Anton Francesco Milicia racconta la sua “Contrada”

foto Antonio1

Ce n’è voluto per far capire alla gente che Contrada non c’entrava niente  con Bruno Contrada, brillante questore di Palermo caduto in disgrazia nel 1992. Contrada (delle Case Vecchie), tentavo di spiegare a chi cadeva nel deprimente luogo comune,  è un nome inventato, scelto apposta per dare l’idea di un non luogo, appunto una Contrada qualsiasi del pianeta, che tuttavia finiva per identificarsi senza alcuna ombra di dubbio con la mia città in Calabria, Locri, viste le descrizioni precise di vie, palazzi, bar e perfino persone nelle quali mi avventuravo.

Era questo uno dei tanti mal di testa che chi si cimenta nel ruolo di scrittore finisce per dover accettare. E mi sono accorto così, giorno dopo giorno, che uno scrittore è un po’ come un giocoliere. All’inizio lancia in aria un birillo. Facile anche con una mano riprenderlo e rilanciarlo. Ma subito ne deve lanciare un altro, e poi un altro. E diventa sempre più difficile coordinare i gesti per non far cadere i birilli per terra. Poi non contento aggiunge anche delle palle, e le sue braccia diventano un mulinello continuo in cui afferra un birillo e lancia una palla, afferra una palla e lancia un birillo, costretto a destreggiarsi in una maniera che non gli lascia scampo fin quando non rimetterà tutto a posto, sempre se ci riuscirà. Sono tanti infatti i birilli e le palle che cadono per terra mentre si tenta di farli volteggiare, e non è sempre facile riprenderli. Alcuni rotolano via e si nascondono maliziosi,  per provocare  al momento meno opportuno quello che uno scrittore più teme: il plot hole. Il buco della trama, la contraddizione che, puntualmente, quando sei arrivato alla fine ti costringe a riscrivere capitoli interi, o comunque a modificare qua e là a macchia di leopardo diverse parti del testo per adattarle all’evoluzione della storia.

foto copertina Contrada

E i mal di testa aumentano sempre di più, ma quelli almeno sono la garanzia che il lavoro sta procedendo bene.

Nel mio caso diciamo che sono partito al buio, con una suggestione in testa o poco più, avventurandomi in un territorio sconosciuto senza alcuna precauzione. Mi sono così ritrovato in una contrada selvaggia, un territorio ostile costellato dalle sabbie mobili dei luoghi comuni, dalle piante spinose degli  avverbi e dalle sorgenti avvelenate dai plot holes, una tribù di quelle veramente cattive. Sopravvivere è quasi impossibile in queste condizioni ambientali, specie se ti accorgi che le tue borracce si sono quasi subito svuotate.

E comunque annaspi, boccheggi, ci provi, magari chiedi aiuto silenzioso ai grandi nomi. Ti rileggi i libri che più ti sono piaciuti e cerchi di capire quali sono i meccanismi occulti che fanno funzionare le storie.

Sotto sotto, però, qualcosa piano piano germoglia. Non riesci a capire cosa possa essere, ma se trovi il modo per evitare che rinsecchisca subito sei già fortunato.

È lo stile. Il tuo stile: che bello o brutto resta comunque il tuo. Lo stile comincia quando in qualche modo ti rendi conto che scrivere non è la stessa cosa che raccontare, e quindi eserciti una azione di forza mentale. Ti spremi il cervello, come direbbero nei fumetti. Ed ecco perché i mal di testa servono agli scrittori.

Credo che tuttavia lo scrittore abbia un’altra grande peculiarità che lo contraddistingue dal semplice narratore. Lui infatti vive costantemente la sua dimensione di scrittore, anche e soprattutto quando non scrive. Il suo cervello si muove sempre verso la ricerca di idee, spunti, soluzioni, dialoghi. Tutto materiale che trasferisce ingordamente dal mondo reale nei suoi spazi mentali.

Il bello è che questo singolare processo osmotico avviene nelle maniere più strane e a volte anche simpatiche. A me ad esempio capita sotto la doccia di avere le idee più interessanti ed a volte risolutive, ed ecco spiegato perché è d’estate che mi capita di produrre meglio e di più.

foto Antonio 2E dunque, eccomi qua, già perseguitato da questo Fabbro, il personaggio a cui ho prestato il mio volto e il mio genetliaco, oltre che una massiccia dose di letture e di gusti musicali.

A metà tra il giustiziere e il predatore, è la rappresentazione imperfetta dell’uomo qualunque, e forse è per questo, da vero antieroe, che affascina e convince.

Il Fabbro non lascia nulla al caso, prepara le sue scene macabre ispirandosi alla copertina di un disco dei Pink Floyd, o ad una canzone dei Marillion, fino a costruire il supplizio di una delle sue creature sull’impasto sonoro della stupenda One dei Metallica. Il Fabbro adora la storia dell’Impero romano, è un cultore del latino, cita Kafka, Thomas Mann, Dylan Dog e la Divina Commedia, scrive racconti storici, centrifuga le sue vittime in tormenti indicibili ispirati da maestri dal genio “sterzato”come Dario Argento, Patricia Cornwell, Stephen King e Jeffery Deaver.

Il Fabbro è un po’ Hannibal e un po’ Enigmista. Gli piace giocare con i destini delle sue vittime ed ostentare la sua cultura classica, ma anche la sua conoscenza di libri, musica rock e fumetti. È culturalmente un figlio degli anni ’70, e di quegli anni ha assorbito gli intensi sapori musicali ed un immaginario collettivo denso di cambiamenti epocali nell’arte e nella cultura di massa.

Il Fabbro ha stile, insomma, oserei dire classe, e i suoi gesti non sono mai gratuiti o banali, anche i più apparentemente spietati.

Ma chi è veramente il Fabbro?

Può darsi che, sotto sotto e come diceva Flaubert, Madame Bovary sono io, anche se questo non lo ammetterò mai.

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Dove seguire Antonio https://www.facebook.com/pages/Contrada/1378542429071626

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Un pensiero su “Anton Francesco Milicia racconta la sua “Contrada”

  1. Anton Francesco Milicia… Un grande, sto per iniziare a leggere questo libro e percepisco già un’amore infinito per questa geniale, inquietante, spettacolare storia. Un viaggio dentro l’animo “malato” umano che solo Milicia con le sue conoscenze e genialita’ poteva creare…

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