, quindi, lo stato italiano ha deciso di risarcire un carcerato albanese che stava scontando una condanna a 6 anni nel carcere di Padova per associazione a delinquereprostituzione minorile, violenza privata e falsa testimonianza.

L’uomo avrebbe vissuto gli ultimi 701 giorni della sua detenzione, prima della sentenza, in condizioni “disumane” a causa del poco spazio disponibile conseguente al sovraffollamento della sua cella, perciò verrà risarcito con 4.808 euro e rilasciato con 10 giorni d’anticipo.

Ora, tutto questo è molto «delicato» da parte dell’Unione Europea, ma sa, l’Unione Europea, che in Italia ci sono pensionati, che pur avendo lavorato una vita intera, vivono in una casa popolare di appena 40 mq. con pensioni che di solito si aggirano molto al di sotto dei mille euro?

Sa che esistono ospedali, spesso molto importanti, dove i ricoverati sostano nella promiscuità per giorni in corridoi sovraffollati, magari su barelle sgangherate? È arrivata la notizia dello stato in cui sono ridotte le nostre povere scuole? Scrostate, spesso non a norma, figuriamoci se antisismiche e sicure? Sa che c’è gente che vive da decenni in container ormai divenuti marci, dove il rivestimento di amianto si è già bello che sgretolato? Sa che questa gente è li da vent’anni con promesse, mai mantenute, di ottenere una casa che li risarcisse di quella persa durante i vari terremoti che ogni tanto sconquassano la nostra penisola?

E cosa dice la nostra amata Europa degli immigrati che sono costretti a sostare per anni in strutture adibite per l’accoglienza momentanea di poche persone? Perché non mostra per questi poveri disgraziati la «stessa delicatezza» che nutre per altre categorie? Perché insiste che debba essere il paese di sbarco l’unico che si debba accollare il loro sostentamento?

Ma non eravamo Europa? Un unico stato? Un’unione dove si decide insieme?

Cosa non abbiamo capito?

 

Basta che non ci ammazzi (troppo)

Laura Roveri ferita

di Coralba Capuani

In un periodo in cui la violenza sulle donne è in crescita, tanto che si è arrivati a coniare il termine femminicidio, cosa pensa di fare la Cassazione? Di aumentare le condanne per chi si macchia di questi crimini direte voi, e no, invece è notizia di oggi che a un marito, accusato di reiterato stupro nei confronti della moglie, sono state riconosciute delle attenuanti. E sapete perché? Perché il poveraccio, quando commise il fatto, era ubriaco.

Per la Cassazione, infatti,  «la tipologia dell’atto è solo uno degli elementi indicativi dei parametri in base ai quali stabilire la gravità della violenza, e non è un elemento dirimente. Il che, tradotto in parole povere, indica che non è più l’atto della violenza sessuale completa a indicare la gravità del reato ma tutta una serie di concause come «il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni fisiche e mentali di quest’ultima, le caratteristiche psicologiche, valutate in relazione all’età, all’entità della compressione della libertà sessuale e al danno arrecato alla vittima anche in termini psichici». 

E chissà se ha frequentato la stessa scuola il giudice che ha messo agli arresti domiciliari Enrico Sganzerla. L’uomo, un commercialista di 42 anni, aggredì la sua fidanzata il 12 aprile scorso fuori da una discoteca di Vicenza. La donna, Laura Roveri, 25 anni, ha subito due interventi chirurgici a causa dei fendenti inferti dall’uomo, nessuno mortale per fortuna. Ma forse è stata proprio questa la sua “colpa”: le ferite non hanno colpito organi vitali e l’unica coltellata delle sedici inferte alla ragazza, ha solo sfiorato la giugulare. «Un buchetto», ha definito la ferita il giudice. E poi che volete che siano sedici misere coltellate se anche la madre dello Sganzerla lo definisce un bravo ragazzo insinuando che la Roveri si è fatta «solo» venti giorni in ospedale, niente di che dunque.

Perciò ragazze e donne che ci state leggendo, fatelo sapere ai vostri fidanzati, mariti, amanti: mi vuoi picchiare? Prendermi a sprangate? Accoltellarmi? Spararmi? Va benissimo, mica c’è problema, basta solo che le ferite non siano mortali. Per lo stupro invece basta che tu sia sbronzo o drogato.

Ma le ferite dell’anima, quelle sono messe in conto o sono state abbuonate come nei supermercati? Dieci bastonate e hai diritto a uno sconto di pena sulle cicatrici che lasci nell’anima della vittima. Proprio come i punti del supermercato.

AMO QUEST’UOMO!

 Richard Branson: 'subsidy junkie'.

di Monica Bauletti

Da ieri rimbalza sul web un articolo sulla rivoluzionaria idea di Richard Branson.

L’articolo lo trovo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, e anche su La Repubblica. Il bel faccione di Richard Branson che se la ride di gusto m’incuriosisce e vado a leggere su Il Fatto:

“Virgin, Branson cancella l’orario di lavoro. ‘Contano i risultati, non le ore di ufficio”. Abolito anche il limite ai giorni di vacanza. Per l’imprenditore britannico “i dipendenti si possono assentare un’ora, una settimana o un mese, senza che nessuno debba potergli fare domande, perché una persone felice lavora meglio”. La nuova politica è stata introdotta negli uffici di Regno Unito e Usa

Bellissima idea, la promuovo, la sposo e la sostengo con tutta me stessa.

No, piano. Aspettate un momento. Ma dai! Questa non è mica una novità. Noi già lo facciamo da sempre! Questo Branson non ha mica scoperto nulla di nuovo. Gli italiani sono già il popolo più felice del mondo, leggi qua:

  •        33 indagati all’Azienda sanitaria di Siracusa, in piscina durante l’orario di lavoro
  •           San Marino. Dipendenti statali che escono a fare spesa durante l’orario di lavoro.
  •         Sette dipendenti dell’Istituto sperimentale zootecnico della Sicilia assenti, risultavano in servizio ma non si trovavano erano andati fuori regione
  •          BOLOGNA – Cinque impiegati della prefettura di Bologna…
  •          Caltanissetta, 32 impiegati del Comune …

  Altri esempi li trovi: http://www.repubblica.it/argomenti/assenteismo

“Richard Branson ha abolito l’orario di lavoro”. Dice il web.

Carissimo Richard, nel caso faticassi trovare dipendenti sappi che in Italia siamo già esperti e qualificati per le mansioni che offri. Noi siamo tutti specializzati.

Noi Italiani non abbiamo niente da imparare da nessuno! Siamo sempre un passo avanti, anzi più di un passo, quando si stratta di andare a divertirci facciamo chilometri e non lo diciamo mica a nessuno!

Che bisogno c’è di fare tanto baccano e far passare un’abitudine così consueta per una scoperta tanto eccezionale. Mah, e chi lo sa!

Viva l’Italia, nazione felice!

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/24/news/branson_ferie_lavoro-96538636/?ref=search

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/24/virgin-branson-cancella-lorario-di-lavoro-contano-i-risultati-non-le-ore-di-ufficio/1131887/

Cambia mestiere N. 1: i suggerimenti di Laura Bellini.

laura foto

Laura Bellini

Inauguriamo con la brava scrittrice Laura Bellini la sezione dedicata ai possibili mestieri alternativi. Caro esordiente, se ti va male c’è sempre un’alternativa…

«Hai davvero pubblicato dei libri?»

È una delle domande che ci si sente rivolgere più spesso quando si incontra qualcuno che ha casualmente trovato il tuo romanzo in libreria. Ti guardano come se fossi diventato un alieno e tu ti accorgi che nella loro mente si stanno formando immagini di soldi facili e notorietà.

«È il tuo lavoro, quindi?»

Eccola la domanda successiva, quella che ti permettere di infrangere tutti i loro vaneggiamenti.

«Si guadagna dal sette al dieci per cento sul prezzo di copertina, dubito che la vendita dei miei romanzi sia in grado di dare da mangiare a me e ai miei figli!»

In effetti è così, se non sei tra i pochi fortunati ad aver venduto milioni di copie, difficilmente quello dello scrittore potrà essere un mestiere per te, piuttosto dovrai barcamenarti fra una marea di altri impegni e la passione che ti spinge a creare storie.

Io, per esempio, nonostante abbia pubblicato sette romanzi, ho due lavori. Faccio  l’estetista in un centro massaggi del mio paese e la cuoca, (due giorni a settimana), nella caserma dei vigili del fuoco.

Strappo peli a signore attempate che vengono in vacanza nei centri termali cercando un amore passeggero che le faccia sentire ancora ragazzine, oppure taglio calli, respiro l’aroma inconfondibile dei funghi delle unghie, estirpo punti neri sperando che strizzando troppo il naso non fuoriesca altro, o faccio massaggi a persone convinte che una volta entrati nell’acqua termale non si debba più fare una doccia. Un ciclo di cure termali dura dodici giorni…

C’è da dire che stare fra la gente mi è d’aiuto per la costruzione dei personaggi dei miei romanzi. Perché fare l’estetista, a volte, è un po’ essere psicologi e saper ascoltare ciò che i clienti ti raccontano.

Essendo però questo un lavoro prettamente estivo e dovendo io fare la spesa anche in inverno, ho avuto la fortuna di trovare un posto come cuoca nella sopracitata caserma. Questo è il lavoro dei miei sogni, adoro cucinare, e quando ho iniziato già pregustavo l’idea dei manicaretti che avrei potuto creare, ma come spesso accade, la realtà non è proprio quella che si immagina.

La mia ditta si aspetta che in due ore io riesca, nell’ordine, a pulire, compilare una quantità indefinita di moduli, sistemare la merce in arrivo, eliminare gli involucri della merce, preparare il pranzo per mezzogiorno composto da un primo, contorni freddi, un contorno caldo, secondo e frutta, sparecchiare, lavare i piatti e ripulire ogni cosa prima di poter andare a casa. Ah…dimenticavo! Ogni cosa che si tocca va sanificata!!!

Adoro questo lavoro e non lo cambierei con niente al mondo, ma per guadagnarsi la pagnotta bisogna sudarsela, purtroppo non è sufficiente avere il proprio nome in copertina ed essere esposto fra gli scaffali di qualche libreria.

Eppure sono sicura che a qualsiasi scrittore, o aspirante tale, voi domandiate se la fatica vale la candela, la sua risposta sarà sempre affermativa.

Non c’è niente di più gratificante che vedere le pagine bianche che, a poco a poco, si anneriscono di parole. Niente che ti fa compagnia più dei personaggi di cui stai narrando le vicende. Essi ti faranno isolare dal mondo, perdere diottrie davanti allo schermo del computer, arrabbiare quando non seguiranno quello che tu avevi previsto per loro, ma saranno i tuoi migliori amici anche una volta che avrai posto la parola fine al romanzo.

Ecco perché noi, poverini squattrinati scrittori, continuiamo a scrivere e lo faremo anche se non guadagnassimo un caffè a settimana con le vendite dei nostri lavori!

Potete seguire Laura Bellini sulla sua pagina ufficiale  di Facebook https://www.facebook.com/IlMondoDopoTe?fref=ts

Lezione n. 1 Io uno scrittore? Quando mai!

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di Coralba Capuani

Inauguriamo la serie di (s)consigli agli esordienti iniziando da una delle regole più importanti: mai fare coming out o più semplicemente outing.

Negare, negare, negare fino alla prova evidente (la pubblicazione cartacea per un importante editore) di essere uno scrittore.

Già immagino l’espressione attonita che deve aver assunto la vostra faccetta.

E perché mai vi stareste chiedendo, anzi, io ne vado così fiero, obietterete.

E no, caro esordiente, così non va proprio. Ma vuoi  proprio rovinarti la vita?

Eh, sì, perché ammettere di essere uno scrittore, di occuparsi di scrittura non per hobby ma per passione, dedicandole impegno e ogni minuto del proprio tempo, magari pure con la speranza di prendere la qualifica di “scrittore per mestiere”, vuol dire suscitare la preoccupazione di chi ci sta accanto: famiglia, fidanzato/a, figli, amici, colleghi ecc. E questo a maggior ragione se non si ha un’occupazione vera!

Faccio qualche esempio così ci capiamo.

1 – Probabile reazione di colleghi/conoscenti.

 

«Ma che fa X, lavora?»

«Allora tu non sai niente?»

«No, che devo sapere».

«Si è messo in testa di fare lo scrittore».

«Ma dai, non scherzare sempre».

«Giuro».

«Non può essere, sembrava una persona normale».

«Da quando ha perso il lavoro non fa che scrivere, e tu pensa che vorrebbe pure pubblicare!»

«Poverino, deve essere davvero depresso per essersi ridotto così…»

2 – Probabile reazione famiglia

 

«Ciao Luisa, allora come va, tutto bene a casa?»

«Insomma».

«Come mai, qualcosa ti preoccupa?»

«Roberto».

«E che c’ha, tuo figlio non sta bene?»

«Per stare bene sta bene, solo che da quando si è lasciato con Francesca sta sempre appiccicato al pc».

«E va be’, cose di ragazzi, gli passerà. E, senti, ma lavora?»

«È questo il problema, zia».

«È disoccupato, l’hanno licenziato?»

«Scrive».

«Ma di lavoro?»

«Scrive».

«Ho capito, ma di lavoro che fa?»

Ecco, io vi ho avvisato, a vostro rischio e pericolo.

Gruber o non Gruber? Questo è un dilemma! Potranno mai gli italiani sopravvivere allo sbarco di Floris su La7?

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di Monica Bauletti

È l’emblema del nostro tempo. Eccellente esempio di come si spostano le poltrone per dare scacco matto o matto scacco? No, forse è giusto dire: dare di matto e basta! L’attenzione si sposta da ciò che conta a chi racconta e diventa più importante la voce.

Con tutto il rispetto cari presentatori, giornalisti, scrittori, autori ecc. ecc. scusate se non ricordo i titoli altisonanti e prestigiosi di cui, meritatamente, vi fregiate, ma noi popolo ignorante che fatichiamo tutto il giorno, che ci alziamo alle 6:30 e le nostre giornate non finiscono mai, sempre a correre dietro ai figli da portare a scuola, al capufficio che vuole il caffè, alla suocera che non vuole saperne della badante e alla bolletta del gas con la lettura effettiva tre volte il contatore, ci fanno anche ridere le vostre scaramucce. Insomma va bene! Azzuffatevi che almeno tra uno spread che cala e un Pil rivisto ci si diverte.

Certo però che la Lilli ha giocato pesante! Non si è limitata a tirare furi l’asso dalla manica ma è andata a scomodare il Santo Padre. Il nostro caro Francesco che è nato Santo ancora prima di essere padre solo per l’indulgenza che pone nel sopportare le pretese assurde che gli vengono rivolte.

Ebbene che cosa ti fa la Lilli?  Leggo su bliz  http://www.blitzquotidiano.it/blitz-blog/lilli-gruber-mistero-svelato-ferrara-stefania-giannini-floris-lha-scippata-1975163/

 “ha rilasciato un’intervista a Nuovo in cui ha parlato del suo incontro con Papa Francesco e di un invito in studio fatto al Pontefice. “L’ho invitato aOtto e Mezzo. Di recente ho avuto modo di incontrarlo e gli ho regalato il mio ultimo libro scrivendogli una dedica accompagnata dal mio numero di cellulare.”

Alla faccia dell’audacia! No, col santo padre non si parla più di audacia, qua si sfocia nella presunzione e nella mancanza di rispetto. Come può un comune mortale che si occupa solo alla propria carriera e a mantenere lucida la propria immagine, pensare che al santo padre possa interessare l’ultimo libro che ha scritto?  E gli mette su la dedica! La dedica a un Papa?  Siamo all’apoteosi dell’io gonfiato dall’ego! Ma non basta! Gli passa con nonchalance il suo cellulare! E che si aspetta la Lilli? Che il Papa la chiami e la inviti a cena? Magari poi la potrebbe anche portare al cinema o a ballare e chi lo sa?  No. No, lo invita lei:

“L’ho invitato formalmente e lui mi ha risposto che ha molto da fare. Io però non dispero”. E ancora: “Con il Santo Padre ho parlato del ruolo dei giornalisti. Lui sostiene che abbiamo tre doveri, ovvero bellezza, bontà e verità”.

E sei stata anche fortunata cara Lilli, chè il santo padre è davvero santo e umile e buono e comprensivo. Chè ha tollerato con molta indulgenza l’ardire e non ha convocato l’inquisizione.

Va be’! Cara Lilli hai tutta la mia solidarietà per il gesto poco galante subito per opera di Floris che cavaliere di certo non è. Io ho letto i tuoi libri e mi sono anche piaciuti, a me la tua dedica piacerebbe molto averla, il cellulare non serve non telefono mai.

Aspettiamo tue nuove. Su Rai tre staresti proprio bene. Dai torna da mamma Rai e lascia in pace Papa Francesco lui ha davvero molto da fare. A Floris farai rabbia lo stesso anche se Dio, per intercessione, non ti concede l’intervista e che il Signore sia lodato.

Secessione del Veneto 2: il punto di vista del sud.

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di Coralba Capuani

Ci risiamo, ecco che la Scozia indice un referendum per chiedere l’indipendenza dall’Inghilterra e il nostro Nord (leggi Veneto) che fa? Copia i “colleghi” scozzesi adducendo bislacche giustificazioni circa la necessità di autodeterminazione del popolo veneto/padano. Popolo? Padania? Forse i nostri connazionali nordisti, influenzati dalla lettura del Signore degli Anelli di Tolkien, hanno pensato bene di crearsi una Terra di Mezzo tutta per sé? (E perché i “mezzuomini” sì e noi no? E che siamo i figli della serva?).

E su quali presupposti, di grazia, l’Italia dovrebbe concedere a uno spicchio del suo suolo l’autonomia? Quali i presupposti? Cosa, in breve, divide questa porzione di popolo da tutti gli altri? E, soprattutto, il Veneto ha ragione?

Valutiamo alcuni punti su cui basare una giustificata richiesta di autonomia.

La ragioni storiche sembrano essere più forti riguardo il caso della Scozia che è un paese che fa parte del Regno Unito (United Kingdom), il che presuppone già un insieme di stati e non di regioni. Abitata in antichità dai Celti, conquistata dai romani solo nel 79 d. C., assoggettata all’Inghilterra nel 1265, ribellatasi sotto la guida di William Wallace (quello del film Braveheart con Mel Gibson per intenderci), segue poi, con varie vicissitudini, la storia dell’Inghilterra.

La Catalogna e il Veneto, invece, contrariamente alla Scozia, sono due regioni, quindi perché mai dovrebbero chiedere l’autonomia? Quali sono le basi su cui si poggia questa richiesta?

Per quanto riguarda la prima si potrebbe parlare di ragioni culturali e linguistiche. La lingua catalana e le sue varianti (valenziano, maiorchino, algherese, ecc.) sono lingue romanze occidentali molto diverse dallo spagnolo ufficiale (castellano).

Vediamo qualche esempio:

italiano spagnolo   catalano

fuoco      fuego        foc

uomo     hombre      home

bere        beber        beure

piccolo  pequeño  petit/xicotet

Anche lo scozzese (il gaelico scozzese) è una lingua. Imparentata strettamente con l’irlandese, il gaelico non è mai stato espropriato completamente del suo status di lingua nazionale, ed è tuttora riconosciuto da molti scozzesi, sia che parlino gaelico o meno, come una parte fondamentale della cultura nazionale. Alla fine del ‘400 in Scozia erano parlate 3 lingue: il gaelico scozzese, l’anglo sassone scots e il norn, mentre erano già estinte sia la lingua pitta che il brittonico. In seguito l’anglo sassone continuò ad espandersi a scapito delle altre due, anche se esistettero anche momenti di espansione del gaelico a danno del norn. Oggi l’anglo sassone “scots” è la lingua dominante in Scozia, mentre l’inglese comune è compreso dalla maggior parte della popolazione. Il gaelico possiede una ricca tradizione orale (beul-aithris) e scritta, essendo stato la lingua della cultura bardica dei clan delle Highlands per diversi secoli. La lingua soffrì a causa delle persecuzioni degli Highlanders, quando le loro tradizioni vennero perseguite dopo la Battaglia di Culloden del 1746.

Come si può comprendere già da questi brevi cenni le differenze tra le richieste della Catalogna, della Scozia e del Veneto sono evidenti.

Non solo la regione Veneto non si discosta dalla storia delle altre regioni d’Italia, come per la maggior parte di esse vede l’insediamento di un gruppo di tribù che in veneto sono i veneti, in Abruzzo per esempio sulla fascia costiera erano stanziati i Pretuzi al confine con i Piceni, più a sud i Vestini Transmontani, nellavalle del Pescara i Marrucini e, lungo la costa chietina i Frentani. A ridosso della Majella tra l’Aventino e il Sangro vi era il popolo dei Carrecini. I popoli dell’interno erano i Vestini Cismontani nella conca dell’Aquila, i Peligni nella pianura di Sulmona, gli Equi e i Marsi si dividevano l’alveo del Fucino, tra L’Aquila e Rieti vi erano i Sabini, mentre a sud dei Marsi, lungo l’alta valle del Sangro, verso il Molise, si trovavano i Pentri.

Giustificare poi la richiesta di secessione del Veneto sull’antica autonomia della repubblica di Venezia, poi, mi pare una scemenza, in quanto la succitata libertà o autonomia era una prerogativa di tutte le repubbliche marinare, quindi che fare? Se Genova, Amalfi e co. Ci chiedessero la secessione per gli stessi motivi? Per non parlare dei vari stati e staterelli in cui era divisa l’Italia, quindi di cosa si sta parlando? A meno che non si pretenda una regressione alla divisione medievale (si era già parlato di dogane in territorio italiano, vi ricordate?). p

Per quanto riguarda il fattore linguistico, infine, il veneto non è né più né meno di un semplice dialetto, non ha in pratica lo status di lingua in quanto deriva dal latino volgare parlato in quella zona, come accade d’altronde per la maggior parte dei dialetti italiani. È inutile dilungarsi in ulteriori discussioni linguistiche o storiche quindi, e anche se quasi mi dispiace (quando mai!) far sfumare l’illusione di una terra fantasmagorica come la Padania abitata da antichi e coraggiosi popoli nordici, no, niente da fare cari Veneti, leghisti e padani: la Padania non esiste proprio.

Chissà perché però, devo ammetterlo, mi sento come quello zio imbecille che rivela al nipotino che Babbo Natale non esiste….