La dignità di Salvatore, venditore abusivo per caso.

Salvatore La  Fata

Salvatore La Fata

di Coralba Capuani

Questa è la storia di Salvatore, e non c’è nulla di ironico.

Salvatore è un uomo di mezz’età, vive a Catania, ha una famiglia, una moglie e dei figli, e lavora da anni nel campo dell’edilizia.

La sua vita procede tranquilla, tra i soliti alti e bassi che tutti noi attraversiamo. Poi arriva il 2008 che si porta dietro una nuova parola: crisi.

Per la prima volta dopo decenni di relativo benessere, il nostro paese è costretto a fare i conti con una pesante crisi economica che inizia a ingoiare fabbriche, soprattutto tessili, negozi, cantieri e posti di lavoro.

Anche il cantiere in cui Salvatore ha lavorato per più di trent’anni risente delle difficoltà del periodo, il lavoro inizia a calare, i guadagni sono scarsi e il suo datore di lavoro è costretto a licenziare il personale.

Salvatore finisce nella lunga schiera di disoccupati che si ingrossa anno dopo anno come un fiume in piena.

Salvatore ha cinquantasei anni.

Ma lui non è tipo da restare in casa a guardare la tv, è abituato a lavorare, lo ha fatto sin da bambino, allora inizia a inventarsi un modo per occupare il tempo. E la mente.

Non vuole pensare alla crisi che pare peggiorare di mese in mese, non vuole pensare alla sua età, non vuole credere che sia tutto finito, che resterà un disoccupato a vita. Così si procura qualche cassetta di frutta e verdura, poca roba: olive, cipolle, mele, fichi d’india.

Inizia a recarsi al mercato e, quando le cose vanno bene, racimola a malapena una ventina di euro.

Ma va bene, qualsiasi cosa è meglio di restare a casa a guardare la tv.

I giorni si susseguono e per Salvatore andare al mercato è diventata ormai routine; quasi un lavoro vero. Non può immaginare che un giorno qualsiasi verranno i vigili a multarlo perché è un abusivo e non può stare lì a vendere la sua roba.

Salvatore cerca di abbonire i vigili chiedendogli di non multarlo, né di sequestrargli quel poco di frutta e verdura, lui è disoccupato e se sta lì è solo per tenersi attivo, per non lasciarsi andare e cadere nel buco nero della depressione che si è portata via tanti come lui.

Ma ai vigili non interessa la sua storia, loro devono applicare la legge e la legge dice che se vuoi vendere frutta e verdura devi avere i permessi, quindi si apprestano a sequestrargli le cassette di ortaggi.

Salvatore si ribella e minaccia di darsi fuoco.

«Se ti vuoi dare fuoco fallo pure ma scansati», è quello che rispondono i vigili secondo alcuni testimoni.

È un attimo, Salvatore si getta la benzina addosso e accende un cerino. Qualcuno accorre, lo copre con una coperta, altri chiamano i soccorsi, accorre l’autoambulanza.

Salvatore sale sull’ambulanza con le proprie gambe. È vigile, sta in piedi, parla.

Per un momento quello che ha fatto sembra frutto della disperazione di un attimo, un gesto che poteva andare davvero male, e che invece, per fortuna, si è risolto bene.

È una nuova illusione; come quella di essere tornato a una vita normale mettendosi a vendere frutta e verdura al mercato.

Salvatore muore in ospedale qualche giorno dopo.

In tv qualcuno parla della sua storia – pochi – molti lo dimenticano in fretta.

Io non voglio dimenticarlo.

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